Speciale Biennale 2019 / Apocalypse_Biennial. Il mattino ha l’oro in bocca

Manuela Gandini

Manuela Gandini

È un mondo liquido, umido e affollato come quello di Blade Runner. La 58esima Biennale di Venezia – diretta dal curatore inglese Ralf Rugoff – presenta all’unisono l’aspetto apocalittico di questi nostri “tempi interessanti”. Un immaginario omologato sulla catastrofe e la post-politica, ma eterogeneo nei materiali, si stende dai Giardini all’Arsenale dove, tra tutte le macerie del presente, troviamo il re dei ready-made. E’ il barcone dei migranti affondato nel 2015 nel quale morirono centinaia persone voluto a Venezia dall’artista svizzero Christoph Büchel.

Le domande immediate – mentre cerchiamo di immaginare lo spazio fatto per 25 persone ma occupato da oltre 700 – sono: “Come stavano viaggiando quei corpi senza nome? Quanto dureranno ancora le deportazioni? Qual è il confine tra il relitto e il suo status di opera d’arte?”

Girando la Biennale troviamo ovunque plastiche, carcasse di animali morti, acque stagnanti, rami secchi, robot inquietanti, ominidi e intelligenze artificiali. May You Live In Interesting Times?, che tu possa vivere in tempi interessanti?, è il titolo-domanda che il curatore propone cercando di decodificare la complessità del presente. I 79 artisti che espongono in ambo le sedi, Giardini (B) e Arsenale (A), presentano caratteristiche diverse tra loro. All’ingresso del Padiglione Centrale ai Giardini una nebbiolina di vapore acqueo, installata da Lara Favaretto, cancella il nitore istituzionale del suddetto padiglione. La dispersione, che troveremo nel percorso sovraffollato e confuso della mostra principale, è anticipata da tre sacchi neri d’immondizia, fatti di marmo, dall’artista albanese Andreas Lolis. Lo spazio è saturo di giocattoloni come la mucca su rotaia in scala 1:1 del cinese Nabuqi, a metà tra Heidi e la fine del mondo, o i monoliti del coreano Lee Bul, fatti con materiali organici e sintetici. I paesaggi che si incontrano sono artificiali, la luce che illumina il presente è artificiale, l’intelligenza mostrata nei video è artificiale. La sensazione, in questa interminabile passeggiata nei gironi dell’inferno, è di non avere scampo. È un film horror il cui contesto è l’obsolescenza di massa con apparizioni raffinatissime e precipizi emotivi. La visita, opera dopo opera, è come l’esplorazione delle camere nell’Overlook Hotel, l’albergo di Shining (Stanley Kubrick 1980), dove il protagonista Jack (Nicholson) impazzisce e, come il custode che lo precedette, vuole sterminare la famiglia.

Di fronte a Can’t Help Myself di Sun Yuan e Peng Yu, mi è apparsa l’inondazione di sangue della camera 237 vista dal figlio di Nicholson come memoria del massacro compiuto dall’altro custode. L’installazione in oggetto consiste in un grande braccio robotico che spazza, senza sosta, un liquido rosso-sangue foriero di massacri di massa. Il Padiglione Israeliano presenta, per contro, il lavoro di Aya Ben Ron che consiste in una sorta di ospedale per la cura di sé. L’installazione prevede le funzioni che si trovano nelle strutture sanitarie: dal numero assegnato nella sala d’aspetto all’asettico percorso che conduce il visitatore in una camera chiusa e poi di fronte a delle sedute video. In uno dei video proposti, un uomo palestinese, con una maschera di agnello, si masturba per alcuni minuti. Dopo l’eiaculazione solleva parzialmente la maschera e sputa sulla telecamera, cioè direttamente a chi guarda il video. Più che un processo di cura è una provocazione vomitevole e gratuita. Ma, tant’è, questa è la follia contemporanea all’esasperata ricerca di sensazionalismo e celebrazione della catastrofe. È una sorta di pensiero magico distorcente che mette ritualmente in scena la fine miserrima di ogni specie vivente.

