Filippo Tuena, i sogni son desideri

Gianfranco Franchi

Un rizoma incontenibile, ingovernabile, irrisolvibile; uno strabiliante e oscuro labirinto: un’opera chimerica, non addomesticabile. Un imbizzarrito taccuino, erudito e sebaldiano: un memoir elegiaco e malinconico; un trattato di estetica e di poetica, completo di bibliografia sommaria; un’opera di nitidissima autoreferenzialità, in più di un frangente, di quell’autoreferenzialità che devono concedersi solo i maestri. Tuena è l’artista padre di Ultimo parallelo, delle Variazioni Reinach, della Grande ombra: può rischiare. Il risultato è che Le galanti. Quasi un’autobiografia è, da un certo punto di vista, una sorta di Inland Empire: un’opera d’arte di un estremismo che può sconcertare, estranea a qualunque pretesa di linearità e accessibilità che non sia provvisoria e rapsodica; a differenza del prototipo lynchiano, qui in più di un frangente lo scrittore si ferma a definire il suo lavoro: «lettere forse indirizzate al tuo demone», più avanti «libro di lettere d’addio», poco oltre «libro di lettere d’amore»: poi «rizoma», poi «ibrido» (è un libro ermafrodito), poi, forzando paurosamente, «libro gemello» della raccolta di racconti Stranieri alla terra (Nutrimenti 2012), battezzato «splendida occasione fallita»: un puzzle (non a caso ci sono bellissime battute dedicate all’arte del puzzle) che nessuno potrà risolvere e nessuno potrà completare, perché forse stavolta è meglio così.

È come se Tuena non avesse saputo, intraprendendo l’opera, che direzione prendere davvero (probabile); come se a un tratto quel libro di «lettere» si fosse smarrito, o si fosse trasformato in qualcosa di diverso, e di chiaramente indefinibile; come se a un tratto l’artista si fosse perso per strada, stramazzato per la nostalgia, soverchiato dall’epifania della morte e come smanioso di disseminare qua e là riferimenti alle sue opere precedenti, sostanzialmente, stavolta, così riconoscibili che non serve stuzzicare filologi segugi o critici completisti – a dirla tutta, non mancano proprio campionamenti di pezzi già apparsi altrimenti e altrove. Non si può semplicemente dire che questa è narrativa «anfibia», perché stavolta siamo dalle parti del «quaderno di narrativa», un quaderno sebaldiano costituito da racconti, frammenti diaristici, poemetti (!), poemastri, sketch, romanzi mancati, confessioni, didascalie (quante), puntuali ricostruzioni cronologiche di complessissimi passaggi di proprietà di certe opere d’arte (un altro libro nel libro). Forse la definizione più accorta è «confessione»: Le galanti è il torrenziale monologo del demone-legione di Filippo Tuena, scrittore e antiquario italo-svizzero, romano di nascita e milanese d’adozione, con una metà di sangue triestino e quarnerino (Abbazia) sin qua (inspiegabilmente) mai estetizzato.

Un libro-scrigno, o se preferite un libro accessibile quasi da qualunque punto: lette le prime storie (chiamiamole «storie»), ho pensato di avere difronte un ipertesto, letteratura scritta per essere sfogliata, interiorizzata e scandagliata con una logica differente, e forse, purtroppo, per la prima volta nella letteratura tuenica, più adatta a un monitor (al vostro «ferro», kindle o quel che sia) che alla tecnologia «perfetta» e antica che è così naturale venerare, il libro. Un ipertesto corredato da un sofisticato apparato iconografico, fatto di dettagli e di ricostruzioni – immagini e icone che viene voglia di scaricare, di osservare più da vicino, di ridurre, di rovesciare: un apparato iconografico così sofisticato che a un tratto, a metà dell’opera, attorno a pagina 300, mi è apparso Tommaso Pincio (si è come materializzato) e ho capito che era l’unico ermeneuta possibile, forse il lettore ideale di questo monumentale, nostalgico e chiassoso pastiche, assieme al mio vecchio professore di Letterature Comparate Arturo Mazzarella che vent’anni fa, sulle orme di Starobinski, ci insegnava che la parola «nostalgia» era stata coniata per rappresentare quei mercenari svizzeri che non potevano tornarsene indietro, nel 1527, stanchi di saccheggiare Roma e tuttavia a quel lavoro costretti: Tuena ha ben presente l’episodio e forse non soltanto per questioni di sangue. In questo libro l’accaduto riemerge con una singolare prepotenza. Lapidaria.

