Contrordine, a Istanbul si rivota

Fabio Salomoni

È durata solamente diciannove giorni l’esperienza del sindaco Imamoğlu al comune metropolitano di Istanbul. Il 6 maggio la Commissione Elettorale Centrale -YSK- ha annullato le lezioni del 31 marzo e ne ha indette di nuove per il 23 giugno prossimo. Fino ad allora la poltrona di sindaco sarà occupata dal prefetto della città. La sentenza della YSK ha, temporaneamente, messo fine a un'estenuante maratona fatta di ripetuti ricorsi, accuse e illazioni durata più di un mese. Inizialmente il partito AKP del presidente Erdoğan aveva chiesto in alcune circoscrizioni il riconteggio dei voti nulli. Il riconteggio ha ridotto ma non annullato il vantaggio di Imamoğlu che ha mantenuto uno scarto di circa tredicimila voti. Si è passati quindi a chiedere di verificare la composizione delle liste elettorali della municipalità di Büyükçekmece. Per un paio di giorni centinaia di poliziotti hanno battuto il quartiere casa per casa per verificare l’identità degli elettori. Dopo che anche questo tentativo è andato fallito, tra i ranghi dell’opposizione si è rafforzata l'impressione che Erdoğan avesse accettato la sconfitta e che i ricorsi fossero solamente un tentativo di prendere il tempo necessario per metabolizzare lo scacco. Niente di tutto ciò. Il 19 aprile in un piccolo villaggio della regione di Ankara, durante il funerale di un militare ucciso dal PKK, una folla ben poco spontanea ha tentato di linciare il segretario del partito di opposizione Kılıçdaroğlu. Nonostante la presenza del ministro della difesa e del questore di Ankara, il segretario è stato sottratto a stento dalle grinfie della folla inferocita. Le immagini dell’anziano segretario preso a pugni grazie anche a un servizio d’ordine quantomeno inefficace, hanno fatto riemergere nei sostenitori ansie e timori che fino a quel momento sembravano essere stati accantonati. Il quattro maggio poi, alla vigilia della sentenza della YSK, una dichiarazione lapidaria di Erdoğan è suonata come l’anticipazione della sentenza: “Fino ad ora sono rimasto in silenzio. Ci sono stati brogli e irregolarità. Cancellare queste irregolarità renderà giustizia alla YSK e allo stesso tempo porterà sollievo ai cuori del nostro popolo”. Il contenuto e il tono di queste dichiarazioni hanno d’un tratto chiarito le dichiarazioni del presidente all’indomani del voto quando sosteneva che era il momento di far raffreddare il ferro rovente e indicato come egli non avesse nessuna intenzione di rinunciare a Istanbul.

Due giorni dopo la Commissione Elettorale ha annullato le elezioni accogliendo il ricorso presentato dall’AKP secondo il quale vi sarebbero state delle irregolarità nella composizione dei seggi elettorali. Una riforma del 2018 ha stabilito che i presidenti dei seggi elettorali debbano essere dei funzionari pubblici. Una norma che aveva suscitato non poche proteste perché aumenta il controllo sul processo elettorale da parte di un apparato burocratico statale tutt’altro che guidato dai principi di imparzialità. Il ricorso dell’AKP denunciava che i presidenti di circa duecento dei trentamila seggi cittadini non erano dei funzionari pubblici. Dal punto di vista strettamente legale la sentenza della YSK, approvata con sette voti a favore e quattro contrari, si presenta con caratteristiche alquanto improbabili.

