Radicamenti perturbanti

Arturo Mazzarella

In un’ipotetica topografia della nostra esperienza quotidiana il recinto che circoscrive lo spazio dell’abitare è di sicuro il luogo più rassicurante. In genere vale addirittura come una sorta di surrogato della protezione offerta un tempo dall’accogliente ventre materno. È così. Lo sperimentiamo nella vita di tutti i giorni. Nello stesso tempo basta poco, però, che questo guscio familiare diventi di colpo estraneo, trasformandosi nell’epicentro di uno spaesamento che rende irriconoscibile ogni frammento della nostra esistenza, fino a incrinare la compattezza di ciascuna identità. Lo conferma un rapido excursus etimologico, difficile da ignorare: dato che il filologo di riferimento porta il nome di Freud.

In una lunga nota strategicamente inserita nelle pagine di apertura di un oramai celebre saggio del 1919, tradotto in italiano – molto discutibilmente – con il titolo di Il perturbante, Freud si sofferma sull’etimologia dell’aggettivo tedesco heimlich, che significa, secondo la definizione del Dizionario della lingua tedesca di Daniel Sander (1860) riportata integralmente da Freud, «attinente alla casa, non estraneo, familiare, domestico, intimo e familiare, che ricorda la casa, ecc.». Ma l’attenzione di Freud si appunta anche su un secondo, per quanto meno ricorrente, significato corrispondente a heimlich: sul campo semantico che coincide con ciò che è «celato, tenuto lontano dagli sguardi, così che gli altri non ne sanno nulla, sottratto alla conoscenza degli altri». Ciò che inquieta, suscitando «un perturbamento misterioso» – come afferma poco oltre Freud –, rimane legato, in entrambe le accezioni, a una perdita di familiarità che si verifica sia quando diventa estraneo qualcosa ritenuto intimo sia quando «ciò che doveva rimanere nascosto è venuto alla luce».

Gli effetti più inquietanti, maggiormente perturbanti – sui quali Freud, però, non si sofferma particolarmente –, trovano, di conseguenza, la propria origine sempre nello spazio familiare, nel perimetro della casa: luogo di una duplicità che permette di intrecciare nel medesimo nodo l’intimità segreta, protettiva, della domesticità – delimitata dall’area semantica del termine heimlich – con il suo contrario, con la palese estraneità che si prova in un luogo sconosciuto, nascosto (un-heimlich, appunto).

Come non dar ragione, allora, a Georges Perec? Da incomparabile estensore di topografie abitative – reali e inesistenti –, osserva nelle ultime battute di Specie di spazi (una sorta di prezioso compendio delle sue peregrinazioni negli ambienti esterni e interni): «Vorrei che esistessero luoghi stabili, immobili, intangibili, mai toccati e quasi intoccabili, immutabili, radicati; luoghi che sarebbero punti di riferimento e di partenza, delle fonti: Il mio paese natale, la culla della mia famiglia, la casa dove sarei nato, l’albero che avrei visto crescere (che mio padre avrebbe piantato il giorno della mia nascita), la soffitta della mia infanzia gremita di ricordi intatti… Tali luoghi non esistono, ed è perché non esistono che lo spazio diventa problematico, cessa di essere evidenza, cessa di essere incorporato, cessa di essere appropriato. Lo spazio è un dubbio: devo continuamente individuarlo, designarlo. Non è mai mio, mai mi viene dato, devo conquistarlo».

Se risulta impossibile appropriarsi di qualsiasi porzione di spazio, dal momento che la delimitazione di un luogo coincide puntualmente con la selettività di un atto arbitrario – perciò sempre provvisorio, sempre revocabile, ricorda giustamente Perec –, anche lo spazio in apparenza più familiare come la casa conserverà l’inestinguibile tratto «perturbante» messo in luce da Freud.

Proprio questo intreccio tra appartenenza e sradicamento, tra l’intimità e l’estraneità racchiuse nelle mura di un’abitazione, è illustrato da Donata Meneghelli (apprezzata studiosa di teoria della letteratura e letterature comparate) attraverso un libro, Rue Lucien Sampaix, composto da una sequenza di frammenti narrativi, ordinati tematicamente, a cui si associa un corredo di fotografie scattate da lei stessa. Si tratta, dunque, di un fototesto, nell’accezione più pregnante del termine (su cui è tornato di recente Andrea Cortellessa in una lunga intervista apparsa in Le parole e le cose). Nel sapiente montaggio operato da Donata Meneghelli le immagini non costituiscono, infatti, un semplice apparato iconografico, ma segnano l’indispensabile prolungamento visivo di una scrittura che tenta di sporgersi oltre l’allusività naturalmente inscritta nel codice verbale.

