Umani allo specchio del mostro

Andrea Comincini

La distinzione di Karl Popper degli oggetti del discorso filosofico in tre mondi (Natura, Psiche, Cultura) è la massima espressione di un mentalità che, liberatasi della metafisica trinitaria Dio, Uomo, Mondo, si affida al razionalismo descrittivo, al soggetto di cartesiana memoria, per giudicare il mondo esterno e sezionarlo. I prodotti della cultura, conseguentemente, diventano eccedenze di cui si potrebbe fare a meno. Il panopticon di Bentham, l’occhio che tutto scruta, sembra trovare la sua più esplicita apoteosi, ma nonostante si sforzi di essere esaustivo, l’impostazione mostra delle fratture. La dissezione del mondo non può ridurne la complessità, e soprattutto non si può affermare che la cultura ne sia solo un residuo inquinante, mentre ne è parte performante. Tale nuova presa di coscienza è il punto di partenza di una discussione molto approfondita e stimolante, sviluppata nel numero di dicembre di Aut Aut da diversi studiosi, fra cui Massimo Filippi, Alessandro Dal Lago, Serena Giordano, L. Sanò, M. Reggio e tanti altri a proposito di una insostenibilità classificatoria che considera il diverso ontologicamente abusivo. Mostri e altri animali, questo il titolo del volume da poco uscito, riscrive la storia dei dissimili, del bestialmente altro, provando a decifrarli non in quanto errori naturali, ma simboli/prodotti di un dispositivo di potere negazionista.

Quale negazionismo? Quello teso a confutare la verità sull’umano e la sua radice animale, e cioè che oltre la biologica naturalità spacciata per superiorità aproritaria, si manifesta una gerarchia mai fondata sulla naturalità e la distinzione netta, perché proprio tali concetti non pertengono al mondo esterno. Filippi, sia nella Premessa sia nel contributo personale, è molto chiaro:

I corpi sono assemblaggi/concatenamenti di corpi, materia, relazioni e memoria. Sono costellazioni, reliquie, vortici, sintomi, anacronismi, contrattempi, sopravvivenze. In una parola: mostri. E che ci piaccia o no, anche “noi” siamo animali e, quindi, mostri”.

Il mostro dunque spaventa, perché è la singolarità contro la regola, capace di mostrare la trama politica della narrazione altrui e di mettere in crisi il soggettivismo totalizzante suddetto: lungi dall’essere tale poiché oggettivamente diverso, il mostruoso altro non è se non lo scarto biopolitico dell’occidente dominante, il quale si riconosce puro e sano grazie all’individuazione e alla segregazione di un corpo reso dissimile.

I saggi contenuti affrontano la tematica da differenti punti di vista: artistico, storico, mitologico. In comune rivelano la necessità di considerare prioritaria la battaglia fra codici reazionari o performativi. Cosa si intende? Gli autori lottano per rendere visibile la politicità di qualsiasi descrizione passata per naturalistica, quando in verità appartiene a un desiderio di determinare una differenza e un dominio sugli altri. Differenza, per affermare l’inumanità del diverso, e quindi la possibilità di usufruirne a piacimento senza sensi di colpa (si pensi anche al riconoscimento dei neri a persona) e – successivamente – al dominio, perché l’inferiore (sia un animale da macello, sia un essere umano) va guidato e comandato, per il suo bene.

Parafrasando Foucault, bisogna ricordare che “il mostro sconvolge l’ordine giuridico” ma in questa violazione delle regole, autorizza il potere a intervenire, senza spiegare però che il mostro è tale perché proprio il potere lo ha precedentemente classificato tale.

L’erotismo del mostro è un argomento frequente nella grande tradizione cinematografica: ne Il mostro della laguna nera (1954), è chiaro che la sessualità esibita o celata serve da dispositivo di coercizione degli istinti, ma anche da conforto, perché ci dice “siamo diversi da loro” e “non dobbiamo mischiarci”. Ne La forma dell’acqua (2017), invece, il politically correct si adegua ai tempi, ma resta sullo sfondo un meccanismo di censura proprio quando si arriva a parlare degli organi riproduttivi della creatura anfibia – termine ultimo tra uomo e bestia. Allo stesso modo si potrebbe dire del mondo mitologico. Le lamie, o gli umani-animale, segnano il confine tra la diversità e la norma, la sconcezza e la regalità.

Anche in campo zoologico gli esempi sono molteplici: Etienne Saint-Hilaire e la zoologia come progetto politico militare non sono certo il prodotto casuale di una razionalità totalizzante. Cosa sono oggi gli allevamenti, se non lager costruiti per sfruttare corpi deformati e tutti uguali, votati solo a nutrire i nostri appetiti? Cosa non succede nelle cosiddette ultra avveniristiche farm, se non una militarizzazione dei corpi animali? L’esuberanza bestiale viene domata, escludendola e rendendola disponibile per le élite. E l’animale in noi? Animal, il romanzo dell’autrice I. Sinha raccontato da Marco Reggio, esprime perfettamente che anche l’uomo è a rischio di deumanizzazione. Il piccolo protagonista cammina curvo a causa di una malattia, e si trova a essere scartato, non solo in quanto povero ma – seguendo l’analisi di S. Taylor, perché “numerosi testi storici suggeriscono un’associazione tra postura eretta e civiltà, se non fra postura eretta e umanità”. Proprio nel mondo dell’arte si intravedono i segnali di questa consapevolezza: da H. Nitsch, a G.Alexander, “Il mondo come una volontà e una rappresentazione” svela il suo inganno ancestrale, basato ovviamente anche su quel sostrato religioso essenziale per il fondamento identitario. “Se il protestante – osserva Max Weber – preferisce mangiar bene…il Cattolico vuole dormire tranquillo”. Così come sono costretti dal “dovere professionale” a far denaro, allo stesso modo uomini e donne devono rigorosamente rispettare la propria “vocazione” biologica.” In quest’ottica, la figura dell’ermafrodita è l’orripilante per eccellenza, sebbene tanta parte ebbe nella letteratura delle origini, soprattutto nei vangeli apocrifi, che vedeva nella coincidentia oppositorum dei sessi un potere salvifico. Quale mutazione è avvenuta nel medioevo? A livello ontologico, si è imposta per naturale una costruzione intellettuale aderente a una scelta ben precisa, quella del sopruso del bianco al potere.

È l’assenza di ordine, in definitiva, a inquietare il dominante: ordine da non intendersi ovviamente solo nel mondo esteriore, ma anche interiore. Il mostruoso minaccia una verità precostituita, ed è per questo per esempio che gli ermafroditi venivano bruciati e le loro ceneri sparse al vento – per cancellare la traccia del dissimile.

Insomma, il mostro torna continuamente a inquietare i nostri sogni non solo perché ci spaventa nelle fattezze, ma perché ci ricorda chi realmente siamo: noi siamo loro, ma abbiamo voluto dimenticarlo, e su quell’oblio abbiamo costruito l’occidente.

AUT AUT, Dicembre 2018, il Saggiatore

AA.VV., Mostri e altri animali

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Il tuo commento dovrà essere approvato prima di apparire.