Un week end musicale in Romagna

Mario Gamba

Un week end postmoderno non pop/rock/rap in Romagna. Ma dico, siamo impazziti. Orecchiare Tondelli non so quanti anni dopo, e il postmoderno poi cosa c’entra? Ce lo facciamo entrare per via di musiche (e parole) molto diverse, dall’iper avanguardia, se è concesso usare ancora questo termine, al romanticismo ottocentesco mescolato con certo recitare-non recitare, dire cose libertarie in pubblico senza fare teatro eppure facendolo nel modo meno teatrale che c’è, e senza un grammo di birignao, insomma un breve viaggio tra cose di varie epoche che si propongono come di questa epoca. Postmoderno, quindi, più o meno, non stiamo lì tanto a sottilizzare. E un saluto commosso a Tondelli quando c’era.

Week end anomalo, quanto ai tempi. Domenica e lunedì invece che sabato e domenica. All’Area Sismica di Forlì, centro di resistenza e proposta, di intransigenza sperimentale e di colloquialità comunicativa, ci sono due set: uno con un duo di sax, Gianpaolo Antongirolami e Michele Selva, che hanno in programma compositori inglesi nuovi, nuovissimi, non tanto per l’età quanto perché dalle nostre parti non si erano mai sentiti, musiche scritte (per la più gran parte) che arrivano dal pianeta «colto», e l’altro set con una star della tromba (in un’area dove le star non si fabbricano), Peter Evans, americano, un improvvisatore sempre in vena di rischiare e provare e strabiliare sulle vie dell’ultra-free.

James Saunders, 47 anni, il primo dei quattro inglesi amanti dei sax, ha scritto eight panels nel 2012 per due sax soprani. Suoni lunghi tenuti, clima di sogno-visione. Nel continuum i suoni sono modulanti ma nel senso dell’instabilità, niente a che fare col passaggio da una tonalità all’altra. Poi c’è un breve distacco di un sax che emette una sorta di grido, che ci sia inquietudine nell’aria si era capito. Musica mistica? Se vogliamo: in una chiesa di beatnik studiosi nel deserto. Selva, in un breve speach, definisce il brano «un preludio di multifonici». Molto tecnico, in ogni caso è un gran bel lavoro, convince e prende alla gola. Due sax contralti per stone.wind.rain.sun4 (1989) di Christofer Fox che di anni ne ha 64. Come i due che seguiranno farebbe parte del «movimento» della New Complexity il cui padre più o meno dichiarato è stato Brian Ferneyhough. La sua complexity non era new ma certo faceva onore al genere. Questo di Fox si presenta – incredibile! – come un jingle natalizio, si pensa a una provocazione, ma piano piano il motivetto diventa uno studio accanito su se stesso fino a complicarsi piacevolmente in una specie di gomitolo appuntito di suoni. Altro che New Complexity, questo è postmoderno bello e buono!

Intanto si nota che Antongirolami e Selva suonano da dei. Nitidi lucidi e sciolti, pensate quanti interpreti grandiosi di musica cosiddetta «d’arte» ci sono in giro e li conoscono in pochi e tutti a celebrare quel cialtrone di Lang Lang, già ma quelli come lui mica si occupano del contemporaneo. Il titolo del brano di Sam Hayden è in italiano nel programma di sala: frammenti di divenire. Il cinquantunenne compositore l’ha scritto un anno fa, è in prima assoluta. Lui e il quarto della serie, James Erber, sono presenti al concerto.

Per sax baritono e soprano. Questo Hayden potrebbe essere post-jazz ultraradicale. Frammenti di frasi ad angolo acuto sempre in polifonia, ma una qualche consequenzialità melodica si rintraccia. Frenesia affascinante, forse c’è un certo spirito «dimostrativo», forse è uno dei tanti manifesti del radicalismo d’oggi, ma ce lo godiamo golosamente. Anche in Crai (2013-2016) per due sax soprani di James Erber, 68 anni, la New Complexity si sente poco. Frasi che sembrano prese dal lessico solistico di Anthony Braxton si intrecciano con poca passione, vengono tormentate e «maltrattate» ma vi si scorge persino una logica tonale.

