Cosmogonie di Mario Merz

Valérie Da Costa

L’immensità di uno spazio espositivo è sicuramente il metodo migliore per verificare la resistenza di un’opera dal punto di vista estetico e storico, poiché non è dato a tutti gli artisti, viventi o defunti che siano, di esporre in uno spazio di quasi diecimila metri quadrati di superficie e circa trenta metri di altezza.

Come già nel caso di Philippe Parreno, la cui opera nel 2015 aveva magistralmente occupato una delle Navate dell’Hangar Bicocca, prima degli ambienti spaziali di Lucio Fontana nel 2017, questa volta a essere ospitata è una mostra antologica consacrata agli igloo di Mario Merz (1925-2003). Il progetto espositivo realizzato da Vicente Todolì, direttore artistico di Pirelli Hangar Bicocca, può essere considerato la prosecuzione della mostra che Harald Szeemann aveva organizzato nel 1985 alla Kunsthaus di Zurigo, e che includeva tutte le varie tipologie di igloo realizzate dall’artista italiano fino a metà degli anni Ottanta.

Nell’immensità di questo spazio industriale milanese sono quindi dislocati cronologicamente trentuno igloo. Dal primo realizzato nel 1968, l’Igloo di Giap, costituito da pani di argilla sui quali campeggia la famosa iscrizione al neon con la frase estrapolata dalla tattica militare del generale vietnamita Giap («Se il nemico si concentra perde terreno se si disperde perde forza»), qui una variante dell’opera eponima rimasta tra le collezioni del Centre Pompidou, fino all’ultimo, creato nel 2003 (Spostamenti della terra e della luna su un asse), che mostra l’incontro tra un doppio igloo di vetro e un igloo di pietra. Ad aprire e chiudere realmente il percorso espositivo sono, tuttavia, i due più grandi igloo mai realizzati dall’artista La goccia d’acqua (1987) e Senza titolo (doppio igloo di Porto) del 1998, coronato da un cervo e da un numero scritto al neon (10946) appartenente alla serie di Fibonacci.

Alla fine degli anni Sessanta, dopo un percorso politico, pittorico e scultoreo, Mario Merz realizza quella che diventerà la forma originale e centrale della sua opera: l’igloo. Rappresentando al tempo stesso l’idea di propagazione e concentrazione di energia, l’igloo è stato scelto dall’ artista anche perché in grado di evocare l’immagine di un habitat primitivo e archetipico allo stesso tempo, i cui caratteri generali sono condivisi anche da altri artisti attivi in quegli stessi anni a Torino, come Piero Gilardi con il suo igloo in schiuma poliuretanica (Igloo) realizzato nel 1964.

Sono queste sfide sulle forme e sui materiali primari a caratterizzare, alla fine degli anni Sessanta, l’avventura dell’arte povera; a legare insieme le creazioni di Pino Pascali, Marisa Merz, Giovanni Anselmo o anche Alighiero Boetti, come altrettanti gesti artistici che cercano di prendere le distanze da una società italiana in preda a profondi rivolgimenti economici e industriali.

Per oltre trent’anni Mario Merz, indagherà instancabilmente le possibilità della forma organica dell’igloo, creando opere realizzate con materiali assai eterogenei, come lastre di vetro, di marmo, di granito, rami, tessuto, metallo, terra, neon o cera, che gli permetteranno di creare un gioco di opposizioni materiali.

I trentuno igloo che occupano la globalità dello spazio delle Navate dell’Hangar Bicocca danno vita a un paesaggio cosmico, lunare, in cui le forme dialogano tra loro e sembrano nascere le una dalle altre secondo la concezione di una forma matriciale, che non varia intrinsecamente, ma diviene sempre più proliferante e invasiva con il procedere della circolazione nello spazio. Per rafforzare quest’idea di un’evoluzione all’infinito, Mario Merz si è avvalso della serie di Fibonacci, una successione crescente di numeri interi, scoperta dal matematico pisano del XIII secolo, che è possibile osservare in tutte le forme viventi (vegetali e animali). Nella mostra, una scritta rossa al neon con la serie di Fibonacci campeggia in alto, creando così un legame spaziale tra gli igloo.

Mai concepiti per essere abitati, se non esclusivamente dall’ artista e in rarissime occasioni (come nel caso dell’igloo Is space bent or straight?, del 1973, che accolse l’artista ed Emilio Prini in occasione di una performance), gli igloo di Mario Merz si ammirano dall’esterno.

Immergendosi nella densità di questo paesaggio nebuloso e silenzioso, si è colti da una sensazione, che raramente accade di provare visitando una mostra, quella di essere attraversati da potenti correnti di energia che ci proiettano in tempi immemorabili. Un effetto creato da questa architettura habitat-abitacolo elementare, le cui uniche varianti formali sono i materiali che la costituiscono.

La mostra afferma quanto la forza dell’opera esprime – un mondo profondamente immanente.

Questo articolo è apparso sul n. 192 dell’edizione francese di «The Art Newspaper», il 22 gennaio 2019

Traduzione di Valeria Lalli

Mario Merz

Igloos

a cura di Vicente Todolì

Milano, Hangar Bicocca, dal 25 ottobre 2018 al 24 febbraio 2019

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