Arte e femminismo / La Mamma è uscita

Milli Gandini “La mamma è uscita” 1975

Manuela Gandini

Mentre lavo i piatti inghiotto le lacrime e le piastrelle diventano liquide. Lui scaglia una tazzina di caffè contro la parete. In un attimo si materializza un odioso quadro informale. Il cuore mi batte forte. Riordino tutta la cucina pur di non lasciare sola la mamma. “Forse se pulisco bene non accade…”

Le arriva il primo schiaffo, i pugni, i calci.

Quante volte ancora? Eppure non è sabato…

Il sabato sera è la notte della febbre furiosa anche se sono i fabulous sixties. Loro portano me e mio fratello alle feste degli amici artisti dove tutti ridono forte e sembrano affettuosi, tra whiskey e Gauloises senza filtro. Poi qualcuno innesca la miccia e scoppia la rabbia, le urla, le botte: un incendio emotivo, ancora e ancora. Tornati a casa vi è l’estensione del ring. Il giorno dopo macchie di sangue sul pavimento, tristezza e occhiali neri. E notte dopo notte, progetto dopo progetto, pranzo dopo pranzo, qualcosa di nuovo accade. E’ il 1974. Mamma e papà lavorano assieme nello studio di via Piave. Disegnano lampade, oggetti e gioielli; fanno libri con Bruno Munari e discutono con gli altri designer dell’ADI. Noi intanto diventiamo grandi ma il territorio familiare, anche se creativo e politicamente impegnato, è già franato. “Mamma vattene” dico “andiamocene via, io te e Miche”. Ma le lettere di Tino sbiadite dalle lacrime - dopo tentativi di separazione - la riportano sempre indietro.

Sono figlia di una femminista, ho visto nascere il movimento dentro casa tra i cocci dei piatti rotti e le lenzuola sporche. Ho visto mia madre uscire dal suo ruolo prima simbolicamente poi fisicamente. L’arte è stata l’arma più affilata che potesse costruire con le proprie mani. L’ha rubata a lui quando serviva muta ogni suo bisogno. “Io sono l’artista!” Tino urlava e somigliava a Jack Nicholson in “Shining”.

Bisognava sottrarsi subito e recuperare dignità, identità, sicurezza, riappropriarsi della vita consumata tra litigi e lavori quotidiani frustranti e non retribuiti. I tempi erano maturi, “il ritratto di famiglia in un interno” era definitivamente a pezzi.

L’arte femminista non nasce da un’istanza estetica ma dal dolore, dal troncare il lamento secolare delle donne e da una volontà di equilibrio e di rinascita. Artemisia Gentileschi - con Giuditta decapita Oloferne (1620) – si ritrae nei panni di Giuditta mentre decapita il suo violentatore, Agostino Tassi, 350 anni prima della nascita del femminismo.

Gruppo Immagine di Varese “Anche l’amore è lavoro domestico” Frascati 1977

Negli anni Settanta c’è un’accelerazione della storia. Il movimento studentesco ha già sovvertito le convenzioni e creato nuovi immaginari; ma i mariti, pur essendo compagni, in casa continuano a essere padroni e a esercitare la propria autorità maschilista e violenta. Il terreno di lotta per una rivoluzione completa è quello domestico. La trasformazione delle coscienze può avvenire solo attraverso il “personale che diventa politico”. Con l’autocoscienza - propagatasi nel mondo - le donne, le minoranze nere e gli omosessuali adottano una pratica di scoperta della propria soggettività, di condivisione e di forza. Escono dal silenzio.

Milli, Mariuccia Secol e Mirella Tognola, nel fatidico 1974, fondano il Gruppo Femminista Immagine di Varese. “Non ricordiamo se in una giornata di sole o di pioggia ma sicuramente in un momento di felicità” hanno asserito. Milli inventa uno slogan che è insieme manifesto politico e profezia: “La mamma è uscita”. Usa la lana per fare arazzi con un punto-croce molto largo, ribaltando la logica del bel ricamo. Il soggetto (imprevisto?) è una figura femminile in negativo, vuota, che anticipa la trama dei pixel. Da quel momento il gruppo - al quale aderiranno in seguito Maria Grazia Sironi, Silvia Cibaldi e Clemen Parrocchetti - comincerà a fare collettive, convegni e manifestazioni in Italia e all’estero. Citerò soltanto le mostre di Roma a “La Maddalena” con Dacia Maraini (1974); di Milano alla Galleria Porta Ticinese di Gigliola Ravasino con l’opera collettiva “Le Barriere” (1978) e La Biennale di Venezia presieduta da Carlo Ripa di Meana (1978). Il Gruppo Immagine concentra la propria militanza partecipando al network internazionale del Comitato per il Salario al Lavoro Domestico. “Le militanti che si riconoscevano in questa battaglia – scrive Jacopo Galimberti – aderivano a una forma operaista di femminismo che concepiva la casalinga come la componente più sfruttata della classe operaia, poiché il suo lavoro affettivo e domestico non produceva reddito ed era visto dalla società come un “naturale” compito femminile “remunerato” dagli affetti dei familiari”. (1) Senza contare che l’intera economia delle nazioni si regge proprio sulla procreazione, l’educazione e il lavoro domestico gratuito.

