William T. Vollmann, il corpo della Terra

Matteo Meschiari

Pare che sia molto difficile iniziare un pezzo su William T. Vollmann senza fare una dichiarazione di smarrimento cognitivo, dichiarazione che, a giudicare dalla critica in circolazione, ha assunto la forma di autentica figura retorica. Retorica o meno, dopo la dichiarazione-incipit che paga pegno alla mirabolante, monumentale varietà dell’opera vollmanniana eccetera eccetera, troveremo l’immancabile affermazione che, in presenza di tale libro (quello da recensire), sarebbe difficile o addirittura ingenuo riassumere il plot perché qui non si può parlare veramente di un romanzo eccetera eccetera. Così, dopo l’affermazione postmodernista che ci ricorda che saggio e narrativa vanno a braccetto, è di rito la non troppo approfondita digressione sullo stile proteiforme, ovviamente collegato (ma non si capisce come) al camaleontico stile di vita dell’autore. Dopo il carotaggio sullo stile, una noterella un po’ dotta un po’ di colore, ed ecco raggiunte le 8000 magiche battute: il pezzo su Vollmann è pronto.

Ora, mi perdonerete se mi gioco in bile il primo migliaio di caratteri, ma lo faccio perché ci sono autori che ad apertura di pagina meriterebbero un approccio più frontale: “perché hai scritto questo libro?”, “perché hai scritto I fucili?” Non è una domanda innocua del tipo “ehi amico che cosa hai voluto dire qui”? È una domanda del tipo “che cazzo ci fai nella mio giardino?”. Non basta quindi rispondersi a metà raccontando un pezzetto di trama, prendendo il lettore per mano e ragguagliandolo sul ciclo dei Sette sogni, additando la premessa tematica e cioè che i suddetti fucili dati in mano ai Nativi del grande Artico canadese sono stati uno strumento di auto-colonizzazione distruttrice. Nessuna di queste cose risponde davvero alla domanda “perché hai scritto I fucili?”. E ogni non-risposta (tematica, biografica, stilistica, metaletteraria) è una distrazione che allontana dal nucleo reale, e che disinnesca pietosamente il libro.

Per andare oltre, invece, la domanda va sciolta e intensificata: “che cosa fa accadere questo libro?”. Perché i libri seri vengono sempre scritti per fare accadere qualcosa, non fuori, non tra i lettori, ma dentro i libri stessi. In questo senso I fucili fa scattare una trappola epistemologica. Quando si fa scattare una trappola è per due ragioni: o vuoi renderla inoffensiva o ci sei finito dentro. Vollmann fa entrambe le cose. Il risultato è un libro che, per citare il Jules Verne di Michel Serres, è “un ciclo di viaggi ciclici, […] grandi cerchi, meridiani, ellissi, lossodromie, […] chiusure geometriche spaziali che frugano le terre conosciute e sconosciute, gli oceani, i deserti, le foreste e i fiumi”. Detto banalmente, Vollmann si chiede come poter esplorare un continente quando l’età delle grandi esplorazioni è finita, e il libro di cui sto parlando (ma il discorso vale ovviamente per l’intero ciclo) è in senso stretto questo: un’esplorazione geoantropologica del Nord America. Nel caso specifico, tutto si regge su una con-fusione quasi animistica tra il capitano John Franklin, il mitico e sfortunato esploratore del Passaggio a Nord-Ovest, e Capitan Sottozero (Subzero, in inglese, “sottozero”, ma anche “meno di zero”), cioè lo stesso Vollmann, che non solo è un insignificante epigono dei viaggi polari ma è soprattutto uno sfigato vagabondo che come strumento di esplorazione ha solo sé stesso. Franklin e Vollmann. Due gemelli improbabili, due epoche che non si toccano, due politiche antitetiche, due epistemologie impossibili da sovrapporre. Ma il problema è serio e reale: sono davvero finite le esplorazioni? che senso ha fare etnografia di leftover umani, di popoli ormai spappolati da colonialismo, capitalismo, neoliberismo? quale geografia è ancora possibile adesso che i satelliti hanno fotografato ogni centimetro del pianeta e che a nessuno frega più niente di regalare all’umanità un’idea della Terra? e quale antropologia senza i buoni, vecchi selvaggi?

Così, mentre crediamo di seguire le storie di uomini che si perdono, mentre la fusione con i paesaggi è ipnotica, mentre la denuncia della violenza e del potere ci distrae con i lineamenti di Inuit angariati e ridotti in miseria, Vollmann lavora sodo al nocciolo del progetto. E lo fa innanzitutto disegnando, disegnando mappe e illustrazioni, tutte visibilmente ricalcate (la decalcomania di Deleuze e Guattari…) da fotografie e da carte geografiche preesistenti. Questo gesto, che sembra accessorio e pittoresco, è invece una precisa rivendicazione, un’enunciazione politica ed epistemologica: io lo rifaccio da me. Proprio come quei Nativi che rifiutano le mappe del governo e le ridisegnano per togliere ciò che li disturba e li controlla e per aggiungere ciò che è stato tolto in malafede dai bianchi. O come quei land artist che, con un gesto light che non lascia traccia, una camminata, una performance, spostano di anni luce la percezione di un luogo. È così che vanno capite le scritture accavallate, gli stili disallineati, le meticolose, poeticissime descrizioni, i sottoracconti dissipativi di questo libro: sono tutte lossodromie e peripli asintotici di un geniale esploratore dilettante.

Così come, per capire la ragione profonda per cui l’autore parla di sé in seconda e terza persona, dobbiamo riconoscere nella sua scrittura una modalità auto-etnografica: oggi non ha più senso etnografare l’altro, il lontano, l’unica etnografia possibile è quella che l’antropologo postmoderno può fare di sé nel suo adesso-qui. In questo modo la contro-geografia e la contro-antropologia di Vollmann fanno scattare la trappola: da un lato per sfuggire a un vicolo cieco, quello della presunta fine di geografia ed etnografia in nome della storia e del presente, dall’altro per stare al gioco epistemologico e proporre un modello ermeneutico alternativo: io non posso essere John Franklin nel 1847, ma vi dico come sarebbe John Franklin se fosse me nel 1991 (The rifles, del ’94, è il sesto episodio del ciclo Seven Dreams: A Book of North American Landscapes, iniziato nel ’90; in Italia finora erano stati tradotti solo il primo e il secondo da Alet, La camicia di ghiaccio da nel 2007 e Venga il tuo regno nel 2011). La linea è tracciata. Prima i marinai, i soldati, i contadini, i missionari. Poi gli scienziati, i geografi, gli antropologi. Oggi i turisti. E poi? Tutto qui?

Come pochissimi altri arrivati su questa proda desolata alla fine del mondo, Vollmann trova bussola e sestante in una rifondazione dell’immaginario terrestre. Non a caso il progetto ciclico è centrato sulla parola landscape, sono i paesaggi del Nord America il soggetto, la meta, la domanda e la risposta finale. Ed è a partire da qui che possiamo sciogliere la complessità di una scrittura che diventa lampante solo attraverso un rovesciamento di paradigma: non un libro con paesaggi, sui paesaggi, dai paesaggi, ma un immenso libro-paesaggio, un paesaggio scritto e riscritto molte volte usando un corpo imperfetto, infinito.

William T. Vollmann

I fucili

traduzione di Cristiana Mennella

minimum fax, 2018, 498 pp., € 19

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