Tra le opere più interessanti troviamo il padiglione francese con un’installazione di Laure Prouvost la quale sovverte il percorso abituale, facendo entrare i visitatori da un ingresso sotterraneo. Ci immerge letteralmente in un mondo liquido con colombe vive, piccioni impagliati, mozziconi di sigaretta, tentacoli, alghe e spazzatura. Poi ci invita in una stanza che somiglia al bar sotto il mare con un video surreale e plastico. Anche la Germania, con l’opera collettiva di Natascha Süder Happelmann ha l’ingresso principale chiuso. Dalla porta di servizio si approda in uno spazio di cemento con un grande muro inclinato come una diga. Contenimento, isolamento e accumulazione sono i concetti che, a partire dall’installazione, si evolvono attraverso dibatti e pubblicazioni a venire.

Il viaggio all’Arsenale non è meno ostico e allarmante del precedente. La dimensione post-umana è immediatamente percepibile nell’installazione complessa e avvincente di Ed Atkins che, attorno a un guardaroba di vecchi abiti da scena, distribuisce video con uomini virtuali che, privi di espressione, piangono continuamente. In un gioco senza senso i loro corpi, privi di volontà, vengono presi e spalmati in grandi sandwich sui quali colano ketchup, cioccolata e cipolle. E’ metafora di un capitalismo vorace e cannibale associato a una tecnologia tentacolare, fredda e minacciosa. Due padiglioni dissonanti, due voci fuori dal coro, in questo breve excursus sono quelli del Ghana e dell’India. Il primo, intitolato Ghana Freedom - tra opere legate a diaspore e tradizioni - presenta un film a tre canali di John Akomfrah. Il girato di 50 minuti è una poesia che porta in evidenza il respiro della terra, il deserto, il cammino degli uomini e degli elefanti ma anche la colonizzazione e la distruzione. Drammatico e struggente è forse l’opera più bella e intensa della Biennale. Il padiglione indiano è fortemente incentrato sulla figura di Gandhi come, nonostante tutto, portatore di un messaggio di speranza e responsabilità individuale che contrasta la visione massificata, chiusa, antropocentrica di questi nostri “tempi interessanti”. Jitish Kallat invita ad attraversare un muro di vapore sul quale è proiettata la lettera che il Mahatma Gandhi scrisse ad Hadolf Hitler nel 1939, per scongiurare lo scoppio della guerra.

Infine, Né altra, né questa: la sfida del Labirinto è il titolo del Padiglione Italia curato da Milovan Farronato con Enrico David, Liliana Moro e la “compagna astrale” Chiara Fumai. Un labirinto che permette di tornare sui propri passi e scoprire lentamente le opere dei tre artisti. Dal bar con ombrelloni e la colonna sonora di “Bella Ciao”, di Liliana Moro, alla ricostruzione dello studio claustrofobico e asettico di Enrico David, il labirinto ci porta sulle tracce dell’esoterico cammino di Chiara Fumai.

Il ghigno di Jack Nicholson mi risuona alla fine del viaggio. L’immagine emergente di un’apocalisse reiterata e continua prodotta da questa Biennale, quasi fosse frutto di un unico artista, mi ricorda il manoscritto del romanzo del protagonista di Shining. Jack, anziché scrivere una storia, ripete riga dopo riga, pagina dopo pagina, sempre la stessa frase: il mattino ha l’oro in bocca.

Una risposta a “Speciale Biennale 2019 / Apocalypse_Biennial. Il mattino ha l’oro in bocca”

  1. Gentile Manuela,
    credo che non andrò, il suo articolo è esplicativo e la ringrazio per la chiarezza. Non andrò o meglio non lo so. E’ come quando ci sono le elezioni, magari si vota per protesta, nella speranza, e poi va a finire come sappiamo già. Forse una Biennale in cui vi siano positivo e negativo renderebbe sì consapevoli del disastro planetario ma al tempo stesso fornirebbe strumenti per soluzioni più o meno immaginarie. Tornano le parole del vecchio Marcel che andava oltre la scelta di bello, brutto e indifferente.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Il tuo commento dovrà essere approvato prima di apparire.