Scrivere, soprattutto scrivere di una dimora parigina abitata sporadicamente per un periodo limitato di anni, significa, per Donata Meneghelli, scavare in un groviglio di esperienze oramai trascorse, ma ancora vivide nella sua memoria, che possono ritrovare il loro senso più proprio solo individuando il punctum – direbbe Barthes –, quel particolare, quella «puntura» che, come una ferita, ha reso assolutamente singolare, irripetibile, una determinata esperienza. Ma non a caso, per il Barthes della Camera chiara, il punctum costituisce il cuore della fotografia, di ogni fotografia che ghermisca la nostra percezione, che torni di continuo a ravvivarne la «contingenza». E, infatti, Donata Meneghelli scrive e fotografa non per catalogare, dare un ordine e una forma a un periodo confuso – come lei stessa ci dice – della sua esistenza, ma per lasciarsi ancora avvolgere dall’attrazione che esercita la contingenza, quell’incomprensibile hit et nunc che forma il tessuto connettivo della nostra esperienza.

A partire dall’ubicazione della casa tutto in Rue Lucien Sampaix è contingente, casuale, quasi immotivato. Lo troviamo inscritto già nelle battute iniziali del libro: «Quando è cominciata? Esattamente non lo so, ma deve aver coinciso con l’idea di comprare una casa a Parigi. Poi in seguito si è propagata come un virus, o si è installata come quelle malattie che, una volta prese, rimangono sempre sottotraccia. In qualunque posto io mi trovi, al mare, in vacanza, in una città per lavoro, mi fermo a guardare le vetrine delle agenzie immobiliari: valuto, comparo, calcolo rapidamente il prezzo al metro quadro, cerco di identificare il quartiere o la zona».

Seguendo questo compulsivo vagabondaggio immaginario l’autrice arriva a Parigi, acquistando nel 2007 l’appartamento che si trova in Rue Lucien Sampaix. Le storie che si andranno a dipanare da un nucleo genetico così indeterminato conserveranno sempre, di conseguenza, un connotato profondamente «perturbante» nella loro svagata ordinarietà.

La casa, abitata provvisoriamente, sembra acquisire – come dimostrano anche le fotografie – i tratti di una dimora stabile. Ma un radicamento avvenuto nel solco di un vagabondaggio immaginario non può che equivalere a uno sradicamento. Nel giro di poco tempo l’appartamento, di soli 33 metri quadri, viene infatti messo in vendita. Un’operazione che richiede molto tempo, forse perché la proprietaria tenta, inconsapevolmente, di ritardarla, per prolungare il più possibile l’esperienza dello sradicamento: di abitare, cioè, in una casa in vendita, in un luogo che sta per abbandonare. Ecco la ragione per cui il diario della vita in Rue Lucien Sampaix ruota intorno al racconto minuto, preciso, di questa transazione, affollata da agenti immobiliari, visitatori curiosi, compratori inattendibili. Ognuno lascia a suo modo «una traccia: una storia, un volto, un gesto, un capo d’abbigliamento, il colore de capelli, il timbro di una voce». Una molteplicità di ipotetiche storie, di relazioni virtuali, finisce per imprimersi nella casa. Abbandonarla significherà congedarsi da queste schegge di vita appena sfiorate, eppure dotate di una consistenza particolare, posseduta solo da ciò che è indeterminato. Concludendo, con la vendita dell’appartamento, il suo diario parigino, Donata Meneghelli ne è oramai consapevole: desiderando «di ricominciare tutto da capo», di trovarsi «ancora dentro l’informe, l’indeterminato, l’imprevedibile, il non ancora accaduto». Di trovarsi proprio in quella «specie di spazi» abitati con passione da Perec.

Donata Meneghelli

Rue Lucien Sampaix

qudulibri, 2018, 104 pp., € 14

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Il tuo commento dovrà essere approvato prima di apparire.