La nascita dell’odio

Michele Emmer

Sono stati da poco assegnati gli Oscar per i migliori film mondiali. Ha vinto giustamente Green Book con una straordinaria sceneggiatura (Oscar) e con quella farsa del premio per il miglior attore non protagonista a Mahershala Ali mentre lo meritavano lui e Viggo Mortensen come migliori attori protagonisti! Roma ha vinto come miglior film straniero, era candidato anche come miglior film. Era nella short list come miglior film straniero ma non è entrato nelle nominations il film colombiano Pajaro de Verano (Bird of Passage) dei registi Ciro Guerra e Cristina Gallego, Ciro Guerra regista de El Abrazo de la Serpiente candidato all’Oscar come miglior film straniero nel 2016, primo film colombiano candidato all’Oscar.

Il nuovo film è ambientato in una delle zone più aride della Colombia, nella zona di nord est del dipartimento di Guajira, una penisola che sporge sul mare Caraibico, verso il Venezuela. Non ci sono alberi, solo qualche cespuglio, non c’è l’acqua, solo capre e sassi, la vita è  molto difficile per coloro che ci abitano, la popolazione indigena Wayuu che parlano una loro lingua, il Wayuu appunto. Una parte vive in Venezuela. Sono circa 300.000 in totale. Sono probabilmente arrivati dalle Antille molti secoli fa e hanno resistito a invasioni e guerre proprio per la difficoltà di vivere nel loro territorio.

L’altro film era parlato in diverse lingue, anche indigene, in questo il parlato è per la maggior parte nella lingua Wayuu. (Tra l’altro quest’anno è stato proclamato dall’ONU l’anno mondiale delle lingue indigene). I Wayuu costretti a vivere in questa regione sono riusciti a sopravvivere anche praticando il contrabbando con il vicino Venezuela e mantenendo per secoli la loro struttura tribale con santoni e sciamani. Grande potere hanno le donne. Il consiglio della tribù decide del presente e del futuro e nessuno può venire meno ai propri doveri verso la comunità. I riti tribali hanno un’importanza fondamentale, come la loro lingua e la difesa delle loro tradizioni.

Ma quel mondo a parte che nessuno vuole a un certo punto entra in crisi. Scandendo intervalli di dieci anni in dieci anni, il film racconta la vita di alcuni personaggi, del loro clan, della matriarca a cui devono obbedire, dei loro riti. Il protagonista si chiama Rapayet ed è un ragazzo che diventerà protagonista della Bonanza Marimbera, la diffusione della produzione e vendita illegale di marjuana negli USA a partire dagli anni sessanta.

La crisi inizia quando dopo la seconda guerra mondiale arrivano nel paese dei giovani americani che sono lì come volontari della libertà per combattere il comunismo. Quei ragazzi fumano la marijuana. Rapayet capisce che si possono guadagnare tanti soldi soddisfacendo le richieste di marijuana dei giovani USA. Il problema è che dove vivono i Wayuu non c’è acqua, non c’è vegetazione, non esistono vie di comunicazione.

Vicino alla loro terra si trovano le montagne della Sierra Nevada di Santa Marta, un ghiacciaio perenne all’equatore sulle sponde del mare. Sino ad una altezza di circa 1500 metri le montagne sono ricoperte di foresta tropicale e il clima è caldo umido, quello che ci vuole per la marjuana che si chiamerà Colombia gold data la sua alta qualità.

Nella Sierra di Santa Marta vivono altre popolazioni indigene. I Wayuu ne conoscono alcune e si mettono d’accordo per arrivare a coltivare la marjuana nella foresta per poi trasportarla a dorso di mulo nella regione della Guajira dove possono atterrare piccoli aerei per farla arrivare in USA. Passano gli anni e il commercio si sviluppa. Un altro clan partecipa al commercio illegale della marjuana. I soldi cominciano ad arrivare. Le regole tribali cominciano a dimostrarsi non molto efficaci per le nuove dimensioni del traffico illegale. E i clan cominciano ad armarsi perché hanno a che fare con i trafficanti che arrivano dagli USA, hanno bisogno di guardie del corpo, sviluppano delle vere e proprie milizie armate che entrano in conflitto tra loro e con le regole tribali.

Anche il consiglio tribale si adegua e a poco a poco le coltivazioni illegali, l’afflusso di enormi quantità di denaro, spinge i clan a costruirsi dei fortini, enormi ville nel deserto, di un clamoroso gusto kitsch, a comprarsi auto sempre più grandi ed armarsi con armi sempre più sofisticate, e ovviamente a odiarsi tra i diversi clan, quelli che si sentono tagliati fuori, quelli che partecipano ma vogliono essere i soli a gestire il commercio. Le nuove generazioni diventano estremamente violente. Le regole tribali si adeguano. E le vendette sono all’ordine del giorno come in ogni organizzazione che si sta sviluppando. Conta il potere basato sul denaro e la tribù diventa una associazione di mafia dedicata al narcotraffico. Se lo vuole la matriarca, le vendette non hanno tregua, il consiglio delle tribù non ha pietà, è il popolo Wayuu che importa, chi non segue le regole va ucciso. Il giovane che aveva iniziato tutto vuole uscire da questo circolo perverso, non vuole più essere schiavo del denaro, non vuole uccidere per vendetta. Ma non c’è speranza. La vendetta e l’odio sono inevitabili. Il denaro, la droga, il potere hanno distrutto tutto. In quella tribù che vive in un deserto arido. E le ville dei rivali vengono distrutte a cannonate. Sono passati dagli inizi della storia vent'anni e le tribù sono clan violenti pronti a scannare i propri simili. La nascita di questo odio sterminatore racconta il film, raccontando anche come la Colombia sia stata per decenni schiava della violenza e dell’odio e come stia cercando di uscirne. Non sembrano esserci speranze, forse quella bambina, che sente la storia della sua gente narrata da un vecchio, forse solo lei può mantenere viva la speranza.

Il film è sottotitolato nella versione originale in spagnolo, dato che nessuno tranne i Wayuu comprende la loro lingua. Un affresco potente e fuori dai canoni del film mafioso camorristici che va tanto di moda in Europa. Un film in cui è l’indagine antropologica tra le antiche regole e i valori dei Wayuu si scontra con la realtà del narcotraffico. Con una grande attenzione alla bellezza dei luoghi, alle tradizioni, ai costumi tradizionali, e soprattutto ai volti e alle parole di una civiltà diversa. Una testimonianza di quanto si sta distruggendo in nome del potere del denaro.

Pajaro de verano, regia di Ciro Guerra e Cristina Gallego

sceneggiatura da un’idea originale di Ciro Guerra e Cristina Gallego, di Ciro Guerra, Cristina Gallego, Maria Camila Arias e Jacques Toulemonde Vidal

con Josè Acosta (Rapayet), Carmina Martineaz, Natalia Reyes.

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