Stefano Scodanibbio, perturbati

Mario Gamba

Stefano Scodanibbio è stato un gran dispensatore di piacere per chi segue le cose della musica. Soprattutto per il fatto di non essere limitato come lo sono – che tristezza! – tanti musicisti, «colti» o «extracolti» non fa differenza, o se la fa è a svantaggio di quelli «colti». Un compositore e strumentista, difficile o inutile o dannoso separare i due ruoli, che ruoli non sono mai stati per lui, e un intellettuale, un uomo, appassionato di arti, certo, e luoghi, certo, di libri e scrittori di libri, e anche della conflittualità tra le idee e tra i soggetti sociali che stanno nel mondo. Un vero peccato che questa sia una dote rara nel campo musicale, dove vedi tutti intenti a compilare dati tecnici incomprensibili e a dar notizia di fatti musicali, solo musicali mi raccomando, e a ignorare il pensiero divergente, il pensiero ribollente, il pensiero innovatore, il pensiero regressivo che ci sono nella musica come in ogni arte e come dappertutto.

Nel libro di suoi scritti che ora esce da Quodlibet Scodanibbio mostra in maniera chiara questa sua vorace propensione a osservare, conoscere, giudicare, prender parte, godere a tutto campo. Oltre la musica, oltre quel suo impegno, spesso febbrile, di suonare il suo strumento «fuori formato», il suo strumento incluso solo in epoca recente nella produzione importante di grandi autori: il contrabbasso. L’impegno di interpretare le musiche proprie e di altri (sempre più le proprie col passar del tempo). E poi l’impegno di interpretare il vivere con la scrittura sul pentagramma (matita e gomma, alla vecchia maniera) quanto e più della «scrittura», a volte istantanea, non fissata su carta, della mano che impugna l’archetto e delle dita direttamente sulle corde e sulla cassa dell’immane macchina sonora. Una macchina-corpo, così adatta a diventare corpo in fusione col corpo dell’interprete – di quell’interprete – come nota nella prefazione Giorgio Agamben, curatore del volume insieme a Maresa Scodanibbio, compagna di una vita di Stefano.

Al sodalizio intellettuale, all’amicizia, alla frequentazione con Agamben il musicista-scrittore morto in giovane età (nel 2012 a Cuernavaca, in Messico, uno dei suoi luoghi d’elezione, lo stesso del Lowry di Sotto il vulcano) dedica un capitolo dei Ritratti ed echi, titolo della prima breve parte del libro, così come breve è la terza parte, Note ai pezzi, mentre la parte centrale, Taccuini 1977-2011, è la più estesa in numero di pagine e in quantità e densità (e ricercatezza letteraria) delle riflessioni. Sarebbe interessante e divertente scommettere sulla corrispondenza tra il celebre slogan agambeniano, «potenza destituente», e la musica di Scodanibbio, e la sua poetica. Più vicina a questa ipotesi filosofico-politica o più vicina a quella di un Antonio Negri col suo slogan «potere costituente»? Si sa che nelle aree del pensiero antagonista questi due slogan sono agitati spesso come antitetici.

Un libro di Agamben, La fine del pensiero, fa da spunto a una delle opere più significative, per molti aspetti sconvolgente, di Scodanibbio, Oltracuidansa per contrabbasso e nastro su otto canali con suoni di contrabbasso (niente di sintetico in questo brano). Ma Il cielo sulla terra, unico lavoro di teatro musicale firmato da Scodanibbio (una vicenda in sei scene che prende le mosse dal ’77 italiano, con dieci strumentisti, due danzatori, video, elettronica, un coro di bambini), pur avendo ancora Agamben tra gli ideatori o suggeritori più o meno puntuali, annovera in alcune rappresentazioni la voce recitante di Negri. Scrive Scodanibbio il 21 gennaio 2006 a Venezia: «… Negri, a casa sua, quando gli ho esposto il progetto mi ha detto “voglio parlare con il musicista, non con il librettista”», e non si può che restare ammirati dalla battuta di un pensatore e attivista rivoluzionario che dopo aver esaltato l’autonomia operaia vuol mettere in primo piano l’autonomia della musica. Tutti lampi di episodi suggestivi, ma non si può dire che l’opposizione tra i due slogan sia stata risolta, come spesso ci si augura, dall’opera in musica di Scodanibbio.

A Barcellona l’8 febbraio 2006 Scodanibbio scrive: «… è solo l’idea di lavorare (davvero come non mai) per un’opera sul Ne travaillez jamais che mi sostiene…». E qui ci passano davanti Debord (il primo a scrivere sui muri quella meravigliosa frase), il maggio francese, Agamben, Negri (contro il lavoro: ecco il comunismo). Tanti nomi, tante situazioni che sicuramente attraversano la vita e la musica di Scodanibbio, ma per poter sintetizzare una sua visione torna utile la sua annotazione a Bologna del 19 dicembre 2004 a proposito del movimento del’77 che in quella città ebbe le più varie caratterizzazioni: «… la cosa fondamentale era non prendere il potere, lasciandolo piuttosto agli altri, mentre noi si bighellonava costruendo comunque un modo di vita “altro”».

Studiamo la sua visione della musica, piuttosto. In senso stretto. Se possibile, ma sappiamo che non è possibile, e per fortuna. «Se prima cercavo di scrivere quello che immaginavo adesso scrivo quello che non avrei mai immaginato e che il caso non cessa mai di presentarmi. Rifiuto di ogni subordinazione del contenuto alla forma», così scrive Stefano nell’agosto 2005. Si direbbe un elogio dell’informale. E un criterio compositivo definibile in questo modo si trova nelle opere di Scodanibbio, certo che si trova. Anche se il suo «stile» è più nomadico che informale, anche se la sua musica è musica del viaggio (Yoyage that never ends ma non solo) come instabilità intensa degli stati dell’essere.

Che importanza avranno mai le definizioni! Nessuna. Qualcuna. L’Ottetto per ensemble di otto contrabbassi, ultima memorabile scrittura per suoni (come è memorabile la scrittura «da scrittore», sperimentale sciolta avventurosa ermetica, che leggiamo in questo libro) è presentato da uno Scodanibbio ormai sulle soglie della morte, atroce, per una forma gravissima di SLA, con parole di grande impatto letterario che potrebbero non essere incompatibili con l’operare di un artista alla Jackson Pollock, oppure alla Cecil Taylor. «Senza capo né coda. Sauvagerie totale, orizzonti dischiusi. Documentare un’attività solitaria. Manualità fuori da ogni ordine precostituito. Musica come maniera di esistere. Bio-grafismo. Stato di grazia… stato di veglia… accentuando il disordine linguistico e il disorientamento esistenziale. Perturbati».

Stefano Scodanibbio

Non abbastanza per me. Scritti e taccuini

a cura di Giorgio Agamben e Maresa Scodanibbio

Quodlibet, 2019, 304 pp., € 19

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Il tuo commento dovrà essere approvato prima di apparire.