Artiste, malgrado tutto. Il gap di genere nell’arte contemporanea in Italia

Silvia Giambrone, Mirror, 2018, scultura in ottone, resina, cera, acacia spinosa, Collezione privata.

Francesca Guerisoli

Negli ultimi tempi, movimenti e azioni internazionali di sensibilizzazione sul problema della violenza contro le donne e sulle discriminazioni di genere si stanno affermando in maniera via via più capillare anche in Italia. Il mondo della cultura appare sempre schierato in prima linea sulle questioni che riguardano i diritti umani – qui parliamo di diritti umani delle donne –, salvo poi sembrare di non accorgersi delle grandi differenze di opportunità professionali e di “peso” proprio all'interno del suo stesso sistema.

Ma qualcosa pare si stia, finalmente, muovendo. “ArtReview” nella classifica “2018 Power 100”, che elenca le 100 persone più influenti nel mondo dell'arte contemporanea in riferimento all'anno appena trascorso, inserisce al terzo posto #MeToo. L'hashtag di matrice femminista, diventato virale con le accuse mosse al produttore cinematografico Harvey Weinstein nell'ottobre 2017 e sotto il quale si sono raccolte denunce di violenza sessuale subite sul posto di lavoro, ha sollevato la questione anche nel mondo dell'arte; si sono formati gruppi come “We Are Not Surprised”, costituitosi in seguito alla rivelazione della condotta sessuale impropria del co-editore di “Artforum” Knight Landesman, e il tag @herdsceneand, le cui accuse hanno portato alle dimissioni di Riyas Komu, co-fondatore e segretario della Biennale indiana Kochi-Muziris. Una condanna decisa, indirizzata alle istituzioni e al modo di fare “di facciata” di certi loro rappresentanti, è stata condotta da “We Are Not Surprised” nella sua prima lettera aperta: “(…) Molte istituzioni e individui dotati di potere nel mondo dell'arte sposano la retorica del femminismo e dell'uguaglianza in teoria, spesso traendo beneficio da queste dichiarazioni inconsistenti di politica progressista, mentre nella pratica mantengono norme sessiste oppressive e nocive (...).” #MeToo ha dunque smosso anche il mondo dell'arte e secondo “ArtReview” ha il merito di aver cambiato il modo prevalente con cui vengono nominati i curatori, assegnati i premi e realizzate le mostre; se molto deve ancora esser fatto “il lascito più significativo di #MeToo è forse stato l'avvio di un modello in base al quale il potere deve rendere conto a coloro che ne sono esclusi per motivi di genere, abilità, razza, classe o altri possibili fattori”.

Se consideriamo le artiste in termini di presenza e influenza, poi, la situazione è ancora più allarmante, sebbene sia trascorso quasi mezzo secolo dal saggio di Linda Nochlin Why Have There Been No Great Women Artists (“ArtNews”, 1971). In Italia, inoltre, rispetto ad altri paesi, le artiste si muovono all'interno di una società in cui il gap di genere è particolarmente pronunciato. I dati presenti in The Global Gender Gap Report 2018, pubblicato il 17 dicembre dal World Economic Forum sulla base di indicatori quali partecipazione politica, scolarizzazione, welfare, empowerment, collocano l'Italia al 70esimo posto, e ancor più preoccupante è la voce “Economic participation and opportunity”, che ci vede al 118esimo. Abbiamo fatto passi in avanti, visto che l'anno precedente ci posizionavamo all'82esimo, preceduti dal Messico.

Virginia Zanetti, I Pilastri della Terra, 2016, stampa fine art su Carta Baryta, 100x150 cm, Courtesy Traffic Gallery.

La sociologa Maria Antonietta Trasforini – autrice di testi fondamentali per l'inquadramento di tale fenomeno nella storia e nell'attualità – fa notare che nella Parigi dell'Ottocento il 25% degli artisti erano donne, quindi un quarto del totale, mentre oggi sono un terzo, per cui – ironizza – la situazione è migliorata. Il Forum dell'Arte Contemporanea Italiana, giunto alla sua quinta edizione, ha finalmente preso in carico il problema. Tenutosi il 10 novembre 2018 al Mambo di Bologna, tra i tavoli di lavoro ha istituito “Osservatorio attivo (diversità di genere)”, coordinato dalle artiste Annalisa Cattani e Stefania Galegati Shines, da cui è emersa la necessità di riprendere in primo luogo le basi filosofiche e linguistiche del dibattito di genere, così come di inaugurare nuove misure di intervento e attivismo. Pur non avendo avuto il tempo materiale per portare alla definizione di linee programmatiche precise, per le quali è necessaria la creazione di una piattaforma attiva di analisi e monitoraggio all'interno di un dibattito di ricerca permanente, è stato certamente utile come atto di affermazione pubblica dell'esistenza e della persistenza del problema e la conseguente necessità di affrontarlo. In altre parole, si è deciso di aprire gli occhi su questioni ancora taciute. Pare, infatti, che su questo tema da un lato si segua la linea del “ciò di cui non si parla, non esiste”; dall'altro, forse più preoccupante, il non poterne parlare per non sentirsi ghettizzate, marginalizzate ulteriormente attraverso il classico discorso “da donne per le donne”.