Milli Gandini “Guardata a vista” 1982

In una “breve ma essenziale autobiografia”, lunga due pagine, Milli dichiara:

E’ bello esprimersi, è bello lottare. Fare e lottare per cose che senti tue fino in fondo. Chiedere il resoconto di conti in sospeso da millenni. I Signori cui le donne chiedono i conti si stanno molto “interessando” al movimento e, devo dire, un poco anche alla sottoscritta. (…) Se parlassero con me direi loro che io pulisco ancora il cesso di casa con le mie mani, che i lavori più schifosi, umili, stupidi, ripetuti sono ancora di mia esclusiva competenza, che i miei figli non so assolutamente come diseducarli da quello che tutta la struttura sociale ci imprime dentro prima ancora di nascere, marchio a fuoco su vitelli di proprietà”.

Le mura domestiche delimitavano dunque il campo di battaglia con trincee invisibili camuffate d’amore. Il rifiuto del lavoro si svolse in cucina, quando nostra madre prese le pentole nelle quali aveva preparato minestre, pastasciutte e bistecche e le dipinse tutte con colori accesi. Ne bucò i bordi e i coperchi e vi fece passare del filo spinato prima di chiuderle definitivamente. Smise di cucinare e ci mandò in salumeria, ogni giorno, a comprare piatti pronti. Intanto lasciava che la polvere si depositasse sui mobili, sulle librerie, sul lampadario, sui vetri del salone. A noi era vietato intervenire su quella che, anni prima, Marcel Duchamp aveva chiamato Elévage de Pousserie, l’allevamento della polvere. In fondo non ci sognavamo certo di fare pulizia, ma non potevamo neppure metterci le dita sopra e disegnare perché, tempo dopo – sabotando il normale andamento domestico – Milli ne fece un’opera. Scrisse sullo sporco dei mobili e delle finestre gli slogan legati al “salario contro il lavoro domestico”. Fotografò Mirella Tognola mentre usava il rossetto per tracciare slogan e simboli femministi su stoviglie e superfici varie. Era un’azione concreta di rifiuto del lavoro gratuito, umiliante e svilente, un’azione politica e artistica che non aveva precedenti.

Ma per noi componenti della famiglia? Per me, che oggi riconosco la grandezza e l’ineluttabilità della loro lotta, non era facile essere figlia. Non era facile accettare una madre rivoluzionaria, incazzata, con i capelli ricci come Angela Davis e i camicioni africani lunghi fino ai piedi. Era noioso il linguaggio femminista, gli slogan, le urla delle donne! Mettevo anch’io il patchouli, congiungevo pollici e indici in manifestazione, ma non capivo sino in fondo e optavo per la minigonna. Loro lottavano fuori contro il pregiudizio e dentro contro la nostra incomprensione.

Prima prendevano botte dai mariti e poi, in piazza, dai poliziotti e infine dalla storia che le ha cancellate.

Poi tutto si è (e)stinto. La sofferenza è stata causa di morti precoci di donne che portavano un peso troppo grande per le loro spalle fragili. Per le famiglie che loro stesse hanno dovuto smembrare e lo hanno fatto per tutte le donne venute prima e per quelle che sarebbero venute dopo; per gli amori finiti; per figli che non hanno capito e per quelli non-nati; per conquistare un’identità da sempre negata e immediatamente sottratta.

Il soggetto imprevisto” – la mostra curata da Marco Scotini e Raffaella Perna ai Frigoriferi Milanesi – è il principio di un risarcimento. E’ una mostra storica importantissima che, oltre a celebrare alcune artiste già abbondantemente note, ha ridato visibilità a gruppi, opere, documenti e poetiche, dimenticati e spariti. Scomparsi dall’orizzonte politico, mediatico, economico.

