Scott, come lo stato ci guarda

Matteo Moca

Nella sua Introduzione a Lo sguardo dello stato, pubblicato in questi giorni da Elèuthera, l'antropologo James C. Scott scrive: «questo libro è nato da una divagazione intellettuale divenuta così avvincente da indurmi ad abbandonare del tutto l'itinerario originario». Obbediscono infatti a questo andamento centrifugo e trascinante i saggi che si susseguono in questo nuovo e prezioso volume curato da Stefano Boni, che conferma ancora volta, se mai ce ne fosse bisogno, l'importanza dell'opera di Scott.

Il nucleo centrale del suo lavoro si sviluppa attorno al dislivello, alle sue cause e alle sue conseguenze, tra chi esercita il potere centrale e chi invece si trova a subirlo, siano essi gruppi vernacolari, minoranze o popoli dell'antichità. Testimonianza decisiva di questo lavoro di scavo è Il dominio e l'arte della resistenza. I verbali segreti dietro la storia ufficiale (sempre pubblicato da Eleuthera) dove Scott legge e interpreta i comportamenti codificati tra i dominanti e i dominati, mettendo in luce come essi siano ammantati dall'inganno e dal conflitto, producendo un documento unico per arrivare a comprendere quelle che sono le forze che regolano i principi di subordinazione ma anche quelli della rivolta e della resistenza, che si condensano proprio nei «verbali segreti del titolo» e nei sistemi di organizzazione occulti. Anche questo nuovo Lo sguardo dello stato si assesta su simili versanti, con la sua analisi della storia minuta, una microstoria che Scott ricostruisce attraverso lo spoglio e il confronto di documenti di archivio e documentazioni archeologiche, e con lo studio della vita quotidiana: come scrive Boni nella sua Introduzione, sono questi due elementi a permettere all'antropologo di mettere addirittura in crisi le grandi impalcature ideologiche del ventesimo secolo e a dare dignità a categorie solitamente ignorate dalla storiografia ufficiale, che tende a identificare la creazione dello Stato come il momento centrale e fondamentale per il progresso della civiltà, quando «Scott – scrive Boni – ci racconta anche la visione e le attività di quelli che hanno lottato contro lo stato, sia dal suo interno, elaborando forme di resistenza spesso invisibili, sia al suo esterno, organizzandosi per neutralizzarne l'espansione».

I saggi che compongono questo voluminoso Lo sguardo dello stato, che ha subito anche emendamenti del curatore in accordo con l'autore, attraversano aree geografiche differenti e distanti tra loro, come tutta l'opera di Scott, e vivono di una grande sinergia tra campi di studi diversi che coinvolgono l'antropologia ovviamente, ma anche le scienze politiche e la sociologia, materie piegate alla soddisfazione di domande urgenti senza mai cadere in un abuso teorico infruttuoso. Si tratta di un'indagine sulle modalità con cui lo Stato guarda alla società per poter controllare ogni cosa: ma questa forza organizzatrice dello stato, che si condensa nella creazione di mappe, nella decisione dell'utilizzo di cognomi fissi, negli elenchi catastali o nell'adozione di precise unità di misura, è stata ovviamente portatrice di uno sconvolgimento delle pratiche vernacolari e antiche, quelle fondate sull'esperienza (ciò che Scott definisce metis) e radicate nella popolazione. Si assiste dunque a uno scontro tra la semplificazione tentata dallo Stato, unica via per poter comprendere e controllare tutto, aspetto che Scott mette felicemente in comunicazione con le riduzioni cartografiche che «non raffiguravano punto per punto l'attività reale della società che illustravano: ne rappresentavano soltanto la fetta che interessava all'osservatore ufficiale», e la complessità radicata nell'organizzazione vernacolare e dei piccoli gruppi. Scott si chiede come «erano riusciti gli Stati ad assumere gradatamente il controllo dei propri sudditi e dei loro ambienti», e questo libro è un nuovo tentativo, organico e complesso, di dare una spiegazione a questo interrogativo anche perché così la standardizzazione di pesi e misure, l'uniformazione della lingua, la pianificazione urbana e l'organizzazione delle reti assumono un nuovo e decisivo significato capace di spiegare anche gli «episodi più tragici di questa ingegneria sociale messa in atto dallo Stato».

Questo libro dunque inserendosi nella scia di studi diversi e importanti sui dispositivi di potere dello Stato, come quelli di Foucault per esempio, aiuta a comprendere le sue dinamiche di controllo e la natura della sua egemonia verso i cittadini: certo oggi queste forme di controllo hanno assunto nuove forme, dai mass media ai social network, ma questo libro funziona comunque anche come un ottimo viatico per comprendere il percorso che arriva alla nostra contemporaneità. Scott, come Boni annota nell'esaustiva e completa postfazione intitolata Lo sguardo dello Stato agli esordi del Ventunesimo secolo che si concentra anche sulla situazione italiana odierna, affronta un nodo centrale «per il nostro futuro non solo di studiosi ma di soggetti politici» poiché «la minuziosa genealogia illustrata è un apporto indispensabile per mettere a fuoco l'invasività contemporanea dello Stato come contingenza storica». La grande importanza di questi saggi, la loro rivelazione, si situa proprio negli strumenti di lettura che essi sono sono in grado di offrire per comprendere al meglio le forze che hanno portato lo Stato a prevalere oggi in maniera totalizzante, in particolare attraverso l'uso di tecnologie che garantiscono una leggibilità vasta del popolo. Proprio su questo punto insiste a lungo Scott, che palesa i numerosi sforzi compiuti dallo Stato per raggiungere tale obiettivo e l'importanza delle informazioni che permettono la messa in pratica di queste forme di controllo.

James C. Scott

Lo sguardo dello stato

Elèuthera

pp. 495 euro 22

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