Innanizuttto già in precedenza la stessa Commissione aveva stabilito che eventuali irregolarità nella composizione dei seggi e degli scrutatori non potevano essere motivo di annullamento delle elezioni. I giudici che hanno espresso voto negativo si sono appellati proprio a questo precedente. Delle motivazioni dei giudici che hanno votato per l’annullamento invece per il momento non c’è nessuna traccia. Nessuna indicazione di come la presenza di queste irregolarità avrebbe inficiato il voto. Nessuna spiegazione, nemmeno da parte dei membri dell’AKP che si limitano a ripetere che le elezioni sono state caratterizzate da brogli, irregolarità e furti di voti senza fornire ulteriori dettagli, fornendo quindi buone ragioni a coloro che sostengono che la Turchia sia il paese per eccellenza della post-verità. L’aspetto veramente paradossale della sentenza è però un altro. Il 31 marzo gli elettori di Istanbul insieme al sindaco sono stati chiamati a votare anche per il consiglio comunale, per il sindaco della loro municipalità e per il muhtar, il rappresentante della amministrazione locale a livello di quartiere, una figura che è un lascito della storia ottomana. Ebbene, la Commissione elettorale ha annullato solamente l’elezione del sindaco cittadino lasciando senza risposta la domanda su come sia potuto accadere che gli scrutatori abbiamo potuto influenzare solamente una delle quattro schede deposte nell’urna dall’elettore.

Una sentenza politica quindi. Se ancora ce ne fosse bisogno la dimostrazione che il sistema presidenziale in vigore dal 2017 ha quasi completamento annullato la separazione dei poteri di un sistema democratico, ormai relegato a un ruolo quasi puramente formale. Allo stesso tempo conferma un elemento della tradizione repubblicana per cui il potere giudiziario ha avuto la sistematica tendenza ad allinearsi alla volontà del potere politico. I primi anni dell’ascesa dell’AKP e l’atteggiamento dell’establishment anche giudiziario, a tal proposito offrono una casistica abbondante.

Difficile sostenere che l’opinione pubblica sia stata veramente sorpresa dalla sentenza. In fondo sospetto, sfiducia oppure, per citare quanto scrito tempo fa dall’antropologa Navaro-Yashin, il cinismo, sono parte integrante dell’atteggiamento con cui il cittadino turco, di qualunque tendenza politica, guarda allo stato e alle sue istituzioni.

Nessuna sorpresa ma rabbia e indignazione. “Morte della democrazia, assassinio del diritto, vergogna, rapina” i commenti che sono arrivati dai rappresentanti dell’opposizione e dai pochi media non filo-governativi che sfuggendo al conformismo dominante si sono ritagliati degli spazi di visibilità nel mondo del web. La vera novità sono state le reazioni arrivate da attori sociali “non-convenzionali” suggerendo che il muro di silenzio e di conformismo che domina l’atmosfera politica da anni, comincia a mostrare qualche concreto segno di cedimento. In primis si sono fatti sentire gli ex compagni di viaggio del presidente Erdoğan che dopo molte illazioni e attese hanno deciso, quasi all’unisono, di prendere posizione pubblicamente. Il tweet dell’ex presidente della Repubblica e co-fondatore dell’AKP, Abdüllah Gül ha fatto parecchio rumore accostando la sentenza della YSK a quella della Corte Costituzionale che nel 2007 con un doppio salto mortale giuridico aveva cercato di impedirne, senza successo, l’elezione alla massima carica dello stato. “Constato con rammarico -concludeva Gül- che da allora non abbiamo fatto progressi”. La presa di posizione di Gül ha rafforzato le voci sempre più insistenti che vorrebbero l’ex presidente impegnato con un altro ex di lusso, il ministro dell’economia Babacan, nel progetto di fondazione di un nuovo partito. Anche un altro ex pezzo da novanta del partito ha colto l’occasione per esprimere il suo dissenso. Ahmet Davutoğlu, l’accademico e ideologo della politica estera “neo-ottomana”, ex primo ministro, allontanato da Erdoğan perché troppo ingombrante, ha a sua volta scritto che la sentenza della YSK mina alla base i valori del popolo e la sua fiducia nella democrazia. Al coro delle proteste si è aggiunta la voce di un attore che da tempo era scomparso dai radar del dibattito politico. La confindustria, TÜSIAD, fino ai primi anni duemila attiva nel dibattito sulla democratizzazione, con l’ascesa dell’AKP, dopo una fase conflittuale, aveva trovato il modo di adattarsi al nuovo regime e ai vantaggi del boom economico che ne era seguito. Inquieti per la crisi economica alle porte, gli industriali hanno dichiarato che in questo momento invece che contestare i risultati elettorali sarebbe meglio occuparsi delle questione economiche. Questa pur timida presa di posizione non è piaciuta ad Erdoğan che ha risposto sprezzante: “Da alcuni imprenditori arrivano commenti bizzarri, State al vosto posto” . A quella della TÜSIAD e di singoli industriali si è aggiunta anche la voce del mondo dello spettacolo che ha raccolto l’invito di Imamoğlu a far sentire la sua voce. L’hastag “andrà tutto bene” lanciato da Imamoğlu ha avuto centinaia di rilanci da parte di cantanti e artisti vari e ovviamente provocato nuovi commenti sprezzanti da parte di rappresentanti dell’AKP.

