Elezioni amministrative in Turchia: Erdoğan rinuncerà a Istanbul?

Fabio Salomoni

Le elezioni amministrative di domenica scorsa in Turchia dovevano rappresentare l’ultima tappa di un percorso che, passato attraverso la riforma istituzionale e successivamente le elezioni presidenziali dello scorso giugno, avrebbe dovuto sancire la consacrazione della Nuova Turchia di Recep Tayyip Erdoğan. Per l’occasione il presidente, mentre sul paese incombe lo spettro dell’ennesima crisi economica, ha mobilitato la quasi totalità dei media nazionali, in particolare le televisioni, e letteralmente incartato il paese con giganteschi manifesti elettorali con la sua fotografia. Una campagna dai toni particolarmente violenti che ha trasformato l’appuntamento elettorale nell’ennesimo referundum personale nel quale ad essere in gioco non erano le amministrazioni locali ma la sopravvivenza stessa dello stato. Facendo ricorso ad una strategia ormai consolidata ha costruito un discorso fondato sulla polarizzazione radicale nel quale il paese, identificato con il presidente e i suoi elettori, appariva minacciato all’interno da oppositori politici assimilati tout court ad organizzazioni terroristiche e all’esterno dall’islamofobia del mondo occidentale, testimoniata dalle immagini del massacro di Christchurch in Nuova Zelanda diffuse a ripetizione durante i comizi del presidente. Nonostante questo clima da ultima spiaggia e la mobilitazione personale del presidente che in cinquanta giorni ha tenuto più di cento comizi, i risultati dello spoglio di domenica sera hanno confermato quello che i sondaggi dell’ultima ora facevano presagire. Sebbene la coalizione presidenziale formata dal Partito della Giustizia e dello Sviluppo -AKP- e dal Partito di Azione Nazionalista-MHP- abbia mantenuto il 52% dei voti e la maggioranza dei comuni del paese, il presidente deve incassare una sconfitta. I candidati della coalizione di opposizione, formata dal Partito Repubblicano del Popolo –CHP- e dal Buon Partito -IYI Parti- hanno infatti vinto in cinque dei sei principali comuni metropolitani del paese, tra i quali Ankara e Istanbul, due città che da sole concentrano il 25% della popolazione e gran parte del potere economico, politico e simbolico del paese. Domenica sera ai primi risultati dello spoglio elettorale il clima drammatico della campagna elettorale ha progressivamente lasciato lo spazio ad un balletto dai toni quasi surreali. Al centro della contesa Istanbul, città natale di Erdoğan. Mentre i risultati elettorali davano in vantaggio il candidato dell’opposizione Ekrem Imamoğlu, il candidato AKP, l’ex primo ministro Yıldırım, si presentava davanti alle telecamere per proclamare la vittoria e ringraziare gli elettori. Contemporaneamente l’agenzia di stampa statale Anadolu, l’istituzione che di fatto ha il monopolio della diffusione dei risultati elettorali, interrompeva per ore l’aggiornamento dei dati quando rimaneva ancora da scrutinare l’1,7% dei seggi. Un copione già sperimentato con successo nelle elezioni presidenziali del giugno 2018. Questa volta però l’opposizione ha mostrato di aver imparato la lezione e Imamoğlu nella serata si è presentato ripetutamente davanti ai giornalisti per invitare l’agenzia di stampa e la Commissione elettorale a rispettare l’etica professionale e riconoscere che i risultati lo vedevano vincitore. Dopo una nottata all’insegna dell’incertezza totale trascorsa da gran parte della popolazione con gli occhi incollati al telefonino, lunedì mattina la Commissione elettorale ha dovuto riconoscere il vantaggio di Imamoğlu.

