Il tempo ritrovato di Paolo Di Paolo

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Arianna Agudo

Se gran parte della fascinazione dell’archeologia risiede nel sottrarsi più o meno prolungato degli oggetti alla cattura del flusso storico, il ritrovamento delle fotografie scattate da Paolo Di Paolo tra il 1954 e il ’68, tornate alla luce dopo quasi cinquant’anni, sembra intriso dello stesso incanto: l’incanto di un tempo congelato che resiste alla prigionia del tempo lineare e, grazie al nascondimento e alla frattura creata da quello spazio vuoto, restituisce la storia alla sua discontinuità offrendole la latenza necessaria affinché la memoria diventi memoria. Temporalità che appare come una sorta di tautologia del tempo fotografico che, per definizione, si presenta come estrazione o ritaglio di un istante dal flusso della vita poi restituito come frammento (o come shock) in tutta la sua inattualità, in tutto il suo essere – irrimediabilmente – passato. Nella brusca interruzione e sottrazione dall’attività fotografica di Di Paolo c’è «tutta la potenza [di] ciò che viene tenuto in riserbo» (come dice Gianni Celati a proposito del Bartleby melvilliano, immagine della sottrazione per antonomasia): tutta la potenza della sospensione, di un abisso che accresce e annulla la distanza temporale conferendo alle immagini riemerse il senso di una prossimità distante, facendole riapparire come territorio vergine, incontaminato, non ancora soffocato dal racconto.

Questo svincolamento delle immagini dal “discorso” (storico e linguistico) riecheggia quello dell’esperienza fotografica alla quale l’autore era più legato, ossia la collaborazione con il giornale «Il Mondo», diretto da Mario Pannunzio, che lo lancia nel mondo della fotografia pubblicando continuativamente i suoi scatti (563 in tutto), fino alla chiusura del ’66. «Il Mondo», ricorda ironicamente Di Paolo, «aveva più scrittori che lettori»; e proprio per la sua difficile lettura si era deciso di far ricorso alla fotografia, pubblicando degli scatti di grande formato e immediatezza, dove l’immagine, tanto forte da “reggersi” da sola, appare in quanto immagine, conservando una straordinaria e inusitata indipendenza dalla parola scritta.

Dei quasi 250 mila scatti (tra negativi, diapositive e prove) ritrovati nell’archivio “sepolto” di Paolo Di Paolo dalla figlia Silvia, sono circa 300 quelli selezionati per la grande antologica dedicatagli dal MAXXI, con l’evocativo titolo Paolo Di Paolo. Mondo perduto. Curata con straordinaria sensibilità da Giovanna Calvenzi, la mostra sembra proporre una sorta di sinossi – o tassonomia – dell’Italia postbellica, uno schieramento paratattico in cui sfilano bambini ed ecclesiastici, presidenti e galeotti, spazi aperti e chiusi, macchine e sdentati, luoghi e non luoghi, intellettuali e paparazzi, divi e pellegrini, lavori e riposi. Divisa con morbidezza in diversi ambienti che sembrano altrettanti loci della memoria, sui quali lo sguardo di Paolo Di Paolo si posa con la stessa democratica gentilezza, lo spazio appare come unificato dalla voce dell’autore che si propaga dallo schermo dove viene proiettata, senza interruzioni, la videointervista in cui parla della sua collaborazione con la redazione de «Il Mondo» (della quale è presente anche una ricostruzione fatta di objets trouvés, recuperati dallo stesso fotografo, che danno vita a una sorta di installazione dal sapore insieme “domestico” e “storico”, molto vicina a quelle di Fabio Mauri).