Ma i numeri parlano chiaro. E, finalmente, anche in Italia abbiamo alcuni dati certi. Tra il 2016 e il 2018, Silvia Simoncelli insieme a Caterina Iaquinta e Elvira Vannini ha condotto una ricerca alla NABA Nuova Accademia di Belle Arti, nell'ambito del Master in Contemporary Art Markets, con l'obiettivo di colmare la mancanza di informazioni aggiornate relative al sistema italiano. Dati utili, che mostrano l'entità del fenomeno. “Donne artiste in Italia. Presenza e rappresentazione” (2018), avviata con seminari su genere e arte che integrano la ricerca quantitativa e i dati di mercato con le discipline della storia e della critica d’arte, fornisce dati relativi al 2016 sulla presenza delle artiste e lo sviluppo dei loro percorsi professionali, sia nella sfera della produzione culturale sia in quella commerciale. Tra le cose che emergono attraverso le cifre, un elemento particolarmente interessante riguarda la drastica riduzione della presenza femminile negli ambienti man mano più prestigiosi: se nelle accademie di belle arti le studentesse sono il 66% contro il 33% dei colleghi maschi, già nelle gallerie la loro presenza cala vertiginosamente al 25%, dato che scende al 19% nel caso delle mostre personali nelle istituzioni e arriva alla punta minima del 13% al Padiglione Italia della Biennale di Venezia. La presenza delle artiste nel mondo dell'arte viene mietuta man mano che si sale di grado, verso la vetta della piramide.

L'ultima Arte Fiera di Bologna (1-4 febbraio 2019) conferma i dati espressi in quella ricerca. Quest'anno il nuovo direttore della Fiera, Simone Menegoi, ha incentivato l'organizzazione di mostre personali attraverso l'affitto di stand a un prezzo vantaggioso rispetto alle collettive. Ben 55 gallerie hanno optato per questa scelta, ma solo 11 mostre tra queste sono state dedicate ad artiste. Come sottolineo con Silvia Anna Barrilà nell'articolo Arte Fiera getta le basi per il rinnovamento, pubblicato alla pagina ArtEconomy24 de “Il Sole 24 Ore” (5 febbraio 2019), se consideriamo il totale degli artisti presentati dalle gallerie ad Arte Fiera, la percentuale si restringe ulteriormente: su 359 artisti, 322 erano maschi e solo 37 femmine. Un'inversione di tendenza, invece, la osserviamo nell'attribuzione dei premi: ben tre su cinque destinati ad acquisizioni o riconoscimenti in denaro sono andati ad artiste: il Premio Mediolanum per la Pittura, assegnato all’opera Dopo la Tempesta (2017) di Nazzarena Poli Maramotti, presentata da A+B Gallery; il Premio per la Fotografia Annamaria e Antonio Maccaferri, andato a Virginia Zanetti con I pilastri della terra (2019), presentata da Traffic Gallery; il Premio Rotaract Bologna e il premio speciale “Andrea Sapone” all’artista Sergia Avveduti. Le giurie – composte da esperti d'arte e collezionisti – hanno dunque premiato prevalentemente opere di artiste: pur se numericamente inferiori, hanno vinto di più. Almeno in questa edizione della fiera.

E dunque, perché le artiste continuano ad avere minori possibilità di esporre? Come appianare il gap di genere nell'arte? Soluzioni proposte in altri ambiti, come ad esempio l'introduzione di quote rosa, non ci sembrano percorribili. Siamo d'accordo che il cambiamento debba avvenire nella società. Ma deve avvenire contestualmente all'interno dello stesso mondo dell'arte, cominciando a imprimere una direzione diversa attraverso la messa in pratica di alcune misure e attenzioni da parte della comunità dell'arte, degli stessi singoli direttori e direttrici di musei, di gallerie, curatori e curatrici indipendenti ecc. A partire dalla consapevolezza che pratiche culturali e politiche di vita familiari sono strettamente connesse.

Una buona notizia, intanto, ci è arrivata proprio nei giorni scorsi dalla Biennale d'Arte di Venezia: Ralph Rugoff, curatore della 58 edizione intitolata May You Live In Interesting Times (11 maggio – 24 novembre 2019), ha annunciato gli artisti invitati ad esporre: su 79, 42 sono donne. E il dato, in Italia, ha fatto subito notizia.

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