Luigi Ghirri, lezioni di visibilità

Marie Rebecchi

E la luna è una palla ed il cielo è un biliardo
Quante stelle nei flipper sono più di un miliardo
Marco è dentro a un bar
Non sa cosa farà
Poi c’è qualcuno che trova una moto, si può andare in città

Lucio Dalla, Anna e Marco, 1979

 Luigi Ghirri, Paris 1972

Ci sono due modi di pensare per immagini il mondo circostante e l’universo distante: il Puzzle e il Lego (Giorgio Stabile, Puzzle e Lego: l’enciclopedia e le sue forme, 2000). Il mondo inquadrato da un’idea, scomposto e ricomposto dallo sguardo, e il mondo sempre aperto, dove nessuna idea può misurare lo spazio di una cornice. Luigi Ghirri sceglie di catturare porzioni di mondo in un paziente gioco cartografico di ricomposizione di frammenti: mappando i territori del visibile e incastrando con l’obiettivo le tessere di un “kodachromatico” puzzle-mondo incorniciato da una circonferenza d’idee.

Luigi Ghirri Cartes et territoires, la mostra in corso al Jeu de Paume di Parigi a cura di James Lingwood, in collaborazione con il Museo Nacional Centro de Arte Reina Sofia e il Museum Folkwang di Essen, rimette in scena la struttura della prima rilevante antologica di Ghirri, Vera fotografia, presentata a Parma nel 1979 a cura di Arturo Carlo Quintavalle e Massimo Mussini. La mostra invita a un viaggio attraverso quattordici territori fotografici degli anni Settanta, in costante equilibrio tra due idee di spazio – tra due Espèces d’espaces, per dirla con Georges Perec, figura che guida senza patente il visitatore lungo l’intero percorso espositivo. Due geografie, urbana e astronomica, e due scale d’idee per rappresentarle in immagine: il banale mai scontato e il concettuale mai autoreferenziale. Dalla palindromica regione di fotografie intitolata Italia ailati (1971-1979) alla serie Atlante (1973); da Colazione sull’erba (1971-1974) a Infinito (1974).

Geometra di professione, fotografo per vocazione, Ghirri già nelle “Fotografie del periodo iniziale” (1970-1973) dichiara di non voler scattare immagini fotografiche ma disegnare carte e mappamondi (che sono anche fotografie). Modena, Scandiano (suo paese natale), Lucerna, Amsterdam, Zurigo, Parigi. Un viaggio centrifugo per l’Europa centrale che comincia al Km 0,250 (1973) con un leporello di affreschi pubblicitari ridotti in scala 1:10 e affissi al muro perimetrale dell’autodromo di Modena. Una captazione frontale di uno spazio familiare e perturbante, ordinario e ottuso, ovvio e ostinato, liscio e sfuggente. Lo spazio di un’Italia che si attualizza e banalizza, offrendo “sensi terzi” e melodie fintamente orecchiabili all’occhio perspicuo e all’orecchio attento del cartografo-fotografo, sempre vigile nei confronti delle svelte modificazioni che avvengono sul corpo del suo paese (il fotografo emiliano discuterà di questo movimento dello sguardo sul territorio italiano in una preziosa conversazione con Marco Belpoliti del 1984, realizzata a seguito dell’inaugurazione a Bari della mostra fotografica Viaggio in Italia, curata da Ghirri stesso con Gianni Leone ed Enzo Velati).

Negli stessi anni, l’inizio dei Settanta, Georges Perec descrive e riscrive la stessa “specie di spazi”, inseguendo la “concretezza del mondo (concrétude du monde)”: qualcosa di chiaro, di vicino. Il viaggio del mondo non come percorso ma come incursione, come “percezione di una scrittura terrestre, di una geografia di cui abbiamo dimenticato di esserne gli autori” (Perec, Espèces d’espaces, 1974). È lo spazio a colori delle vite normali che Ghirri e Perec osservano, uno spazio “né continuo, né infinito, né omogeneo, né isotropo”. Perec legge, usa, misura, e mai inventa, le fessure, gli iati, i punti di frizione e l’opacità del quotidiano. Allo stesso modo, il Catalogo (1970-1973) dei luoghi comuni, i territori evidenti, gli ambienti circostanti, sono la materia spaziale su cui si posa lo sguardo concentrato di Ghirri. Anche Il Paese dei Balocchi (1972-1979) è sempre lo stesso paese, il quotidiano resta tale, l’immaginario non è mai kitsch, è solo colto nel suo fine settimana.