Alcuni commentatori hanno definito la sentenza della YSK il più grave errore nella carriera politica di Erdoğan. Un giudizio fondato sulla presunta mancanza di razionalità del presidente, spinto a interferire pesantemente in un procedimento giuridico, solamente per non rinunciare a quella che in fondo è un’amministrazione locale. Sull’importanza di Istanbul si è già detto tutto: il suo ruolo simbolico e l’attaccamento del presidente alla sua città natale; il ruolo dell’amministrazione di Istanbul di cassaforte finanziaria e clientelare per il partito del presidente; a queste ragioni se ne possono aggiungere altre ancora. La volontà di tagliare la strada all’ascesa di un stella politica, quella di Imamoğlu, che sembra avere tutte le caratteristiche per poter presto brillare anche a livello nazionale; il timore che vengano a galla corruzioni e irregolarità di un’amministrazione che da venticinque anni è nelle mani di partiti conservatori. Tutto vero, però in fondo, si dice, Erdoğan ha gli strumenti per limitare l’autonomia dell’amministrazione municipale e anche di ostacolarne il funzionamento, per arrivare a dimostrare l’incapacità del CHP di amministrare la città più importante del paese. In fondo, si dice, nonostante la sconfitta alle amministrative Erdoğan continua a mantenere la maggioranza di consensi a livello nazionale. Se nonostante tutto ciò il presidente ha deciso in modo clamoroso di non rinunciare a Istanbul, non rimane che prendere atto ancora una volta di come la politica turca metta fuori gioco gli strumenti “razionali” di comprensione oppure imponga di trovare “razionalità alternative”.

Per quanto riguarda l’opposizione, dopo la sentenza lo smarrimento e la rabbia hanno ben presto lasciato il posto alla mobilitazione e al desiderio di rivincita. Accantonata l’opzione del boicottaggio, Imamoğlu ha rilasciato una serie di dichiarazioni nelle quali ha rilanciato la sua immagine di uomo del dialogo e della forza gentile e ha iniziato a iniettare massicce dosi di ottimismo e fiducia all’insegna dello slogan “Andrà tutto bene”. Un ottimismo, quasi “irrazionale”, che viene già alimentato da alcuni sondaggi che danno Imamoğlu in vantaggio di almeno due punti percentuali.

