Thomas Bernhard, il senso errante

Andrea Santurbano

Nella sintassi musicale, il da capo indica la necessità di ripetizione di un pezzo, e i due punti sullo spartito ci invitano a tornare indietro, indicando l’episodio da rieseguire. In modo similare, certa letteratura fa scorno alle grammatiche tradizionali utilizzando questo segno di interpunzione alla fine, come indice di apertura o differimento, ma anche, a ben pensare, come invito ad un ricominciare daccapo, potenzialmente infinito. I due punti, ad esempio, li troviamo in chiusura dell’Hilarotragoedia di Manganelli o della Storia seguente di Cees Nooteboom (chissà perché omessi nell’edizione italiana!), a suggerire fors’anche una circolarità della lettura, una possibilità infinita di ricominciare, un inseguimento costante alla logica del senso. In Thomas Bernhard, al contrario, due punti così non li troviamo mai, eppure è come se la sua trama verbale fosse spesso segnata da questo da capo, intessuta com’è di continue ripetizioni e variazioni che si susseguono ininterrottamente sulla pagina. Camminare, in tal senso, è un libro capitale: uscito nel 1971, ha atteso per ben 47 anni una traduzione italiana, finalmente pubblicata da Adelphi nella versione di Giovanna Agabio.

Se il camminare, col suo ciclo ritmico, ripetitivo, rituale, replicato ogni giorno da chi ne fa una prassi igienica e mentale, già di per sé ricorda l’esecuzione ripetuta di una partitura, per l’autore austriaco scomparso nel 1989 questo gesto assume le vesti di una vera e propria sclerotizzazione della ragione e del linguaggio, nello scenario dello spazio urbano di Vienna. «Mentre io, prima che Karrer impazzisse, camminavo con Oehler solo di mercoledì, ora, dopo che Karrer è impazzito, cammino con Oehler anche di lunedì»: così recita l’incipit, praticamente l’unico passo in cui l’io narrante parla in prima persona, che prelude ad una martellante sequenza di discorsi terzi riportati senza pause sino alla fine. Siamo lontani dalla wanderung romantica, dal passeggiatore che cerca una riappropriazione del mondo e della realtà attraverso un’immersione nei sensi, o dal camminare come pratica estetica: qui, il piccolo stradario tracciato attorno ai personaggi li incastona in confini inesorabili e ineludibili. Siamo lontani anche – qualcuno lo ricorderà – dalla Vienna crepuscolare, popolata da strambi personaggi, che fa da sfondo alla conversazione ininterrotta, o quasi, della giovane coppia, interpretata da Ethan Hawke e da Julie Delpy, in Prima dell’alba, film del 1995 che originerà una fortunata trilogia. Eppure, le sequenze finali della pellicola, nel riproporre gli scorci mestamente vuoti che prima ospitavano il serrato dialogo dei protagonisti, vengono accompagnate da una sonata di Bach, autore caro a Bernhard, di cui peraltro la colonna sonora offre una delle Variazioni Goldberg, significativamente al centro del Soccombente, la bellissima «variazione» (tanto per rimanere in tema) romanzesca di Bernhard, ispirata alla figura di Glenn Gould.

