Speciale Polonia / Gli esperimenti cinematografici di Anna Molska

Santa Nastro

C’è grande fermento nell’arte contemporanea in Polonia. Manca un vero sistema, dicono gli operatori, come manca una fiera nazionale (la più vicina è la non immediatissima piazza di Vienna). Ma non mancano i musei, né gli artisti. Sono molti, consolidati o giovani o a metà carriera: chi più maturo e chi meno, tanti comunque in grado di misurarsi con l’oggetto-mostra anche in spazi ampi e museali – bontà delle istituzioni locali. Tra questi c’è Anna Molska, artista nata nel 1983 a Prudnik, ma residente a Varsavia, il cui lavoro è esposto fino a oggi al Bunkier Sztuki di Cracovia, uno degli spazi per l’arte contemporanea e la sperimentazione più interessanti in Polonia, con i suoi due piani e un basement che fa da “project room” spesso destinata ai più giovani.

Alla Molska sono dedicate le stanze del pianoterra. Open Field, Flat Terrain – questo il titolo del percorso espositivo a cura di Lidia Krawczyk e con il coordinamento di Gabriela Brdej. La mostra si apre con una delle finte sculture dell’artista (Stół montażowy / Flatbed editor), da sempre connesse con il mondo del cinema per ciò che concerne la produzione oggettuale. Qui, ad esempio, ad accogliere il visitatore è un tavolo da montaggio, ovviamente dal sapore un po’ vintage, che diventa una sorta di tavolo preparatorio e anatomico, una consolle da chirurgo, con qualche rimando nell’aspetto di Tadeusz Kantor-iana memoria.

Successivamente, dopo aver attraversato un tunnel oscuro, si ritorna al grande amore della Molska, il cinema. Sei grandi schermi, di quello che la curatrice definisce un esperimento cinematografico, accolgono lo spettatore. Nel primo si racconta l’ incontro tra due fiumi (il Wełna e il Nielba) che si incrociano ad angolo retto nella regione di Wągrowiec: ma non si tratta tuttavia di un fenomeno naturale, quanto della risultante delle opere di bonifica praticate dai monaci cistercensi nel XIX secolo. Nel secondo, un gruppo di bimbi siede sulle scalinate del Palazzo della Cultura di Varsavia: ridono, sventolano bandierine, fiori. Gli stessi fiori, protagonisti dello schermo successivo, che con un atto compassato, eppure estremamente violento, vengono recisi al capo, piuttosto che alla base. Nel quarto un incendio, apocalittico eppure seducente, di origine incomprensibile, avvolge lo spettatore. Nel quinto una colonna di auto, probabilmente di Stato, attraversa una strada circondata da campi. Nell’ultimo, peraltro l’unico parlato della serie, è protagonista un uomo chiamato in causa dall’artista per ispezionare e capire la presenza di radiazioni nel terreno sottostante gli uffici della Cancelleria Polacca di Sejm, dopo aver riscontrato in alcuni dipendenti seri problemi di salute. Tutte le opere, datate 2018-2019, vanno in sincrono e permettono al visitatore di scegliere una visione d’insieme come, invece, di dedicare la propria attenzione a un singolo schermo. Il montaggio, protagonista fin dall’inizio di questa mostra, crea scarti di senso, dimensioni surreali, contraccolpi nella percezione, in perfetta linea con la pratica dell’artista.

Diplomatasi nel 2008 all’Accademia di Belle Arti di Varsavia, Anna Molska può vantare curriculum eccellente: il suo progetto di laurea, Praca – Moc [Work – Power], è stato esposto alla Biennale di Berlino nel 2008; nel 2009 è stata inclusa nella Triennale generazione curata da Massimiliano Gioni e Laura Hoptman al New Museum di New York, intitolata Junger than Jesus; nel 2012 ha avuto una doppia personale alla Tate Modern con Ciprian Mureşan.

L'artista lavora con un approccio multidisciplinare, anche se il video, anzi il cinema, è il suo linguaggio del cuore. Nella sua ricerca si incrociano discorsi politici, temi ambientali, la questione femminista e un ragionamento molto approfondito sul ruolo dell’artista nella società contemporanea. Questi aspetti sono presenti nella sua pratica fin dagli inizi. Scrive di lei Kristy Bell su “Frieze” (gennaio 2013): “Il metodo di Anna Molska è strettamente derivato dalla lezione di Grzegorz Kowalski- Studio of Audio-Visual Space. In particolare per lei è stato di grande importanza il corso di studi denominato Obszar wspólny, Obszar własny ('Spazio comune, spazio privato'). Qui i membri vengono incoraggiati a lavorare con il proprio corpo e a comunicare attraverso diverse forme espressive: l’unica regola è che nulla deve essere distrutto nel processo. Parametri simili definiscono gran parte della pratica della Molska: sono infatti stabilite alcune coordinate prese in prestito dalla realtà, ma all’interno di esse l’azione può svilupparsi liberamente”.

Questa pratica viene fuori ad esempio in maniera preponderante in uno dei film più conosciuti dell’artista, The Mourners, 2010 (preludio del successivo Hecatomb, 2011). Qui sono protagonisti i racconti di sette donne anziane, componenti del coro popolare "Jarzębina", di Kocudza, un villaggio nella regione di Zamość in Polonia, che si esibisce sia in occasioni festive che ai funerali come “prefiche”. Al lamento “classico” di questo tipo di occasioni si uniscono storie di morte e di superstizioni, aneddoti e canzoni popolari, tramandate di generazione in generazione e qui raccolte dalla artista.

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