Indubbiamente l’entusiasmo dei supporter di Imamoğlu è giustificato da un paio di elementi inconfutabili. In primo luogo i risultati del 31 marzo per la prima dopo anni di sconfitte hanno mostrato che è possibile conquistare la maggioranza delle urne. La sconfitta quindi ha perso il suo carattere di fatalistica inevitabilità. In secondo lugo la sentenza della YSK ha fornito a Imamoğlu una sorta di vantaggio morale e psicologico di fronte all’elettorato: quello di essere vittima di una palese ingiustizia. Il “paradigma vittimario” è da tempo una risorsa fondamentale per la costruzione di narrative politiche. È stato un elemento centrale del discorso con il quale Erdoğan e l’AKP hanno conquistato la fiducia degli elettori conservatori. L’evocazione delle ingiustizie, vere o presunte, che gli elettori e i politici conservatori hanno subito nel corso della storia repubblicana da parte dell’establishment kemalista è stata un carburante formidabile per produrre il consenso e il successo del presidente. Il paradigma della vittima per ultimo si è alimentato con il tentato colpo di stato del 2016 dove il ruolo del carnefice è passato dai kemalisti al nemico interno, impersonato dal movimento gülenista. La sentenza della YSK offre adesso all’avversario di Erdoğan l’opportunità di invocare per sé il ruolo di vittima del sistema. Una situazione rischiosa per Erdoğan tanto che negli ultimi giorni il presidente ha cercato di contrastare il discorso di Imamoğlu ricordando come la storia del partito CHP sia una storia di brogli e soprusi. Smontare l’immagine di Imamoğlu come vittima e dipingerlo invece come il carnefice, architetto di brogli elettorali sventati in extremis dalla Commissione elettorale, si annuncia fin da ora come uno dei leit motiv della prossima campagna elettorale dell’AKP e del suo, assai poco entusiasta, candidato Binali Yıldırım.

Messi da parte per un momento l’ottimismo e le considerazioni sui pronostici favorevoli a Imamoğlu, vale la pena tornare agli elementi emersi dalle elezioni di marzo. La bruta realtà dei numeri racconta che la vittoria di Imaoglu è stata un vittoria risicata, fondata su una differenza di poche migliaia di voti. Se l’opposizione ha conquistato il comune metropolitano, il partito di Erdoğan ha conquistato comunque ventiquattro delle trentanove municipalità cittadine. In altri termini la forza della coalizione di governo AKP-MHP rimane sostanzialmente invariata.

Quali sono gli elementi che hanno giocato un ruolo decisivo nei risultati del 31 marzo?

L’affluenza, 84%, è stata come sempre molto elevata. In Turchia non servono spot televisivi per convincere gli elettorali ad andare alle urne. Tuttavia rispetto alle precedenti elezioni del 2014 quando votò l’89% degli aventi diritto, vi è stata una flessione significativa. Molti elementi indicano come tra i nuovi astenuti vi siano molti elettori dell’AKP che per dimostrare la loro insoddisfazione hanno scelto l’astensione. In termini assoluti gli astenuti sono stati un milione e seicentomila e il loro comportamento sarà uno degli elementi decisivi il 23 giugno.

Il secondo elemento importante è stato il voto dell’elettorato curdo. Nelle elezioni del 2014 il candidato del partito HDP ha ottenuto più di 400.000 voti, il 4,8% del totale. Lo scorso marzo gran parte di questi voti sono andati a Imamoğlu, vista la decisione dell’HDP di rinunciare a un suo candidato. Garantire il sostegno dell’elettorato curda sarà un’altra variabile deicsiva per Imamoğlu.

Infine una parte dei voti di Imamoğlu, è probabilmente arrivata da quegli insoddisfatti elettori dell’AKP che hanno scelto di non astenersi. È su queste tre categorie di elettori che si concentreranno gli sforzi dei due candidati.

