Quando il sole splende sul Canada. Kanata, épisode I – La Controverse

Maia Giacobbe Borelli

L’ultimo spettacolo di Robert Lepage, che ha debuttato il 15 dicembre 2018 ma ha iniziato il suo percorso nel 2014, vuole ritracciare la storia degli ultimi 200 anni del Canada, il declino delle condizioni sociali dei nativi amerindi, l’introduzione delle droghe, l’emarginazione, inserendo elementi diversi dai cliché fissati da chi questi posti li ha governati (e li governa ancora).

La parola Kanata, poi divenuta Canada, in Iroqui significa “villaggio”, ma di quale villaggio si tratti, in fondo per lo spettacolo non importa. È la storia di un qualsiasi luogo del pianeta, tanto la tematica si rivela profondamente universale. Vi troviamo la questione dell’identità, della dignità e del rispetto della diversità culturale, questione maltrattata dal mondo occidentale, e al centro delle riflessioni odierne.

Nobilissime intenzioni, direte voi, ma una lettera aperta e di protesta, pubblicata l’estate scorsa sul quotidiano Le Devoir e firmata da 18 artisti nativi canadesi, denuncia il progetto, a causa dell’assenza di questi, i protagonisti della storia, dalla produzione teatrale. Si ribellano a che, ancora una volta, ci si arroghi il diritto di esprimersi in loro nome, invece di dar loro diritto di parola. Ma qual è il confine tra l’appropriazione culturale, come continuazione di un atteggiamento colonizzatore, e la consapevolezza della possibilità di dare con il teatro un respiro universale alle storie locali?

Così, il 26 luglio 2018 la compagnia Ex Machina annuncia il ritiro di alcuni co-produttori canadesi e cancella il progetto Kanata, per mancanza di fondi. Tutto sembra perduto per Lepage, quando il Théâtre du Soleil fa sapere con un comunicato che non si ritira dal progetto, anzi conferma l’intenzione di accogliere lo spettacolo alla Cartoucherie di Parigi, oltre a ribadire la volontà di collaborare con Lepage, offrendo i propri spazi e attori per l’allestimento della produzione. E mettendosi subito alla ricerca di altri fondi.

Quale migliore occasione di accettare la sfida di cui parla il titolo, per una compagnia il cui percorso si caratterizza con il costante interrogarsi sul ruolo del teatro e sulla sua capacità di rappresentare l’epoca attuale?

La compagnia francese decide quindi di assumersi in pieno la controversia canadese, e la affronta, nell’intento di dimostrare la legittimità in teatro del rappresentare l’altro. Non tanto per parlare al posto di qualcuno, quanto e proprio per parlare di qualcun altro, far luce sulla sua storia. E lo spettacolo riparte dal controverso fatto di cronaca di un serial killer che nel 2000 ha ucciso, nella zona di Vancouver, 49 donne amerindie provenienti dagli ambienti urbani più degradati. Chi ha il diritto di parlarne?

Ariane Mnouchkine e Robert Lepage, accettando la collaborazione, si trovano di fronte a una nuova difficile prova, entrambi per la prima volta: lei per la prima volta in cinquantaquattr’anni di carriera, cede la regia di un progetto a qualcun altro, lui, per la prima volta si trova a dirigere un numero così grande di attori che non sono i suoi. Sono coinvolti nell’impresa trentadue attori del Théâtre du Soleil.

La storia prende il via da un commissario d’esposizione che vuole selezionare alcuni quadri dipinti dai nativi per una grande esposizione parigina, per proseguire con un pittore e un’attrice installati a Vancouver che si ritrovano a contatto con la realtà urbana degli amerindi e con un delitto che fa parte della serie controversa di femminicidi.

Gli spazi, continuamente ridisegnati, sono protagonisti assoluti della storia insieme agli attori e alle attrici che li animano. La scenografia è portentosa ed è realizzata da una numerosa equipe: oltre che dagli attori del Soleil, come sappiamo dalle precedenti produzioni grandi esperti di scenografie mobili, c’è qui la collaborazione degli allievi tecnici dei mestieri di spettacolo di un Liceo Professionale di Parigi e di quelli dell’École nationale supérieure des Arts Décoratifs.