Sale sul palco Peter Evans. Farà un concerto in sei sezioni in totale solitudine. 37 anni, visto nei circoli delle avanguardie free free jazz come uno dei più importanti improvvisatori. Capace di razionalismi caldissimi (e non sembri una contraddizione), affamato di ogni sapere sonoro di tutte le provenienze con preferenza per quelle della sperimentazione storica e non (adora Sciarrino, per esempio). Apre con un iper-bop con classica sordina. Si pensa a un Dizzy Gillespie all’ennesima potenza, una meraviglia, si capisce che Evans è euforico. Il primo movimento di quella che in fondo sarà una suite prosegue con un «ostinato» dissennato ma controllato e si chiude con suoni di percussioni. Eh già, il gioco dell’alterazione del registro dello strumento si annuncia già.

Il secondo movimento del set evansiano è tutto fatto con ingredienti come: voce dello strumentista mischiata dentro lo strumento alla voce della tromba, gorgoglii, durissime sequenze in clima di «macabro». Forse c’è un eccesso di gusto del grottesco. Terzo tempo: tromba libera senza aggeggi di sorta. L’ultrabop si affaccia, poi è un incalzare di ultrafree che suona parecchio spettacolare. Evans non è astratto: teatrale piuttosto. Più che musica da combattimento, come è stata sempre la miglior musica di Evans, sembra diventare musica da intrattenimento. Un circense avantgarde. E così, sempre più, pur con l’ammirazione che è difficile trattenere, sarà il resto del concerto. Un Evans che si getta in iterazioni perdifiato, che destruttura lo strumento fino a farlo sembrare altro, ma che si compiace troppo, che vuole essere anche acrobata della musica sregolata. Cerca l’applauso come il trapezista senza rete.

Il giorno dopo si va a Faenza. Treni regionali puntualissimi. Nel ridotto del Teatro Masini, sala molto vieux temps, lo spettacolo si intitola Voci d’amore. Un’attrice fantastica, Diana Hobel, gentile e arguta favolista più che teatrante, niente retorica, niente manierismi, recita testi che trattano l’amore sovversivo, l’amore che i poteri repressivi e disciplinari vogliono ostacolare o distruggere. L’amore è sempre stato un’arma per la rivoluzione. In questo curioso recital con musiche è l’amore vissuto da grandi musicisti del passato.

Schumann e Clara, grande pianista, il padre di lei non li vuole coniugi, loro intessono un tenerissimo rapporto in cui arte e vita palpitano assieme e questo ideale romantico, non scomparso nei nostri giorni, sembra realizzarsi compiutamente. Schubert e il suo club di cultori dionisiaci dell’eros. Beethoven e il suo amore impossibile per la signora Brentano, «donna di un altro». Shostakovic oppresso dalla madre e dal partito («ha due madri»), l’una che vorrebbe vietargli di frequentare Tania, ragazza che pratica il libero amore (quello che si praticava anche qui nei ’70…) e l’altro che vorrebbe vietargli le dissonanze della musica nuova. E così via, in un susseguirsi di storie in cui sono coinvolti anche Mozart, Debussy, Wagner.

E la musica? Ha un ruolo pari per importanza alle parole e maggiore per durata. Brani di Claudio Rastelli, compositore vivente, giovane e contemporaneo nel pensiero, accompagnano con discrezione le «favole d’amore» di Hobel. Brani di tutti gli autori del passato prendono tutto lo spazio tra una storia e l’altra suonati al pianoforte da un altro gigante delle arti, quel Francesco Prode che occorre seguire passo passo da quando si è scoperto che è il miglior interprete al mondo di Klavierstücke IX di Stockhausen. Anche lui è un romantico o sa esserlo al massimo grado. Suona Fantasia di Schumann, Erlkönig di Schubert, Sonata n. 2 di Shostakovic, una delle Six épigraphes antiques di Debussy, An die Geliebte di Beethoven, Isolde Liebestod di Wagner con l’abbandono e la spregiudicatezza che i grandi mitici tipo Rubinstein non conoscevano perché l’accademia pesava ancora su di loro. Quindi Prode prepara bene il commiato di Hobel: «…è sempre un’incautezza innamorarsi, lasciarsi prendere, lasciarsi andare…».

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