Eduardo Viveiros de Castro, l’ontologia selvaggia

Emanuele Dattilo

Il mondo, tutti lo sappiamo, non esiste. Piuttosto esistono molti mondi, che si intersecano, si sovrappongono, si escludono a vicenda. Non gli uomini sono in conflitto o in armonia tra di loro, ma i mondi, ed è dalla comunicazione o dalla relazione tra questi mondi (quello dei vivi e quello dei morti, ad esempio) che ha origine tutto ciò che chiamiamo cultura, ma forse anche ciò che chiamiamo natura. Non ci ha insegnato uno dei più grandi zoologi del secolo scorso, Jakob von Uexküll, che la differenza (ammesso che ci sia) tra me e la zecca è, innanzitutto, una differenza tra il suo mondo e il mio? Ma dove va situata questa differenza: in noi stessi, nel modo di percepire, nel linguaggio, o proprio nel mondo sensibile in cui viviamo? È il nostro punto di vista che forma un mondo o è piuttosto il mondo a generare un nostro punto di vista?

In Prospettivismo cosmologico in Amazzonia e altrove, Eduardo Viveiros de Castro, formula una risposta originale a queste domande. Le cinque lezioni qui raccolte, tenute nel 1998 a Oxford, rappresentano l’atto di nascita della cosiddetta «svolta ontologica» in antropologia, la corrente di studi – pari per importanza forse solo allo strutturalismo – di cui Viveiros de Castro è considerato il fondatore (sempre per Quodlibet è uscito, insieme a Prospettivismo cosmologico, anche Metamorfosi, una raccolta di saggi di studiosi internazionali – che include due saggi dello stesso Viveiros de Castro – dove viene fatto il punto delle ricerche più avanzate su questi temi). I libri precedenti usciti in Italia (Metafisiche cannibali, ombre corte 2017, o Esiste un mondo a venire?, uscito da nottetempo pure nel 2017), rappresentano alcuni tra gli studi importanti svolti da Viveiros de Castro negli ultimi anni, e ne illustrano il pensiero, che però trova in queste lezioni una esposizione teorica particolarmente chiara e accessibile. Il discorso di Viveiros de Castro non riguarda solo l’antropologia, ma interessa anche tutte le scienze umane. Se anche è formulato entro un ambito ristretto, quello degli studi amerindi, è un discorso che gioverebbe a essere fatto anche – soprattutto – in filosofia.

Nel corso del secolo scorso, le scienze cosiddette umane hanno conosciuto un lento, progressivo ripiegamento su se stesse, che le ha costrette all’impotenza in cui ora giacciono. Incapaci di dire qualcosa sul mondo o sulla natura degli uomini, le scienze umane sembrano essersi impelagate soprattutto in questioni epistemologiche e metodologiche, riducendosi così a una serie di procedure. Si prenda l’antropologia, la scienza principe del ventesimo secolo, che ha dato alcune tra le opere più geniali del secolo scorso: i lavori di Marcel Mauss, o quei capolavori di intelligenza anche letteraria che sono stati Tristes tropiques o La pensée sauvage di Claude Lévi-Strauss; o le opere di Ernesto de Martino. Dopo aver sancito che «i barbari sono coloro che credono che esista la barbarie», l’etnologia e l’antropologia sembrano essersi arroccate nella ripetizione di questioni assolutamente anodine: in che misura possiamo conoscere qualcosa, e in che misura non stiamo, invece, proiettando le nostre stesse concezioni sul mondo che vogliamo avvicinare? Come possiamo dire qualcosa delle società di cui studiamo i costumi, senza violentarle, senza fare un’operazione di colonizzazione metafisica? Quali metodi profilattici possiamo mettere in atto per evitare questa colpa originaria che pesa su di noi dall’inizio dei tempi, la colonizzazione?