Ekrem İmamoğlu

Caduta quindi la possibilità di rivendicare la vittoria, mentre il presidente Erdoğan annunciava l’intenzione di prendersi alcuni giorni di riposo, gli uomini del presidente hanno cambiato strategia: dalla rivendicazione della vittoria alla contestazione della sconfitta. Sostenuti da una martellante campagna mediatica, i rappresentanti del partito hanno denunciato brogli elettorali, additando il numero ritenuto eccessivo di voti non validi, 318.000. Di fronte all’assedio la Commissione elettorale ha rapidamente deposto le armi imponendo di riconteggiare i voti non validi nei seggi di 17 delle 39 municipalità che compongono il comune metropolitano di Istanbul mentre ad Ankara, dove il candidato dell’opposizione Mansur Yavaş ha ottenuto il 50,9% delle preferenze contro il 47,1% del suo rivale, il conteggio riguarda undici municipalità su venticinque. Contemporaneamente però la stessa Commissione ha respinto analoghi ricorsi presentati dai partiti di opposizione in diverse città del paese. Venerdì mattina Imamoglu ha dichiarato che ad Istanbul il conteggio aveva attribuito 2184 voti all’AKP e 758 al CHP e che il suo vantaggio sull’avversario era ancora di 18742 voti. Nonostante questi dati però la coalizione tra i media e l’AKP continua da giorni a fare un gioco al rialzo, chiedendo nuovi riconteggi, sbandierando una presunta drastica riduzione del divario tra i due contendenti e accusando l’opposizione di un colpo di stato nelle urne fino ad evocare scenari venezuelani. Una campagna di disinformazione che evita accuratamente di dire che il numero di voti non validi è ampiamente nella norma rispetto alle elezioni precedenti oppure di spiegare come sia possibile per l’opposizione fare brogli elettorali quando la macchina statale ed elettorale è saldamente nelle mani del partito-stato del presidente.

La sovrapposizione dei risultati elettorali con la carta geografica del paese fa emergere una nuova versione dell’antica divisione del paese in “Tre Turchie”. L’opposizione, con il testa il CHP che ha ottenuto il 30% dei voti totali, riconquista i comuni della fascia costiera che va da Istanbul ad Antiochia, al confine siriano, e le metropoli dell’Anatolia occidentale, Ankara e Eskişehir. L’AKP, con il 44% dei voti totali, mantiene il controllo dell’Anatolia interna e delle zone rurali mentre Il filo-curdo Partito Democratico dei Popoli -HDP- riprende parzialmente il controllo delle regioni del Sud-Est anatolico.

La battaglia intorno ai risultati elettorali di Ankara e Istanbul ingaggiata dall’AKP è anche giustificata dal fatto che le due città rivestono un particolare significato simbolico per Erdoğan e la storia dell’Islam politico. Nel 1994 il Partito del Benessere, predecessore dell’AKP, ha cominciato la sua ascesa conquistando i comuni delle due città. Ad Istanbul venne eletto un giovane Erdoğan che rimase in carica fino al 1999 quando venne arrestato e incarcerato per dieci mesi per aver recitato in pubblico una poesia considerata una minaccia alla laicità. Mentre l’episodio contribuì a far crescere la popolarità di Erdoğan, assurto al rango di martire del sistema kemalista, il comune di Istanbul è rimasto ininterrottamente nelle mani dell’AKP fino al 2017 quando Kadir Topbaş, dopo tredici anni di regno ininterrotto, è stato costretto alle dimissioni dallo stesso Erdoğan. Ekrem Imamoğlu, il probabile prossimo sindaco della città, è un quarantottenne dirigente del CHP. Nel 2014 è stato eletto sindaco della municipalità di Beylikdüzü (331.000 abitanti) all’estrema periferia occidentale di Istanbul. Nella sua campagna Imamoğlu ha accuratamente evitato di scendere sul terreno ideologico e divisivo preparato da Erdoğan, preferendo occuparsi di politica locale. Facendo leva sulla sua esperienza e i successi da amministratore ha presentato un programma basato su una serie di priorità tra le quali quelle della “qualità della vita, l’innovazione e la sostenibilità”. Il suo volto sorridente e il suo atteggiamento inclusivo e positivo hanno conquistato progressivamente un elettorato per il quale la sua candidatura rappresentava un’incognita. La sua determinazione domenica sera nel tenere testa ai tentativi del suo rivale di appropriarsi della vittoria hanno ulteriormente fatto crescere i suoi consensi, non solo tra gli elettori del CHP.

