Arte e femminismo / Parola al Soggetto Imprevisto

Diane Bond, Piedi di Piperita, 1974 [dalla serie delle Pezze realizzate da Diane Bond e Mercedes Cuman]. Acrilico e oggetti vari su indumenti usati Courtesy l’artista

Caterina Iaquinta

Che cosa aspettarsi oggi da una mostra che presenta il panorama della produzione artistica femminista negli anni Settanta in Italia?

Le possibilità messe in campo da Il Soggetto imprevisto. 1978 Arte e Femminismo in Italia, a cura di Marco Scotini e Raffaella Perna, sono molteplici e ci chiamano a riflessioni che non solo sono definite dalla qualità e dall’eterogeneità delle opere presentate, ma anche dai significati e dal ruolo che ogni singolo nucleo dell’esposizione stabilisce in continuità o a differenza di quelli adiacenti, in una concatenazione tanto coerente quanto complessa, una pagina che mancava alla storiografia ufficiale.

Per prendere posizione e afferrare il susseguirsi di immagini, parole, oggetti di cui la mostra si compone, la prima azione che i curatori ci invitano a compiere è quella di immaginarci, nel percorrere la mostra, in una sorta di continuo attraversamento, un superamento sia fisico, ma anche e soprattutto mentale, che ci predispone ad affrontare il percorso trasversale e obliquo del Soggetto Imprevisto, fatto di soglie, passaggi, indici materiali dei rapporti contraddittori che il femminismo più radicale ha instaurato con l’arte e la creatività maschile e femminile.

Gruppo femminista Immagine di Varese, Le Barriere, 1978 (all’interno opera di Clemen Parrocchetti). Sulla destra Clemen Parrocchetti, Appendiabiti del potere, 1978 e sulla sinistra Mariuccia Secol, Io, 1973. Ph. Antonio Maniscalco. Courtesy Archivio Clemen Parrocchetti, Cantalupo Ligure (AL).

All’ingresso della mostra, infatti, ci troviamo subito al cospetto di un primo passaggio obbligato, inevitabilmente legato alla soggettività maschile. Nella totale oscurità, su una tenda teatrale, con sonoro e a grande dimensione, è proiettato un estratto dal film Anna, presentato per la prima volta nel 1975, ma girato nel 1972 da Alberto Grifi (con Massimo Sarchielli), in cui compare una lunga ripresa di un corteo femminista, un Grifi che però dichiara sconfitta la figura patriarcale del regista come tale.

Nel passare dentro e attraverso questa soglia-schermo, si entra nella prima sezione dell’esposizione dove, tra le tele emulsionate e il video di Ketty La Rocca, realizzati tra il 1971 e il 1972 e le pitture su sicofoil di Carla Accardi, realizzate tra il 1966 e il 1978, domina un’alta parete che custodisce l’opera intellettuale di Carla Lonzi. Un espediente espositivo quest’ultimo che ben esemplifica la centralità, ma anche il distacco e l’incomunicabilità, che l’autrice, fin dal 1970, stabilisce nei confronti del sistema dell’arte e soprattutto di quelle artiste che intendevano riconoscersi tali, pur partecipando al femminismo. Una teca all’interno della parete contiene la serie dei “libretti verdi” della casa editrice Rivolta Femminile insieme a diverse fotografie che ritraggono Lonzi con Carla Accardi, Elvira Banotti, Laura Lepetit, Anna Jaquinta, Marta Lonzi, Jaqueline Vodoz e il suo immancabile registratore.

La presenza di questo oggetto sposta l’attenzione sul suono e la voce che sono, infatti, l’altra grande dominante dell’ambiente con le opere sonore di Cathy Berberian, Betty Danon, e Katalin Ladic. Seguendo l’onda sonora della parola frammentata, disarticolata e sovrapposta dell’audio diffuso, siamo immediatamente trascinati oltre il muro “iconoclasta” di Carla Lonzi, se non fosse per quella Teresa nella parte di Giovanna D’Arco in Prigione, realizzata da Giulio Paolini per Carla Lonzi nel 1969 e qui esposta dopo molto tempo.

Lucia Marcucci, Culturae, 1977. Impronta, collage e acrilico su cartoncino / Imprint, collage and acrylic on cardboard. 70 x 50 cm. Private collection. Courtesy the artist and Frittelli Arte Contemporanea, Firenze.

Da questo punto in poi si sviluppano due sale speculari, nucleo centrale della mostra, entrambe dedicate alla prima manifestazione nazionale e istituzionale in cui è assegnato un importante spazio di visibilità alle donne artiste, la XXXVIII Biennale di Venezia del 1978. In quell’anno a Venezia si susseguono tre importanti esposizioni a pochi mesi l’una dall’altra: l’operazione Spazio Aperto del gruppo femminista Immagine di Varese e del gruppo Donna/Immagine/Creatività di Napoli, seguito dalla mostra Materializzazione del Linguaggio, curata da Mirella Bentivoglio, e da una retrospettiva su Ketty La Rocca, scomparsa prematuramente due anni prima. Per l’occasione il Gruppo Femminista Immagine e il Gruppo Donna/immagine/Creatività, rispettivamente con i loro interventi collettivi, misero in luce la condivisione dell’autorialità per un riscatto delle potenzialità creative, non solo naturali ma anche culturali, della donna, mentre le artiste presenti nella mostra di Mirella Bentivoglio evidenziarono l’importanza dell’indagine collettiva e tutta femminile, seppur connotata dalle singole autorialità, sui rapporti tra gesto e linguaggio.

