Arte e femminismo / La Libreria delle Donne mette in mostra la vetrina

Eugenia Vanni, En plein air: planare, 2016; sullo sfondo Goldschmied & Chiari, Untitled view, 2016; cortesia dell'artista; fotografia C. Zappa.

Cristina Zappa

“Abbiamo voluto far incontrare nello stesso luogo l’espressione della creatività

di alcune con la volontà di liberazione di tutte.”

(dal manifesto di apertura della Libreria delle Donne)

La Libreria delle Donne è il luogo naturale dove rendere visibile il superamento del neutro maschile col quale è stata definita la specie: gli uomini, gli artisti. Dalla metà degli anni ’90 la presenza tumultuosa di artiste ha reso evidente che l’arte è fatta da uomini “o” donne”. Così Francesca Pasini, curatrice di Vetrine di Libertà, in corso alla Fabbrica del Vapore di Milano, introduce la mostra delle trenta opere che hanno allestito, nel corso di quattro anni, la quarta vetrina della Libreria delle Donne di Milano, fondata nel 1975 da un gruppo di femministe militanti.

Chiara Camoni, Barricata, 2016; a destra Annie Ratti, Soggetto imprevisto, 2018; sullo sfondo Angela Passarello, Rupe Affine, 2018; cortesia delle artiste; fotografia C. Zappa.

La vetrina, di 2 metri quadrati, del negozio di via Pietro Calvi, è il display - illuminato anche di notte - sul quale appare mensilmente l’opera di un’artista scelta dalla curatrice, in dialogo con il vasto pubblico della libreria e dell’arte. All’ingresso della mostra, il bookshop, rimanda alla quotidiana attività ed è allestito con libri storici, quali i volumi di Carla Lonzi nell’edizione di Rivolta Femminile e i Quaderni di via Dogana, davanti alla foto di Paola Di Bello (Ora e qui, Via Dogana, 2017), che rievoca il luogo di apertura. L’idea fondante della mostra è la prospettiva relazionale della libreria, come punto d’incontro tra creatività artistica e spazio politico, che promuove presentazioni e dibattiti, in un componimento dialogico di scambio e aggregazione multidisciplinare. La vetrina di per sè è un richiamo e crea un tramite, tra quanto accade dentro, tra i libri, e quello che scorre fuori: la decisione di usarla come spazio espositivo d’arte è un progetto nato nell’ottobre 2015, che mostra oggi le opere esibite sino al gennaio 2019.

Angela Passarello, Rupe Affine, 2018; cortesia dell'artista; fotografia C. Zappa.

Non è esattamente una mostra sul femminismo, ma una narrazione intrecciata di storie di donne. Tra queste vi sono le esperienze di alcune protagoniste della storia del femminismo, come la cartella grafica (con opere di C. Accardi, M. Bentivoglio, V. Berardinone, T. Binga, N. Carabba, Dadamaino, A. Del Ponte, G. Varisco, N. Vigo), presentata all’apertura della libreria da Lea Vergine, che vi si ispirò per la mostra L’altra metà dell’avanguardia, a Palazzo Reale (1980). Al piano superiore due opere di Carla Accardi (Senza titolo, 1964; Segni bianchi, 1967), donate dall’artista e successivamente vendute a sostegno dell’attività della libreria. Vi sono anche alcune opere mai esposte in vetrina, come il video di Ina Otzko (Can you hear me, 2018), che ripete in maniera ossessiva e incomprensibile, le parole “take your time”, e alcune saponette intagliate di Elisabetta Di Maggio (Rape, 2001), ove le parole “Saliva, Sangue, Sudore, Sperma, Urina, Lacrime”, alludono agli elementi corporali che connotano uno stupro.

Nel complesso i manufatti artistici sono espressioni poetiche, che non presentano sguardi incrociati sulle barricate, sui conflitti di ruolo o sulle proteste e non alludono in maniera ardita alle lotte per l’emancipazione femminile. Lo spazio espositivo, privo di display, con balaustre in ferro e grandi vetrate, dà ampio respiro alle opere, le anima con la luce naturale e riattiva l’effetto vetrina consentendo di fruirle fronte-retro.

Concetta Modica, Quel che resta, 2016; cortesia dell'artista; fotografia C. Zappa.

Al piano terra Maria Papadimitriou (L’enigma e la Sfinge, 2016), mostra la fisicità e la pudicizia di una donna-sfinge in mutande, che coinvolge nell’interrogativo sull’enigma della vita, mentre le morbide meduse di Enrica Borghi (Groviglio, 2017), avvolgono la scala e sfidano la gravità, esaltando la plasticità del riciclo nella scultura contemporanea. La vetrata di fronte all’ingresso è schermata dal lenzuolo di Vittoria Chierici (Verso il cielo, 2017-2018), che rilegge il femminicidio di Ipazia d’Alessandria, mescolando al colore simboli e azioni. Ci si deve chinare, per vedere le micro architetture autoassemblanti, in semi di edera o crine di cavallo, di Christiane Lohr (Drei, Vier, Null, 2018), che si sorreggono, nella loro fragilità, a testimoniare che l’equilibrio crea forza con l’ancoraggio. I legami con la famiglia, le tradizioni, i sogni e l’emancipazione, sono sfuocati nelle fotografie di peluches di Caterina Saban (Profondo Bianco, 2017). Il tema dei rapporti che si dipanano e si aggrovigliano, si esibisce nei disegni di Marzia Migliora (M., 2013), che trasfigura il rapporto madre-figlia e elabora le tensioni alla ricerca della propria indipendenza. Elisabetta Di Maggio ha ricamato in libreria, su bianchi fogli di carta, spine rosse (Tracciati, 2009; Geografie Personali, 2016): un biasimo alle coltivazioni inusuali di rose, in geografie esotiche, per soddisfare i vezzi della globalizzazione. In cima alla scala, le visioni di Angela Passarello (Rupe Affine, 2018), sono un rimando mitologico ai paesaggi marini della sua infanzia, con capre e animali domestici, mentre Stefania Galegati (L’isola delle Femmine, 2018), dipinge su una tenda da sole l’isola dinanzi a Punta Raisi, e riporta parole del Secondo Sesso di Simone De Beauvoir. L’opera si completa con l’indicazione della propria email, per contribuire al progetto di fattibilità della compravendita dell’isola, per sole donne.

L’unica barricata in mostra è l’installazione di Chiara Camoni (Barricata, 2016), fatta con legni di recupero che sorreggono fragili vasi di creta e fiori di campo appassiti: il rimando primario è al legame materno, per giungere a una elaborazione meta-soggettiva dei conflitti nei rapporti umani.

Allusioni e rimandi, animali, vasi di fiori, lenzuola e tende: pratiche artistiche femminili, appassionate o distaccate, per celebrare la lenta rivoluzione del genere femminile, che porta il neutro con sè, e avanza lasciando intravedere mutevoli spiragli di luce, nel continuo confronto tra le diversità, anche di genere.

VETRINE DI LIBERTA’ - Libreria delle donne di Milano, ieri, oggi.

Mostra a cura di Francesca Pasini.

Milano, Fabbrica del Vapore.

Fino al 6 giugno 2019

 

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