Ad Ankara invece, nel 1994 venne eletto sindaco Melih Gökçek, con un passato da militante nazionalista poi riconvertitosi nel Partito del Benessere. Per ventitré anni Gökçek ha regnato indisturbato sulla capitale attraverso un sistema di potere familistico-clientare profondamente radicato e accompagnato da costanti sospetti di corruzione. Quando nel 2017 è stato costretto a sua volta da Erdoğan a rassegnare le dimissioni, Gökçek si è lasciato alla spalle una città che invece di essere lo specchio di un paese dinamico e in costante trasformazione ricordava una grigia e polverosa cittadina della provincia anatolica. Mansur Yavaş, il candidato scelto dall’opposizione per riprendersi la capitale, come Gökçek vanta un passato tra le file del partito nazionalista. Ha costruito la sua carriera politica come sindaco di una cittadina storica della provincia di Ankara, destinazione privilegiata dei fini settimana degli ankarioti. Nel 2014 ha lasciato i nazionalisti per passare al CHP e proporsi come sfidante di Gökçek. Sfida persa per uno scarto dell’1%. Nell’occasione Yavaş presentò ricorso chiedendo il riconteggio dei voti ma all’epoca la Commissione Elettorale lo respinse.

La perdita di Istanbul e Ankara non sarebbe, il condizionale al momento appare d’obbligo, però solamente grave dal punto di vista simbolico e politico. Ragioni molto più prosaiche giustificano l’affanno dell’AKP. Controllare Ankara e Istanbul, che hanno bilanci comparabili a quelli di alcuni stati europei, permette di avere accesso e gestire enormi flussi finanziari attraverso i quali generare consenso. Perdere Ankara e soprattutto Istanbul, prima che le basi simboliche, significa minare gravemente le basi materiali del sistema AKP. Del resto alla vigilia delle elezioni un commentatore vicino all’Akp lo aveva espresso chiaramente” Abbiamo iniziato la nostra scalata ad Ankara e Istanbul, e ad Ankara ed Istanbul comincerà la nostra fine”.

La serie di comuni metropolitani perduti dall’AKP include altre tre città. Izmir, da sempre neppur troppo segreto oggetto del desiderio di Erdoğan e dei suoi, ha confermato ancora una volta il suo ruolo di roccaforte del partito kemalista dando al candidato del CHP il 58% dei voti. Scendendo lungo la costa mediterranea si arriva poi ai comuni metropolitani di Mersin e Antalya, strappati dal CHP rispettivamente all’AKP e al MHP. Lo scontro elettorale oltre alle due coalizioni principali comprendeva anche un terzo attore, il partito filo-curdo HDP. Decimato dagli arresti, in testa quello del presidente Demirtaş in carcere dal 2016, e con quasi novanta comuni commissariati, il partito in queste elezioni ha deciso di ripiegare nella sue regioni di origine presentando candidati solamente nei comuni del sud-est del pease. I risultati ottenuti sono contraddittori. Sebbene abbia riconquistato gran parte delle città principali, a cominciare da Diyarbakır, nel complesso è riuscito a riprendersi poco più della metà dei comuni commissariati. A spiegare questo successo parziale non bastano i soliti richiami alla pressioni che le forze di sicurezza esercitano, come ad ogni tornata elettorale del resto, sugli elettori della regione. Il risultato è determinato anche dal malcontento di un elettorato che attende ancora che il partito faccia autocritica rispetto alla suicida politica di sostegno, all’indomani del clamoroso risultato elettorale nelle politiche del 2015, alla campagna di guerriglia urbana lanciata dal PKK. Una guerriglia urbana che ha scatenato la prevedibile brutale risposta delle forze di sicurezza. Il bilancio di questa ennesima “guerra a bassa intensità” include più di duemila vittime, decine di migliaia di sfollati e la distruzione di interi centri urbani. L’elettorato curdo ha avuto invece un peso determinante nella vittoria del CHP nelle metropoli occidentali del paese. Seguendo l’appello dal carcere di Demirtaş, gli elettori curdi, nonostante le comprensibili diffidenze nei confronti della coalizione CHP-MHP, hanno contribuito massicciamente a determinare la sconfitta dei candidati AKP. Un ruolo che i vincitori nei loro discorsi post-elettorali sembrano però ignorare.