Viveiros de Castro ha il merito impareggiabile di sgombrare rapidamente il tavolo da tutte queste domande. Le questioni enunciate hanno infatti in comune l’idea che alla base della ricerca antropologica vi sia una domanda di conoscenza. Al cuore dell’antropologia, dice Viveiros de Castro, si trova il cogito cartesiano, con tutto l’impoverimento che è costato alla nostra filosofia. Le differenze tra gli uomini non sarebbero che differenze di pensiero e di rappresentazione. Il processo cominciato nell’età moderna, è scritto in alcune pagine importanti di questo libro, è uno dei vicoli ciechi in cui tutta la nostra cultura ha finito per mettersi: avendo ceduto l’ontologia alla fisica (ma anche la fisica, si potrebbe dire, è oggi più preoccupata dai propri modelli conoscitivi che dall’affermazione della realtà), la filosofia ha conosciuto solamente i mille rivoli e le mille complicazioni di che cosa significa conoscere. Da qui la sensazione, sempre più pervasiva, che tutte le differenze che incontriamo siano solo differenze di discorso: il mondo è uno, e noi tutti lo raccontiamo, descriviamo, conosciamo, e ce lo rappresentiamo in modo diverso. Dalla psicoanalisi alle filosofie cognitiviste e del linguaggio, tutti i nostri saperi condividono questo presupposto, che Viveiros de Castro mette bene in luce. Fu così che il mondo vero – ha scritto una volta Nietzsche – finì per diventare favola. Quanto tale concezione abbia un senso politico oltre che epistemologico, non occorre sottolinearlo.

La svolta ontologica che Viveiros de Castro propone parte da tutt’altra premessa: non pensare più alle differenze come a differenze di soggetto, quindi a differenze tra diverse rappresentazioni del mondo (la nostra contro la loro concezione del mondo, con un approccio che nasconde sempre un’invidia mista a un senso di inferiorità), bensì a differenze ontologiche, differenze che riguardano gli stessi mondi con cui noi abbiamo commercio, e da cui siamo inseparabili. Non esistono soggetti, ma prospettive. «Io non “vedo una differenza” – una differenza è ciò che mi fa vedere». Il soggetto che apprende e conosce, in queste differenze (quel soggetto che noi chiamiamo umano) è lo stesso. Non soltanto gli uomini sono umani – ecco una delle più notevoli conquiste delle cosmologie amazzoniche. Ciò situa il prospettivismo in netta distanza dal relativismo, con cui potrebbe essere facilmente confuso: non si tratta qui di pensare una pluralità di soggetti che vedono il mondo secondo i loro diversi gusti, interessi, appetiti – come ancora era, in fondo, per Uexküll, dove la zecca vede un mondo diverso dal mio a causa di un suo appetito selettivo; ma al contrario, una quantità di posizioni, di mondi diversi, in cui è un soggetto unico e continuo – che sia anche animale o totemico – a fare esperienza, differenziandosi a partire dal corpo e dalla propria posizione nello spazio. Si può forse comprendere, allora, perché il problema posto da Viveiros sia ontologico (e il problema dello spazio è stato, nella nostra filosofia, il problema ontologico fondamentale fino a Heidegger). All’idea di uno spazio vuoto neutro, si contrappone qui un’ontologia dei luoghi molteplici, dell’aver-luogo e del farsi luogo di ogni corpo, della prospettiva.

Il pensiero selvaggio non può essere separato da un’ontologia: lo sciamano – qui Viveiros cita uno studio di Graham Townsley – non ha un luogo separato della mente, e questo fa sì che non ci sia spazio per rappresentazioni, ma solo per prospettive, ossia per degli speciali vincoli (come si dice nei trattati di magia rinascimentale) in cui corpo e anima, cose e spiriti, non possano mai essere ridotti a un dualismo. Che siano di origine biologica o culturale, politica o sociale, sono i dualismi che sorreggono la nostra esperienza; non si tratta però, per Viveiros de Castro, di abolire o sospendere tali dualismi del nostro pensiero e del nostro linguaggio, da cui siamo in qualche misura inseparabili – si tratta di riposizionarli, di creare una frizione tra i dualismi più diversi.

Erwin Panofsky, in un suo celebre studio, parlava della prospettiva come una obiettivazione della soggettività. Qualcosa del genere è possibile dire forse anche per il prospettivismo amazzonico, che vuole proprio emergere da certe paludi soggettivistiche ed epistemologiche. Allargare lo spettro dell’umanità anche a ciò che normalmente non considereremmo umano è paradossalmente, per Viveiros de Castro, il modo sicuro per guarirci dall’antropocentrismo insito nelle nostre scienze, e per avere finalmente un nuovo accesso all’ontologia – ossia per tornare a vedere non solo noi stessi e i nostri modi di vedere, ma il mondo e ciò che è.

Eduardo Viveiros de Castro

Prospettivismo cosmologico in Amazzonia e altrove

a cura di Roberto Brigati, postfazione di Roy Wagner

Quodlibet, 2019, 208 pp., € 18

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