Maylis de Kerangal, un tuffo nella lingua

Barbara Julieta Bellini

Immaginate un mash-up che unisca, diciamo, il Commissario Montalbano a Tre metri sopra il cielo. Un incubo, giusto? Giusto. Eppure Maylis de Kerangal, scrittrice francese acclamata in patria, sembra aver trovato la ricetta per cavare da questo mix fatale un romanzo che sia non solo tollerabile, ma anche suggestivo e interessante. Si chiama Corniche Kennedy, è uscito in Francia nel 2008 e Feltrinelli l’ha presentato al pubblico italiano l’anno scorso.

L’autrice racconta due vicende parallele, opposte tra loro ma destinate a incrociarsi. Da un lato, la storia di una banda di ragazzini, gioventù perduta dei quartieri poveri di Marsiglia che ogni giorno si ritrova sulla «Piatta», una spiaggia rocciosa, fetida e solitaria da cui gettarsi, più o meno spericolatamente, nel Mediterraneo. I ragazzi vi si ritrovano ogni giorno, perdono il loro tempo in tuffi da promontori sempre più alti, si sfidano e si seducono, insomma vivono senza freni il furore dei loro tredici e quattordici anni. La loro pigra quotidianità subisce un primo scossone quando Suzanne, adolescente borghese ma ribelle, scappa di casa per avvicinarsi al capobranco, Eddy, il «principe della corniche».

L’altra storia è imperniata su Sylvestre Opéra, commissario della polizia beone e diabetico che scandisce le sue giornate tra indagini irrisolvibili – «traffico di droga, contrabbando, flussi migratori clandestini, sfruttamento della prostituzione» –, troppi bicchieri di vodka Żubrówka, e un binocolo con cui spiare, dalla terrazza del commissariato, il viavai della gang sulla Piatta. La sua vita è segnata da un trauma di sette anni prima, quando Tania, una prostituta clandestina sotto la sua protezione, è scomparsa senza lasciare traccia; Opéra, non rassegnatosi ad averla persa, continua a cercarla in ogni nuova inchiesta. Ma, da quando un sedicenne è morto in seguito a un tuffo imprudente da quindici metri di altezza, il sindaco della città impone alla polizia di dare la massima priorità al controllo della corniche, la scogliera della gang, per «rendere un po’ più civile quella zona selvaggia». È in questo modo che il commissario e la banda di Eddy entrano in contatto.

Da un lato, dunque, il sole, lo slancio e la vita; dall’altro, il buio, la decadenza e l’affanno. I personaggi di Kerangal non hanno alcuna profondità, anzi, sono dei veri e propri stereotipi: si pensi al sindaco, alias «il Jockey», malvagio politico onnipotente, oppure a Tony, mafioso senza scrupoli e con l’orecchino di diamante. Così pure i singoli episodi non sono che spezzoni visti e rivisti in serie tv e film polizieschi: come gli estenuanti interrogatori di Opéra, o il momento in cui Eddy e Suzanne «scendono dallo scooter, si tolgono il casco e subito scuotono la testa come motociclisti nelle stazioni di servizio». E se è vero che tanti cliché alla lunga possono annoiare, è anche sicuro che non si tratta di sviste dell’autrice, perché l’originalità dei caratteri e delle scene, in questo romanzo, non ha la minima importanza.

Personaggi e trama, in effetti, hanno il solo scopo di fornire un oggetto alla lingua di Maylis de Kerangal. Miscuglio di voci aggrovigliate, il testo prevede un’istanza narrante che parla di sé alla prima persona, ma resta invisibile; il narratore sembra quasi un voyeur che, come già Suzanne e Opéra dall’alto delle loro finestre, sorveglia da lontano la corniche, e ne riporta i movimenti. Le sue parole si fondono con quelle dei personaggi, il cui discorso indiretto libero allarga lo spettro dei toni e dei registri linguistici: lo slang giovanile, ben riconoscibile anche se non sempre attualissimo nella traduzione (molti francesi preferiscono senz’altro meuf al più ortodosso femme, ma quale adolescente in Italia parla di «pupe»?), si alterna all’imprecare rabbioso degli adulti e alla ricchezza lessicale del narratore. Invece di lasciare queste diverse parlate allo stato grezzo di una cacofonia di voci, Kerangal le integra in una prosa musicale, poetica, composta di lunghi periodi paratattici, gruppi nominali, rime interne e brevi ritornelli che fanno di ciascuno dei venti capitoletti del libro una sorta di piccolo poema in prosa. Questa lingua composita, ritmica e peculiare getta una luce nuova sulla storia che, di per sé banale, ci guadagna decisamente in carattere. Per questo motivo, l’editore francese promette al suo pubblico una «scrittura senza tempi morti»: la tensione, durante la lettura, scaturisce meno dai colpi di scena che dall’andamento ora lento ora precipitoso del fraseggiare di Kerangal.

Dal momento che il narratore è anzitutto osservatore dello svolgersi dell’azione, il suo racconto è eminentemente visivo: dalle sue parole emergono scatti fotografici – «con la punta del piede traccia una croce sul calcare, traccia di polvere bianca sull’alluce» – oppure, come si è detto, brevi scene che ben si adatterebbero al grande schermo – non è un caso che, nel 2016, dal romanzo sia stato tratto un omonimo film. Alle volte, lo sguardo di chi narra diventa così distante, e straniante, che i ragazzi della Piatta si trasformano nei protagonisti di un documentario su animali selvaggi, tesi tra la loro aggressività e gli impulsi amorosi dettati dai loro ormoni; in altre occasioni, invece, si avvicina al punto di dare ai loro gesti, ai salti folli da scogli altissimi, un valore nuovo di «scommessa di trascendenza inversa», quasi a voler fare di quei personaggi vuoti il simbolo di una vitalità incontenibile, per la quale Kerangal ha trovato il giusto ritmo. Tale ritmo, poi, è restituito abilmente dalla traduttrice, che parla a ragion veduta di «scrittura vertiginosa» e supera la difficile sfida di ricrearne la musicalità con poche défaillances (ad esempio la «filastrocca t’es cap/t’es pas cap», riferimento banale per il pubblico francese che vi riconosce l’invito a una sfida infantile – sei capace o non sei capace –, resterà, non tradotta, un enigma per i lettori italiani).

Nei risvolti di copertina, inoltre, l’editore c’informa che Corniche Kennedy è proposto in lettura ai liceali francesi. Si tratta di una scelta appropriata, possibilmente da imitare nelle nostre scuole, perché con questo romanzo l’autrice ha scritto un omaggio all’abbandono e all’intensità sensoriale dell’adolescenza – forse identificando troppo alla svelta la giovinezza con l’innocenza e la forza vitale, ma senza fare concessioni al registro banale che il suo oggetto avrebbe consentito. Un gruppo di studenti italiani, d’altronde, aveva già saputo apprezzare quest’omaggio ancora prima della sua traduzione: il Premio Murat, indetto dal gruppo di ricerca sull’extrême contemporain di Matteo Majorano e attribuito da docenti e studenti pugliesi a romanzieri francesi sconosciuti in Italia, era stato conferito proprio a questo libro già nel 2009. Sono loro, senza dubbio, i primi destinatari di questo romanzo.

Maylis de Kerangal
Corniche Kennedy
traduzione di Maria Baiocchi

Feltrinelli, 2018

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