La grande narrazione delle elezioni concentrata attorno ai grandi numeri e ai protagonisti di primo piano nasconde tra le sue pieghe una miriade di storie e personaggi che raccontano forse meglio di ogni altro elemento la varietà della società turca. A Istanbul Turan Hançerli, avvocato quaranteseienne, è stato eletto sindaco della municipalità di Avcilar (435.000 abitanti) nelle liste del CHP. Hancerli, che in giovane età ha perso le braccia in un incidente stradale, è il primo sindaco disabile eletto nel paese. Il suo successo elettorale è arrivato dopo un lungo impegno come vice-presidente dell’associazione nazionale disabili e più recentemente nei comitati per la trasparenza durante le elezioni presidenziali del giugno scorso. A Tunceli, cittadina dell’Anatolia centro-orientale, Fatih Maçoğlu è il primo sindaco della storia turca eletto nelle file del partito comunista TKP. La cittadina porta inciso nel nome la sua storia drammatica. Nel 1938 la città si chiamava Dersim e la sua popolazione in maggioranza curdo-alevita si ribellò allo stato centrale provocando una risposta durissima passata alla storia come “il massacro di Dersim”, nel quale l’esercito fece migliaia di vittime tra la popolazione. A memoria imperitura della repressione, alla città fu imposto il nuovo nome di Tunceli, letteralmente“mano di ferro”. Da allora la città è diventata un simbolo di ribellismo e una fucina di militanti e organizzazioni, anche armate, curde e di sinistra. In particolare il villaggio montano di Ovacık ricorre ancor oggi nelle cronache per i frequenti scontri tra le forze di sicurezza e la guerriglia nelle montagne che circondano il paese. Maçoğlu ha costruito la sua carriera politica proprio a Ovacık dove ha applicato un programma “popolare rivoluzionario” basato sulla creazione di cooperative agricole dedicate al biologico e sulla partecipazione popolare ai processi decisionali. Domenica Maçoğlu ha vinto sconfiggendo il candidato HDP con la promessa di portare anche nel capoluogo il modello sperimentato a Ovacık. A Mardin, città a maggioranza arabo-curda alla frontiera siriana, è stato eletto sindaco nelle file dell’HDP l’anziano Ahmet Türk. Uno dei padri nobili del movimento politico curdo, rispettato anche dagli avversari per il suo stile e il suo carisma, riprende l’attività politica nonostante l’età e problemi di salute, dopo aver passato 5 mesi in carcere nel 2016. A Suruç, piccolo comune alla frontiera siriana, è stata eletta sindaca nelle liste HDP Hatice Çevik. La storia di questa militante è una sintesi tragica della storia recente della Turchia e dei costi della militanza politica. Hatice era alla stazione di Ankara il 10 ottobre 2015 quando due kamikaze dell’ISIS si fecero esplodere tra la folla che partecipava ad una manifestazione per la pace. Tra le centonove vittime anche la figlia e la cognata di Hatice. La foto di Hatice e del marito abbracciati e con i volti insanguinati rimane una delle immagini simbolo del massacro. Pochi mesi prima, a luglio, a Suruç nel paese natale di Hatice, due kamikaze dell’ISIS avevano fatto trentuno vittime tra i giovani militanti di sinistra che organizzavano aiuti in favore dei rifugiati siriani. Al primo posto del programma elettorale di Hatice Çevik la promessa di realizzare un monumento commemorativo delle vittime del massacro.

Da queste elezioni emergono alcune indicazioni generali: la partecipazione popolare testimoniata da un tasso di affluenza dell’84%; la constatazione che il voto di appartenenza e la questione identitaria rimangono caratteristiche centrali nel comportamento elettorale; la persistenza a livello nazionale del blocco di potere intorno a Erdoğan, al cui interno si rafforza la componente nazionalista del MHP; il rifiuto di una parte consistente della popolazione urbana delle metropoli principali e delle città curde della logica dello scontro imposta da Erdoğan e la domanda di risposte urgenti a questioni pressanti, quali quella economica; gli interrogativi sul futuro dell’AKP e le voci rinnovate della possibilità che vecchi dirigenti marginalizzati del partito fondino un nuovo partito di centro destra.

Su tutto, in queste ore però domina il teatro dell’assurdo scatenato intorno ai risultati di Istanbul e Ankara. Un teatro che propone con urgenza la domanda che molti si fanno in queste giornate: Erdoğan rinuncerà a Istanbul?

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