Camminare è un libro loico e logorroico, scomodo e fors’anche indisponente: è una delle opere più radicali del Beckett danubiano, come ebbe modo di definirlo Claudio Magris. La martellante meccanicità del resoconto del narratore incalza implacabilmente un ordine del discorso che si voglia accomodante o positivista. Karrer, amico di Oehler, impazzisce ed è internato al termine di un’estenuante discussione in un negozio di abbigliamento circa la reale origine di un paio di pantaloni: merce di scarto cecoslovacca o tessuto inglese di primissima qualità? Attorno a questo nucleo si aprono esponenzialmente circostanze e situazioni pregresse e voci di personaggi riportate, come detto, attraverso un reticolato di discorsi riferiti (tecnica rintracciabile già in uno dei primi libri di Bernhard, Perturbamento); discorsi ossessivamente speculativi se non inducessero ad un riso grottesco di algida comicità. E a proposito di sartorie logico-esistenziali, non può non essere tirato in ballo Ludwig Wittgenstein, filosofo al quale è prassi fare riferimento quando si parla di Bernhard. Nel Tractatus Logico-Philosophicus (4.002) si legge: «L’uomo possiede la capacità di costruire linguaggi, con i quali ogni senso può esprimersi, senza avere idea di come e che cosa ogni parola significhi. […] Il linguaggio traveste i pensieri. E così dunque, dalla forma esteriore dell’abito non si può concludere la forma del pensiero rivestito; perché la forma esteriore dell’abito è formata per ben altri scopi che quello di far riconoscere la forma del corpo». Sì, perché è vero che in Camminare non mancano critiche corrosive alla società austriaca e borghese in generale, ma l’aspetto più rilevante sembra proprio quello incentrato sulla volatilità del linguaggio e sull’inapprensibilità del pensiero. Si legge ancora nell’epigrafe del racconto (righe che saranno poi ripetute nel corso della narrazione): «È un continuo pensare fra tutte le possibilità di una mente umana e un continuo sentire fra tutte le possibilità di un cervello umano e un continuo essere trascinati di qua e di là fra tutte le possibilità di un carattere umano».

Marjorie Perloff suggerisce su questa scia, in Wittgenstein’s Ladder (University of Chicago 1996), un’interpretazione interessante, provando a rovesciare nell’opera di Bernhard gli esiti di un altro famoso passo del Tractatus (5.6), «I limiti del mio linguaggio significano i limiti del mio mondo»: alla pari di Ingeborg Bachmann, scrittrice cui lo legano grandi affinità, ciò non sarebbe infatti da intendere nella scrittura di Bernhard quale impossibilità di accedere al mondo se non attraverso il linguaggio, quanto piuttosto come affermazione dei limiti umani, che condurrebbero all’incapacità di dirsi qualsiasi cosa, in definitiva al silenzio. O, chissà, a quell’«inesprimere l’esprimibile», che Barthes indicava quale vero compito dell’arte, attribuendo ad un costante brusio, sintomo di buon funzionamento della parola, l’unica possibilità di mantenere un senso sempre alla portata, ma allo stesso tempo irraggiungibile come un miraggio. L’ossessiva ripetitività del discorso in Bernhard sembra attenta a tenere in vita questo meccanismo e il gesto costante del camminare ben si sposa, in questo senso, con l’instancabile e necessaria logorrea di un pensiero continuo.

Forme del camminare dialoganti, anche solo monologanti, e non contemplative accompagnano molti altri recenti autori di lingua tedesca, da Walser a Sebald a Handke. Vi è in tutti un’ansia, tra grazia, angoscia e elusività, di rinegoziare, ancorché in modi non sempre coincidenti, una relazione tra parole e oggetti, discorso e pensiero, esperienza e narrazione, presenza e fuga, a partire da uno dei gesti più primordiali: in cui, come scrive Fréderic Gros in Andare a piedi. Filosofia del camminare (Garzanti 2013), è insita «la libertà di non essere nessuno, perché il corpo che cammina non ha storia, soltanto un flusso di vita immemorabile». Questa letteratura assume allora i contorni di un falso movimento per non muoversi effettivamente in falso, cioè ridursi a florilegio di parole, individualità e pensieri, confidando sul fatto che basti una coscienza meditata per formare un senso permanente alle cose. In quella che appare una sorta di confessione autoriale, fa dire infine Thomas Bernhard al sopravvivente dei due fratelli in Amras, altra opera capitale: «detestavamo, disprezzavamo tutto ciò che viene espresso, detto compiutamente… Eravamo […] nemici della prosa, ci ripugnava tutto ciò che nella letteratura è chiacchiera, stupidità narrativa, soprattutto il romanzo storico, tutto quel ruminare date ed eventi storici». Camminare con le parole, dunque, affinché si sia in grado di esistere e non «venire esistiti», come si afferma nel Soccombente, e di resistere all’angoscia del nonsenso definitivo.

Thomas Bernhard

Camminare

traduzione di Giovanna Agabio

Adelphi, 2018, 125 pp., € 13

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