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Protagonista indiscusso di questo caleidoscopico mondo perduto è Pier Paolo Pasolini, presente in diversi ritratti tra cui le immagini “rubate” (termine quanto mai improprio visto che prerogativa del suo lavoro era proprio la delicatezza e il rispetto per i soggetti fotografati) sul set del Vangelo secondo Matteo e quelle realizzate sullo sfondo del paesaggio lunare del Monte dei Cocci di Testaccio, che mostrano una Roma sfatta e in divenire. C’è poi il lungo corridoio con le fotografie scattate in occasione della collaborazione dei due al progetto La lunga strada di sabbia (avviato nel giugno del ’59), sorta di inchiesta fotografica e letteraria sulle vacanze degli italiani il cui titolo, ideato da Di Paolo, «voleva indicare la strada faticosa percorsa dagli italiani per raggiungere il benessere e le vacanze». Apre la serie la foto scattata allo stesso Di Paolo da Pasolini che, prendendogli in prestito la sua amata Leica, dà vita a un gioco di specchi rovesciati che include l’autore in un teatro animato da personaggi che, come dice Marco Belpoliti, «si mostrano e insieme vengono mostrati». Gioco di specchi che è anche gioco di rispecchiamenti perché, nonostante l’autonomia degli intenti e la diversità dei risultati (come sottolinea più volte Di Paolo), fotografo e scrittore convergono nel tono diaristico e intimistico, nel “grande fritto misto all’italiana” proposto da ciascuno con i propri mezzi e in quel particolare modo di mischiare i corpi al paesaggio, che sembra volerli cogliere sempre nell’istante in cui interagiscono con gli oggetti e con il mondo.

Come afferma Giovanna Calvenzi nel bel catalogo dall’omonimo titolo edito da Marsilio, Paolo Di Paolo. Mondo perduto (fotografie 1954-1968), che precede e affianca la mostra (con interventi di Giovanna Melandri, Bartolomeo Pietromarchi, Alessandro Michele, Silvia Di Paolo, Mario Calabresi, Paolo Pellegrin, Marco Belpoliti, Emanuele Trevi e lo stesso Di Paolo), vi è sempre una «”circolarità” di visione» che colloca «le persone nel rispetto dello spazio», le iscrive nei luoghi attraverso un gioco di sguardi e di piani sovrapposti che li mette in relazione empatica con il mondo, che li fa esistere in quanto “gettati” nel mondo e tra le cose (fa forse eccezione soltanto il potentissimo ritratto ravvicinato di Ezra Pound: unico a interagire solo con lo spettatore producendo per questo una sorta di shock, di brusca interruzione nel continuum degli “spazi circolari”).

Particolarmente interessante e acuta la lettura proposta nel catalogo da Marco Belpoliti di uno spazio-tempo in bilico tra quello di matrice bressoniana, sempre alla ricerca dell’attimo perfetto (e forse ancor più vicino alla casualità perfetta di Garry Winogrand che, rispetto a quella di Cartier-Bresson, appare più “terrena” e ancorata al mondo), e quel modo teatrale, squisitamente italiano, che può avere a mente «soltanto chi ha vissuto a Roma prima e durante la “dolce vita”». Da questo incontro tra la gravità leggera del “teatro all’italiana” e l’istante (che è sempre una sospensione tra un prima e un dopo e presuppone intrinsecamente la produzione di un’aspettativa) si produce un’ironia soave e delicata, come quella che traspare nella fotografia di Giuseppe Ungaretti con il suo gatto (1961) o quella “metafisica” che coglie di sorpresa un Giorgio de Chirico che attraversa la strada mentre un uomo trasporta una grande cornice vuota su una bicicletta o, ancora, nella serie della Lunga strada di sabbia, quella che ritrae un uomo di spalle che sembra intento a dirigere un’indomita orchestra di sedie a sdraio. E proprio le schiene potrebbero essere le altre grandi protagoniste della mostra: una presenza costante che accentua il gioco della circolarità e, trasformando il soggetto osservato in soggetto osservante, lo esclude dalla fotografia rendendolo presenza misteriosa nel “teatro della visione”: una presenza che si pone come massima negazione dell’essere in posa perché, d’altronde, quel che conta è «guardare e vivere, scattare e vivere. L’importante è sempre vivere», scrive Belpoliti, e «ogni scrittore, poeta, intellettuale o giornalista è visto dentro la vita, la sua e quella di Paolo Di Paolo».

Paolo Di Paolo

Mondo perduto

a cura di Giovanna Calvenzi

Roma, MAXXI, dal 17 aprile al 30 giugno 2019

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