Rete, social e post-democrazia

Lelio Demichelis

Superat discipulo magister: la regola dice che l’allievo (Matteo Salvini) supera sempre il maestro (Matteo Renzi). Ma la regola è anche quella per cui oggi, grazie alla rete, il populismo si accresce quasi per autopoiesi/autoreferenzialità. Dal bullismo dei rottamatori al bullismo/proto-fascismo degli imprenditori della paura, il passo è stato facile. Ma entrambi sono neoliberali (Renzi e Salvini). Riproducono in forme apparentemente diverse il medesimo modello tecnico e capitalista e rappresentano la continuazione del sistema con altri mezzi per realizzare l’uomo e la società a una sola dimensione, quella della competizione, della forma impresa, dell’individualismo e dell’ego(t)ismo. Lo fanno attivandosi in nome di una presunta modernità neoliberale (Renzi) o attivando un popolo-moltitudine mobilitato (la rabbia e il rancore - Salvini) contro le caste, pur essendo entrambi parte della casta. Ma una cosa ancora accomuna il maestro e l’allievo (e a Trump ma anche a Obama, il primo ad averle usate e piegate alla conquista del potere): l’uso delle nuove tecnologie (rete/social) come ‘tecnologie per il potere’ – secondo questo nuovo libro di Giovanni Ziccardi – che ci rinvia, tra i molti possibili, a un altro libro, Tecnologie del dominio, del Gruppo Ippolita (Meltemi).

Perché sempre il potere ha usato tecniche particolari per conquistare il potere, per legittimarsi e possibilmente conservarlo nel tempo: dall’antica retorica ai persuasori occulti novecenteschi secondo Vance Packard; dalle ideologie politiche e dalle manifestazioni di massa del ‘900 (Mussolini e Hitler e le prove davanti allo specchio per cercare la migliore forma di comunicazione/rappresentazione di sé stessi per conquistare il consenso), ai mass media come radio e televisione, al consumismo e alle PR secondo Edward Bernays, allo spettacolare integrato di Debord e all’industria culturale dei francofortesi; dalle religioni tradizionali ai guru della Silicon Valley. Oggi, le tecniche per conquistare il consenso e quindi il potere sono essenzialmente i social e i tweet - possibili grazie al lavoro di produzione di dati che ciascuno di noi compie in rete a produttività crescente secondo l’organizzazione scientifica di questo lavoro, dove il nostro mansionario è dover essere sempre connessi e dover condividere; dati che vengono poi comprati e venduti a nostra insaputa per realizzare una nuova persuasione (o manipolazione) occulta del consenso, targettizzata sul singolo individuo e non più solo sulla massa (Cambridge Analytica e oltre). Nuove tecnologie che promettevano (anni ’90) la liberazione dell’uomo dalla fatica e dal lavoro (e creatività e immaterialità), ma che hanno realizzato invece la più perfetta società amministrata (ancora, la Scuola di Francoforte) tra Iot e Big Data/Panopticon digitale e insieme la più nascosta (e quindi la più efficace) manipolazione politica e culturale delle masse individualizzate di oggi.

La crisi della democrazia politica e della democrazia economica (possibile quest’ultima, anche se con fatica, in una fabbrica fordista, difficile o impossibile nella fabbrica-rete/piattaforma dove tutto è smaterializzato, individualizzato/separato anche se connesso e veloce), ci sembra nascere soprattutto da qui, dalla pervasività di un tecno-capitalismo a-democratico/anti-democratico per essenza e funzionamento. Perché la tecnica vive di automatismi e oggi di algoritmi che imparano da soli, quindi esclude a priori ogni possibilità di controllo; e perché il modello neoliberale di impresa – diventato oggi modello sociale e politico egemone - è quello di Wilhelm Röpke (l’impresa è come una sala operatoria, la democrazia è un intralcio), mentre von Hayek preferiva una dittatura pro-mercato a una democrazia contraria la mercato. Ovvero: se le forme tecniche e capitalistiche (anti-sociali e anti-democratiche in sé e per sé) tendono a divenire forme sociali e politiche – come appunto oggi – la democrazia non può che soffrirne. E se oggi trionfa il populismo digitale (secondo Dal Lago) o 2.0 (secondo Revelli) dobbiamo ricordare che la storia del capitalismo è fatta anche di paternalismo imprenditoriale che era ed è una forma di populismo d’impresa. E se il partito politico fordista muore (ancora Revelli), rinasce il partito/movimento-azienda, personalizzato e verticalizzato e populista. Un partito gestito anch’esso in lean production, da qui la fast politics via rete/tecnica, perfettamente coerente e congruente con le necessità del sistema tecnico e capitalista di essere al massimo della velocità/accelerazione/flessibilizzazione di sé e per sé, producendo il minimo di conoscenza, riflessione, individuazione, consapevolezza e partecipazione democratica alla decisione (oggi appunto delegata alla tecnica). Si produce cioè quello che Roberto Finelli ha definito impoverimento del verticale (del rapporto dell’individuo con sé stesso e del corpo con la mente) e superficializzazione dell’orizzontale (della relazione tra individui umani) – in AA.VV, Alle frontiere del capitale, Jaca Book. Tutto però offerto - dallo stesso sistema che produce post-democrazia (Colin Crouch) o meglio, democrature/autocrazie e/o populismo e delega - come il massimo della libertà, dell’uno vale uno, della partecipazione dal basso, del popolo sovrano.

