Nanni Balestrini. Professione: reporter

Si riproduce la presentazione di Andrea Cortellessa al catalogo dell'ultima personale tenuta da Nanni Balestrini, «Ce n'è per tutti», tenutasi alla galleria AF Arte Contemporanea di Bologna dal 26 gennaio al 22 marzo 2019. La prossima mostra preparata da Nanni, e curata da Luigi De Ambrogi con la collaborazione con la Galleria Emilio Mazzoli di Modena, verrà inaugurata col titolo «Vogliamo tutto» il 29 maggio a Roma nel Visionarea Art Space all'Auditorium Conciliazione (via della Conciliazione 4), per poi passare alla Biblioteca Classense di Ravenna il prossimo 21 giugno.

Nanni Balestrini, Tempo n. 2, 1967

Andrea Cortellessa

Una delle “serie” più recenti, fra quelle esposte da Nanni Balestrini alla galleria AF di Bologna, s’intitola Periscope. Ha per data il 2016 e l’app digitale cui s’intitola ha conosciuto diffusione globale giusto l’anno prima: quando Twitter l’ha acquistata e fatta conoscere al mondo. Tecnologicamente non cambiava molto, in effetti, rispetto ad altri dispositivi di trasmissione in streaming, anche tramite Smartphone. Probabile allora che il suo successo si debba – potenza del marketing! – in gran parte al suo nome: che evoca lo strumento ottico (perfettamente analogico) col quale i natanti sottomarini potevano, e possono, osservare la situazione in superficie senza far emergere lo scafo. La metafora è d’indubbia agudeza, ma – come spesso quelle dei dispositivi tecno-sociali che con sempre maggiore sfrontatezza ci assoggettano – implicitamente non tanto tenera, nei confronti dei propri utenti-clienti: la cui vita quotidiana è assimilata a una condizione di inabissamento, segretezza e silenzio destinata a interrompersi solo per intervalla, innalzando la protesi telescopica in questione. Ed è anche una metafora rovesciata: con Periscope infatti, quando “emergiamo” dalla profondità del nostro privato, lo facciamo non per osservare il prossimo ma per esibirgli la nostra esistenza, consegnandoci a un suo supposto voyeurismo: in una traduzione immediata, e davvero insolente a ben vedere, di uno dei più profetici concetti di Lacan, quello di estimità (che simmetricamente rovescia l’intimità).

L’opera di un artista risponde più esattamente, invece, alla metafora sommergibilistica. Le immagini realizzate da Balestrini, col suo consueto talento combinatorio, sono frammenti di contemporaneità colti solo in determinati momenti, infrangendo la pellicola sempreuguale del quotidiano, mercé una furtiva emersione sulla scena per poi subito rinabissarsi nel flusso insondabile del proprio vissuto. Nulla, di questo vissuto, viene narcisisticamente esposto alla curiosità del pubblico: il quale semmai, se avrà la pazienza di decodificare parole e immagini, rischierà di riconoscere il proprio. L’artista è dunque un Reporter (così s’intitola un’altra delle “serie” esposte che è invece fra le prime, in ordine cronologico, risalendo al 1979): il quale ci riconsegna un’immagine del presente, impietosa e stravolta, de-costruendo (e ri-costruendo) la vulgata mediatica che ideologicamente ce ne apparecchia e ammannisce una versione di comodo. I frammenti della comunicazione – come i titoli di giornale nella primissima “serie”, emblematicamente intitolata Tempo e risalente al 1967 – vengono così détournati e costretti ad acquistare sensi nuovi e trasgressivi, esplosivamente imprevisti dalle agenzie di indottrinamento e controllo dell’opinione.

Ma ripercorrere a ritroso questo lavoro – come da qualche anno in qua va facendo, Balestrini, colla propria più o meno antica produzione visiva – significa evidenziarne una valenza ulteriore. Infatti quelle immagini del “presente” degli anni Sessanta, o Settanta, o anche solo di una settimana fa, oggi ci restituiscono il nostro passato. Il reporter si scopre così storico, anzi historicus: esattamente come è capitato al narratore di Vogliamo tutto, o della Violenza illustrata. E la sua opera finisce per funzionare come una macchina del tempo, che ci proietta in un continuum di esistenza distante, e a volte antitetico, rispetto a quello che stiamo vivendo. Non a caso un’altra “serie” recente, quella dei Tondi del 2011, proietta questa fantasmagoria del tempo, dei tempi, su quadranti circolari che assomigliano a quelli della più quotidiana e feriale delle macchine del tempo, l’orologio.

Il tempo dell’artista è sempre un altro, diverso da quello che crediamo di conoscere, sempre out of joint: e così ci mostra – con la durezza stoica di un sommergibilista in missione – che, a dispetto dell’ideologia che descrive il presente in cui viviamo come l’unico a nostra disposizione, ce n’è sempre un altro possibile.

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