Sul palco un’enorme vetrata mostra il panorama di una città canadese, che si trasforma secondo la luce del giorno e della notte, grazie alla sapiente proiezione video di cui Lepage è maestro. In scena, sempre a vista, tutto si muove, e grosse scatole di legno si aprono e chiudono per ricreare in pochi istanti una serie di ambienti: un appartamento di città, un ufficio dell’assistenza sociale, una roulotte in campagna dove il serial killer alleva maiali, un orso percorre tranquillo la scena urbana, una foresta di grandi alberi distrutta a colpi di seghe elettriche, fino alla bellissima scena della piroga, sospesa a mezz’aria in un orizzonte rovesciato, nella quale gli attori, quasi in apnea, si fanno cullare da onde immaginarie, e il pubblico riprende fiato, dopo l’orrore a cui ha assistito.

Il regista, in un’intervista rilasciata a Mélanie Drouère, spiega che per più di due anni ha invitato gli attori della Mnouchkine, con appuntamenti saltuari di una o due settimane, a immergersi nel paesaggio e nella storia dell’ovest canadese. Ed ecco la variopinta troupe di attori ritrovarsi a volte al chiuso della Caserne, dal 1997 il Centre de Création d’Ex-Machina a Québec, a volte ad Alberta, in mezzo alle montagne Rocciose, per incontrare nei grandi paesaggi canadesi i Capi dei nativi americani. O volare a Vancouver, per comprendere la problematica dei nativi nelle zone urbane, in un’immersione nel presente e passato delle storie di queste popolazioni, che sono state sconfitte dalla grande Storia. Sapendo che, nel continente americano, popoli come questi sono centinaia e centinaia, con lingue, territori, mitologie ben distinte ma con un comune destino di cancellazione delle proprie radici.

Quello che ne deriva, e che è incredibilmente evidente alla visione dello spettacolo, è che gli attori del Soleil, anche se non di origine Iroqui, in quanto provenienti da ogni parte della terra (tra di loro anche rifugiati afgani, australiani, sudamericani, una ventina di diverse nazionalità) riescono a dare a questa pièce un carattere assolutamente universale.

Si esce così dai meravigliosi spazi della Cartoucherie con la sensazione che le vicissitudini drammatiche di un piccolo popolo si riflettano in quelle di tutti gli altri dannati della Terra. E di aver appreso come si è compiuto il lungo e silenzioso processo di umiliazione e annientamento di un intero popolo, cancellato dalla storia del Canada.

Oltre alla convinzione di aver assistito a buon teatro, quello che non trascura la forma e che, proprio per il suo rigore estetico si rivela profondamente politico. Perché raccontare la storia di qualcuno, dopo averne assorbiti i paesaggi, ascoltato le storie e vissuto le emozioni, ricreandole in scena con lavoro paziente, va a tutto vantaggio della causa rivendicata dai nativi stessi nella lettera di protesta dell’estate 2018.

Con grande scorno dei co-produttori canadesi che hanno rinunciato al progetto.

Kanata, épisode I – La Controverse

regia di Robert Lepage, in scena dal 15 dicembre al 31 marzo 2019 alla Cartoucherie di Parigi, con 32 attori del Théâtre du Soleil.

Una produzione del Théâtre du Soleil in co-produzione con il Festival d’Automne à Paris 2018, il Napoli Teatro Festival e Printemps des Comédiens di Montpellier.

Durata 2 ore e 30 minuti.

Spettacolo visto il 3 febbraio 2019 alla Cartoucherie di Parigi

Una risposta a “Quando il sole splende sul Canada. Kanata, épisode I – La Controverse”

  1. Volevo segnalare che anche Le Monde di sabato 20 aprile a p. 26 ha un interessante articolo su questo stesso tema dal titolo : “dans la culture des identités sous contrôle” per proseguire il dibattito sull’ appropriazione culturale

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