Il progetto di ricostruire una narrazione inedita delle compagne in lotta negli anni settanta evidenzia la pluralità dei linguaggi di artiste che hanno creato – attraverso fotografia, tessuti, video, installazioni - panorami nuovi, freschi e talvolta violentemente diretti. In occidente hanno aperto la strada all’autonomia delle generazioni successive causando un vitale smarrimento culturale al mondo maschile. Con gli anni Ottanta però il sipario è calato. La negazione, la restaurazione, il disinteresse del mercato dell’arte e i conflitti interni ai gruppi hanno determinato l’annichilimento di questa ondata di novità. Dicevo, alcune artiste sono morte giovani di cancro, altre buttate giù da un grattacielo come Ana Mendieta o accoltellate come Francesca Alinovi, altre ancora hanno vissuto la damnatio memoriae deambulando nel mondo come fossero già morte. Milli scriveva in una lettera del 1979: “Fatemi una targa dedicata alle illusioni, leggetemi la mano, sono una predestinata alla banalità, bevo un caffè e accendo una sigaretta. Sono un segmento orizzontale spezzato: terra passività maternità. Cambiare posizione nonostante i Ching. Sudo al pensiero di donne orientali, infiniti segmenti spezzati, disegnati secondo la geometria che spiega ‘ciò che sta in alto è uguale a ciò che sta in basso’ e allora la felicità è stare in basso. Perché non l’ho capito prima?...”.

Ma adesso che il mondo è ancora più complesso e interconnesso occorrono nuovi paradigmi che includano la presa di responsabilità da parte di ambo i sessi. E’ un caleidoscopio di movimenti migratori, incroci etnici, guerre, attentati, neoliberismo, derive ambientali e culturali. I movimenti come #me too e “non una di meno” hanno riportato in piazza i soprusi e la violenza mai sedata, ma dall’altra però sono rinate forze retrograde e reazionarie. Il processo di cambiamento necessita di un rientro nel campo di battaglia. Un rientro più profondo non in ufficio, al call center, all’università o a casa, ma nell’anima.

Nel testo buddista del Sutra del Loto risalente a oltre due millenni fa, Ryunyo è la figlia del re Drago. Ha otto anni, è femmina e per metà animale ma è dotata di enorme saggezza. Di fronte a un nutrito consesso di monaci dalle lunghe pratiche ella afferma di poter ottenere l’illuminazione ma le sue caratteristiche di bambina, femmina e animale sono d’ostacolo. Tutti la dissuadono, ma Ryunyo s’inchina al Budda Shakyamuni, gli offre un diamante, fa una giravolta su se stessa. E’ contemporaneamente femmina, maschio e animale. Nell’unità della sua essenza e nella sua condizione corrente ottiene immediatamente l’illuminazione, la felicità.

Ryunyo mi ricorda Greta Thunberg.

The Unexpected Subject. 1978 Art and Feminism in Italy

pp. 201

Flash Art editore

10 risposte a “Arte e femminismo / La Mamma è uscita”

  1. Pezzo legittimo, profondo e puntuale sul millenario tema. Commovente per violenza e delicatezza, insomma gentile
    Manuela, grazie per il tuo dono.
    A dopo
    Afro Somenzari

    1. Ciao Manuela
      Il tuo racconto mi ha commosso, personale ma allo stesso tempo capace di distaccarsi. La storia del femminismo comunque la si guarda è un mare di dolore. Andrò a vedere la mostra. Fatti viva! Un caro saluto Anna

  2. Grazie Manuela. Molto profondo, toccante. Leggendolo mi sentivo « cambiare », ora mi sento diversa, con una lettura differente, più intensa di certi aspetti della mia vita e del periodo storico e sociale in cui ho vissuto. Sei sempre stata e sei sempre di grande aiuto.

  3. grazie, Manuela. testo bellissimo. grazie per avermi fatto conoscere a fondo tua madre, che ho incontrato solo per quei pochi minuti davanti a un caffè, ma che mi ha comunque lasciato un bellissimo ricordo. se non ti dispiace riprenderò alcune frasi del tuo scritto per un post sul mio blog che ho in mente da tempo. un bacio.

  4. Perfetta fusione fra intimità familiare, profondità d’animo e un’epoca rivoluzionaria.
    Un ritratto inedito di Milly
    Grazie
    Paola

  5. Cara Manu, io che da ragazza ho vissuto come te, la violenza e la prevaricazione del maschio sulla donna, non sono stata una femminista fuori, ma dentro casa. Io e mia sorella ci siamo ribellate a ns. padre. A 21 anni ce ne siamo andate di casa, dopo l’ennesimo gesto di inaudita violenza, senza arte né parte, così, allo sbaraglio di fronte ad una vita improvvisata in un’altra città. Come ti posso capire, cara amica!!!! Sei stata bravissima, col tuo testo, a descrivere quella che è stata la tua drammatica esperienza personale in famiglia, inserendola nel contesto generale del movimento femminista. Un atto dovuto a tua madre Milli, che lo ha incarnato attraverso la sua lotta dentro e fuori casa e che é stata ( la lotta) un raffinato esempio di rivoluzionaria di quei tempi, divenendo al tempo stesso la sua Arte.

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