Ma torniamo al libro di Ziccardi, appunto: Tecnologie per il potere. Pregevole analisi dei modi con cui la politica usa le tecnologie e di come la tecnologia produce quella post-politica che le serve, aggiungiamo, per la propria riproducibilità tecnica. Il sottotitolo del volume è: Come usare i social network in politica, noi avremmo preferito: Come i social ci usano per la peggiore politica. Riassumeva forse meglio ciò che ci è rimasto dopo la lettura del saggio di Ziccardi - che si aggiunge ad altre sue riflessioni sulla rete, come Internet, controllo e libertà (2015) e L’odio on line (2016), anche questi editi da Cortina Editore. Un saggio che dà coerenza a tutte le nuove tecniche che vengono usate dal potere per il proprio potere, illustrandone il funzionamento persuasivo/pervasivo/manipolativo; ma che si offre soprattutto come un manuale per una possibile resistenza/autodifesa digitale - riprendendo una definizione ancora del Gruppo Ippolita.

Ziccardi parte ovviamente dal riconoscimento “dell’importanza centrale che ha assunto l’algoritmo in politica e del ruolo indispensabile che rivestono le analisi dei big data, le attività di profilazione e il trattamento automatizzato di enormi quantitativi di informazioni”. Per fini commerciali e per fini politici, dove “la capacità che ha un uso scorretto delle tecnologie di alterare equilibri elettorali e democratici è provata”, ma sembra che nessuno riesca o voglia davvero impedire questo uso scorretto; anche perché la velocità con cui si propaga sembra decisamente maggiore della capacità e della volontà del demos di riappropriarsi della propria sovranità, forse perché illuso che davvero con la tecnica uno vale uno, senza vedere che questa è solo apparenza o l’ombra sulla parete della caverna platonica del sistema.

Ziccardi è esaustivo. Parte dalla California degli anni ’70 per arrivare al big data, alla politica sullo smartphone, alle app, alle piattaforme e ai bot, alla fast politics, alla predictive analytics e alla psicopolitica digitale, passando per troll, echo chambers, fake news e compulsività dei tweet - che replicano oggi le vecchie tecniche di manipolazione pubblicitaria via parole/concetti-chiave ripetuti infinite volte, immergendoci “in una campagna elettorale permanente”. Soprattutto, la democrazia viene appaltata a società private a cui nulla importa della democrazia e della libertà (supra). Ne consegue - ma non può non conseguirne - che l’attenzione ai diritti auspicata a suo tempo da Stefano Rodotà, “diventa sempre più complessa in un ambiente che sembra volere, in ogni momento, sfuggire alle regole, anche per volontà di politici/comunicatori/influencer che spesso, dato il potere mediatico che hanno in mano, si sentono al di sopra di tutto: leggi, Costituzione, magistratura, Europa, divisione dei poteri”.

E allora riprendiamo una riflessione di Remo Bodei, citata da Ziccardi: “Occorre chiedersi se la democrazia esista ancora o non si viva già nell’età della post-democrazia che assume il volto del populismo, della smobilitazione e dell’infantilizzazione delle masse, dell’autocrazia elettiva, del conformismo, della degradazione della verità a semplice opinione e dell’inaridimento della facoltà di giudicare”.

Giovanni Ziccardi

Tecnologie per il potere.  Come usare i social network in politica

Cortina Editore

Pp. 255, € 16,00

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