Le elezioni del 23 giugno saranno, come ha detto Kılıçdaroğlu, elezioni che riguardano tutta la nazione. Per l’occasione i contendenti promettono una mobilitazione eccezionale. Il leader nazionalista Bahçeli, sodale di Erdoğan, ha già annunciato di voler trasferire il suo quartier generale a Istanbul per la campagna elettorale. Non è difficile immaginare che Erdoğan e la sua coalizione mobiliteranno al massimo le loro già enormi risorse finanziarie e organizzative per convincere la massa degli astenuti e degli insoddisfatti. Infine tra le variabili da tenere in considerazione non possono mancare le doti camaleontiche del presidente e il suo spregiudicato machiavellismo. Le avvisaglie non mancano: la violenta campagna elettorale di Erdoğan si era basata sulla demonizzazione del partito filo-curdo HDP e sull’accusa di tradimento della patria per Imamoğlu, accusato di accettare i voti curdi. Il giorno della sentenza della YSK gli avvocati di Abdüllah Öcalan, fondatore del PKK, annunciavano di aver avuto per la prima volta dopo otto anni il permesso di visitare in carcere il loro assistito. Dato che un’iniziativa del genere è impensabile senza l’approvazione del Presidente, non si può che constatare l’ennesima acrobazia di Erdoğan per riguadagnare il voto degli elettori curdi facendo intravvedere la possibilità di un nuovo processo di pace.

Queste considerazioni su comportamenti variabili elettorali sarebbero però incomplete senza un riferimento alla dimensione irrazionale o meglio fantasmatica. Basta una veloce immersione nei social media o nelle conversazioni nei caffè per verificare quali fantasmi agitano i sonni degli elettori di Imamoğlu. Si evocano brogli nella composizione delle liste elettorali; l’intenzione del governo di inviare a Istanbul centomila poliziotti-elettori; si prospetta la possibilità di una nuova stagione di attentati oppure di nuovi conflitti militari nell’est della Turchia oppure in Siria. Gli incubi dell’opposizione prendono in considerazione tre opzioni: che le elezioni vengano annullate, che vengano truccate oppure che in caso di nuova vittoria di Imamoğlu non vengano riconosciute. Fantasmi in realtà solo parzialmente irrazionali visto che la storia recente e recentissima offre motivazioni assai razionali per rendere questi fantasmi assai razionali.

A solo un mese di distanza però il quadro generale si presenta già abbastanza modificato rispetto alle precedenti elezioni. Intanto il pluralismo delle reazioni suscitate dalla sentenza della YSK mostra come il sistema Erdoğan non sia più così compatto e anche come la posizione del presidente sia diventata più fragile. Dal giorno delle elezioni a oggi la lira turca si è svalutata di un ulteriore 15% rispetto al dollaro e le riserve in valuta della banca centrale si stanno riducendo nel tentativo di arginare il crollo. Un’inflazione vicina al 25%, il tasso di disoccupazione prossimo al 15% e previsioni di crescita negativa intorno al 2% completano il quadro negativo dell’economia del paese. Sul piano internazionale poi la Turchia continua a godere di un isolamento tutt’altro che dorato. Le critiche, seppur molto contenute, arrivate da UE, Germania e Stati Uniti alla sentenza della YSK ne sono l’ultimo esempio. Proprio quella con gli USA è la relazione al momento più problematica. I due paesi sono impegnati in un lungo braccio di ferro intorno alla volontà della Turchia di acquistare le batterie missilistiche russe S-400. L’eventuale peggioramento delle relazioni e lo spettro di sanzioni economiche americane sarebbero un duro colpo per l’economia turca.

È evidente quindi che in un contesto così delicato e conflittuale ogni nuova interferenza nel processo elettorale avrebbe delle conseguenze pesanti sull’economia e sulla politica del paese. Ragionevole sarebbe quindi concludere che le elezioni si terranno in un clima di correttezza , che Imamoğlu ha buone possibilità di rivincerle e di essere il nuovo sindaco di Istanbul. Ragionevole sarebbe pensare che il presidente accetti che quella fase apertasi il 31 marzo si concluda in modo pacifico e che dalla fase del conflitto generalizzato si passi a una ricerca di compromessi. Tutto ciò sarebbe certamente ragionevole. Ma il condizionale è d’obbligo per chi segue le vicende turche. In altri termini come dice un’espressione popolare evocata di fronte a qualunque contrattempo “Questa è la Turchia”. Dove tutto è possibile.

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