No, non si può raccontare Le galanti «per argomenti»: non ha senso. Opportunamente, nella premessa, l’artista elenca la materia che s’appresta a trattare – come a predisporre il lettore allo sconquasso: si parte da Sparta e Micene, si passa da Van Gogh e da Luciano Manara, ci si ritrova tra Paolo Uccello e Luca Signorelli, si ritorna su Michelangelo e su Scott, sulle sofferenze di Roma sotto nazismo e sull’eroismo dei partigiani capitolini, en passant carezzando Bernini e il Ghirlandaio: niente continuità, nessuna coerenza: se questa è logica allora questa è la logica di Inland Empire. Il sogno.

Si può, tuttavia, questo fermamente io credo, raccontare Le galanti per i passi emblematici, ripetuti come mantra. «Amiamo le cose che non possediamo», dice il vecchio antiquario. «E neppure il sesso ci appaga o ci ripaga della solitudine e della separazione da quel che amiamo», dice il vecchio scrittore, il vecchio amante. «Si ama quel che non ci appartiene, quel che è lontano» (tornate al Volo dell’occasione, Longanesi 1994 e Fazi 2004); ed «ecco, questo è il senso: condannati a desiderare quel che non è più», schiavi della nostalgia, perché «ogni sentimento d’amore è rivolto al passato. Non si può amare quel che verrà ma solo quel che è già comparso e ha prodotto desiderio e passione». L’amore è stato e tuttavia è perduto: siamo stati uno e comunque «nel momento in cui lo siamo stati, precipitiamo di nuovo nel senso di solitudine che ci rende esseri desiderabili, desiderati e che ci fa desiderare, anche se non possiamo più far conto sull’eccitazione del nuovo».

L’amore lontano mette a nudo le nostre fragilità: la letteratura nasce «nel momento in cui il racconto si trasforma in ricordo; quando ci si immalinconisce per ciò che non è più e per questo lo si celebra con i toni d’un’orazione funebre, sobria ma convincente». Fuggiamo dai fallimenti e dalle sconfitte «mutando abito, forma e sostanza. Cercando d’essere altra cosa da quel che siamo stati. Aspirando alla quiete o alla dimenticanza». Ecco: ci avviciniamo. Perché quella quiete non può esistere: perché il desiderio ci riporterà al disordine. «Come se apparisse un fantasma a riportare ogni cosa alla sua origine», scrive Tuena – che nelle prime pagine ci aveva avvertito, con una delle sue prime definizioni: «questo è un libro di fantasmi». Sì, a volte.

Forse ho sbagliato a cercare un approccio «medianico» a questo libro. Con i libri, certe volte, è come con le persone: paradossalmente, «quello che mi è più vicino è quello che meno conosco, che meno sono riuscito a svelare», anzi «perfino conoscendo le coordinate, risolvendo gli enigmi che manifesta, rimane una tela oscura, impenetrabile». Forse è più corretto limitarmi a dire che ciascuno troverà qualcosa del Tuena che più ha apprezzato negli anni; altri condivideranno il supremo senso di stanchezza e di malessere (per la fine di un mondo: per la fine di un «io»; per il perduto amore), altri semplicemente si perderanno, e magari scrolleranno la testa, e a remengo. In questo libro, sappiatelo, «ogni cosa è nascosta dall’immagine che la raffigura»: l’essenza è destinata a restare un mistero. È un’esperienza iniziatica, forse. «Vi saranno giorni in cui il puzzle non darà soddisfazioni; in cui la vista non sarà penetrante; in cui nessuna tessera troverà sistemazione. Il solutore non si preoccupi e consideri che non sempre gli sarà facile essere contiguo alla sua opera. Prenda il suo tempo, si dia spazio per fantasticare altrove e approfitti di questa ritrosia per dedicarsi ad altro ma sappia che mai si fa altro quando ci si dedica a qualcosa che fa passione. Non ci si libera tanto facilmente da noi stessi».

Filippo Tuena

Le galant

il Saggiatore, 2019, 672 pp., € 32

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