In parte ricostruito in mostra, questo corpus di opere provenienti dalla Biennale del 1978 lascia emergere, ora molto più chiaramente, il rapporto che le artiste e femministe italiane instaurarono col corpo e, più in generale, con la sfera della fisicità femminile negli anni Settanta. Molte di loro in quella fase decisero, infatti, di sottrarsi alla reiterazione dell’immagine del corpo femminile, da una parte per privilegiare la prima vera forma di performatività attraverso il linguaggio, la parola e con il gesto della scrittura, come si nota nei lavori esposti di Tomaso Binga, Irma Blank, Amelia Etlinger, Lucia Marcucci, Anna Oberto, Giulia Niccolai tra le altre. Dall’altra l’abbandonarono per affrontare la fisicità femminile a partire dagli spazi che abita quotidianamente, come dimostrato dal Gruppo Immagine (fondato da Milli Gandini, Mariuccia Secol nel 1974 a cui si aggiungono dal 1975 in poi Silvia Cibaldi, Clemen Parrocchetti e Maria Grazia Sironi), presente in mostra con l’opera collettiva Le Barriere. Questa installazione, progettata dal gruppo e presentata nel 1978 in occasione della mostra Mezzocielo presso la Galleria di Porta Ticinese a Milano, è proposta in mostra secondo una configurazione realizzata in seguito da Clemen Parrocchetti e Maria Grazia Sironi per il Palazzo dei Diamanti di Ferrara e, possiamo aggiungere, esemplificando molto bene nella mostra un altro attraversamento, una “barriera” appunto.

A richiamare la questione della fisicità femminile, si dispiegano attorno a Le Barriere gli assemblaggi fallico-totemici di stoffe morbide e trafitte da spilli e siringhe e gli arazzi popolati da grandi bocche di Clemen Parrocchetti in cui ricompaiono, indisciplinati, strumenti del lavoro domestico, le fotografie scattate da Milli Gandini che ritraggono l’ ”operaia della casa” in un interno casalingo e i corpi compressi nelle sculture e negli arazzi di Mariuccia Secol.

Lucia Marcucci, Culturae, 1977. Impronta, collage e acrilico su cartoncino / Imprint, collage and acrylic on cardboard. 70 x 50 cm. Private collection. Courtesy the artist and Frittelli Arte Contemporanea, Firenze.

In linea con le ricerche del Gruppo Immagine, parlano anche Le Pezze di Diane Bond, brandelli svolazzanti di abiti e lenzuola usate svuotate dai corpi e trasformate in un teatro della sessualità più contorta e maldestra. Mentre la parte conclusiva della mostra è dedicata alle diverse derive di rappresentazione e autorappresentazione del corpo femminile inteso, attraverso elaborazioni fotografiche, come corpo sessuato, erotico, riproduttivo, sovvertibile e animale da Carolee Schneeman, Lisetta Carmi, Suzanne Santoro, il Gruppo XX, Paola Mattioli, Valie Export, Natalia LL, Joan Jonas e Marina Abramovic.

Giunti alla fine del percorso, dopo aver attraversato soglie, pareti e “barriere”, dietro alle quali si manifestano piccole e grandi epifanie, le aspettative iniziali, soddisfatte o meno, non sono più le stesse dell’inizio. Allo stesso modo, si intende, non possono più essere gli stessi gli strumenti e le metodologie che la storia ci ha consegnato, e che il mercato ha evidenziato, per interpretare e classificare questa multiforme quantità di linguaggi e pratiche proposte dalle donne nell’arte della fine degli anni Sessanta e per tutti gli anni Settanta e che la mostra ci ripropone.

Nell’impossibilità di restare ancora indifferenti alla duplice sconfitta perpetrata nei confronti della artiste, legate o meno alle politiche del femminismo, escluse dalla storia e dal mercato, ma sempre più presenti negli studi e nelle ricerche attuali, dopo aver attraversato nei suoi molteplici aspetti Il Soggetto Imprevisto, rilanciamo la domanda d’apertura: cosa ci si aspetterà d’ora in poi dalle mostre sul tema? Sicuramente non più o non solo lunghe diacronie, né assembramenti di artiste dal già conclamato valore, ma, come le ha definite Scotini, ampie “cartografie” per poter rimettere in discussione la storia e le storie e per far slittare e moltiplicare sulla linea del tempo i tanti immaginari che le donne hanno raccontato, per vivere una trans-soggettività non più solo “nomade” e “imprevista”, non più solo passata o presente.

Il Soggetto imprevisto. 1978 Arte e Femminismo in Italia,

a cura di Marco Scotini e Raffaella Perna

FM, centro per l’arte contemporanea

fino al 26 maggio

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