La fotografia è già nella realtà che Ghirri osserva: specchi, sezioni e finestre sono spazi da sempre già inquadrati, campi magnetici che domandano di essere visualizzati nel vagare distratto degli sguardi. Fotografarli equivale a conoscerli, non a crearli; “prenderli” in immagine vuol dire misurarli, riprodurli in scala, ascoltare la ritmicità dei segni che ne compongono l’architettura interna. Come Jed Martin, l’artista protagonista della Carta e il territorio di Michel Houellebecq (Bompiani 2010), Ghirri produce immagini che sono già cartografie di territori prossimi e lontani, atlanti del mondo e carte astronomiche. Nella serie Atlante (1973) convenzionale e reale, immaginazione e rappresentazione si sovrappongono e coincidono. Nell’atlante non si viaggia più, tutti gli itinerari sono stati già percorsi, le scoperte già fatte. Tutto è davanti agli occhi, tra le immagini delle stelle e quelle delle oasi. La fotografia è qui il mezzo di trasporto per compiere l’unico viaggio possibile, quello immaginario tra i codici dell’immagine, tra i meridiani e paralleli che ridisegnano le coordinate del mondo, un viaggio “nella distruzione dell’esperienza diretta”.

Sin dal Rinascimento la camera oscura ha rovinato l’illusione di una “visione naturale”, producendo tramite una nuova illusione la possibilità di riguardare il mondo in modo non obiettivo. Così Ghirri scruta l’Infinito, consapevole della vanità di tutti i tentativi d’inseguire l’istante naturale, di delimitare il mondo fisico. Fotografare il cielo nel corso di un intero anno è per Ghirri l’occasione di dare concretezza alla sua “lezione di fotografia” (le Lezioni di fotografia che Ghirri ha tenuto a Reggio Emilia tra il 1989 e il 1990 sono state pubblicate nel 2010 da Quodlibet). La serie Infinito (1974), composta da 365 fotografie della volta celeste nella durata di una completa rivoluzione terrestre, è l’immagine innaturale di un atlante cromatico del cielo, impossibile da catalogare, difficile da riconoscere a posteriori.

Luigi Ghirri, Identikit, 1972

Nelle fotografie della serie Identikit (1979), che chiude la mappa dei luoghi ghirriani della mostra al Jeu de Paume, la fotografia si sporge pericolosamente all’interno, dentro lo spazio-testimonianza della vita privata del fotografo: Modena, la casa, la biblioteca, gli scaffali. Una in particolare rivela la sua esperienza diretta con il mondo della musica. Il libro è infatti per Ghirri uno spazio e uno strumento di conoscenza del mondo fisico, compreso l’universo del suono e il pianeta della canzone. I libri di musica, classica e leggera, da Beethoven a Bob Dylan, sono l’identikit di un motivo che s’imbosca nel lavoro di Ghirri: l’idea di una “fotografia musicata”, dove il canto del mondo di tutti i giorni e il disincanto della natura coabitano spesso nelle stesse immagini.

Con tre salti sono fuori dal locale
Con un’aria da commedia americana
Sta finendo anche questa settimana
Ma l’America è lontana
Dall'altra parte della luna
Che li guarda e anche se ride
A vederla mette quasi paura

Lucio Dalla, Anna e Marco, 1979

Luigi Ghirri, Lucio Dalla, 1985-1988

 

Luigi Ghirri

Cartes et territoires

a cura di James Lingwood

Parigi, Jeu de Paume, dal 12 febbraio al 2 giugno 2019

 

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Il tuo commento dovrà essere approvato prima di apparire.