Territori marginali: una riconsiderazione profonda del nostro eco-sistema

Sergio Racanati

Mi sono perso e mi sono ritrovato dentro e fuori Buenos Aires. Anche qui ho trovato il grasso depositato della schizofrenia del capitalismo, della devastazione dell’anima che si ricongiunge alle verità - popolari - non meno semplici e non meno arcaiche.

Le strade notturne, deserte, con le sole insegne luminose che sorreggono la routine del capitalismo; il sole cocente e arroventato che attraversa le montagne di Jujui; uno stampo in plastica di un busto di bambola asessuato, color rosa, slavato; le architetture quasi astratte: una serie di oggetti enigmatici.

Queste allucinati epifanie si succedono, stratificandosi nella mia ricerca dentro la dimensione del viaggio in territori marginali.

DEBRIS/DETRITI- è il mio recente progetto inteso come piattaforma di riflessione politica ed artistica sui SUD del Mondo- è una riflessione sull’ecologismo, o meglio l’idea che dal punto di vista ecologico, le cose su questa nostra Terra si stiano facendo piuttosto inquietanti: questo è un tema della nostra epoca, uno dei più ricorrenti e allarmanti, ma spesso reso sordo e inascoltato.

Che cosa hanno in comune la tragedia e il disastro?

La riflessione messa in campo non è tanto l’elemento "disastro" quanto l’uomo ed in particolare il suo nuovo ed improvviso rapporto con la natura alterata, i meccanismi psichici del profondo, che gli permettono di adattarsi e sopravvivere senza nessuna forma di reazione. Un darwinismo dell'estinguersi.

DEBRIS/DETRITI è una introspezione spazio-temporale. E’ uno sguardo attento, che penetra silenziosamente l'incurante consuetudine di territorialità marginali, in cui il pensiero post-coloniale riveste un importante peso attraversando la letteratura, la storia, la filosofia e la geografia e fornendo un nuovo modello che dia voce ad una cultura lontana e decentrata rispetto alle narrative imperanti occidentalizzate.

Origine della mia riflessione per il progetto DEBRIS/DETIRTI è la forbice che contraddistingue attualmente il dibattito sull'Argentina: da una parte, una «retorica dell'euforia e dell'ottimismo» che porta a dire che il futuro è il Sud America , con ottime prospettive sulla crescita economica, tanto da definirlo il futuro del turbo-capitalismo globale. Dall’altra, le profonde lacune dell'oggi e dalla costernazione davanti a un presente che sembra caotico e attraversato da diverse convulsioni, prima tra tutte l’allarme ambientale.

DEBRIS/DETRITI è un’inversione di prospettive nei confronti di un Occidente al collasso, alla deriva e dentro una profonda crisi di disidentificazione del grande mito capitalista, cercando di decolonizzare questo immaginario.

Esploro esploro l'artificio, l'autenticità e la narrativa, mettendo in discussione come questi tre elementi rimodellino la nostra comprensione della storia e delle identità, dei territori, e delle economie esistenziali.

Mi addentro in storie anacronistiche, in paesaggi al limite del mondo, attraverso spazi non mappati, difficilmente geo-localizzabili, per poi ritrovarmi dentro processi di peri-urbanizzazione, di devastazione totale della natura, di disgregazione e nuove possibilità di creare comunità.

Da qui l'esigenza di porre la mia attenzione laddove l’uomo diventa e produce rifiuto, accumulo, scarto, come sedimentazione. Un uomo dentro la sua forma di disidentificazione, un uomo che sfugge al suo essere uomo. Un uomo fuori dal suo corpo. Un uomo ombra. Uomo.

Il progresso, in cui avevamo investito la maggior parte delle nostre energie e risorse, ci ha consegnato una terra inaridita, protocolli di economie fallimentari e delle irreversibili e profonde solitudini. La sensazione che “la fine del mondo è già arrivata. E noi siamo dentro. Dentro questo orrore!”

Forse per avere una visione propriamente ecologica, dobbiamo abbandonare l'idea della natura una volta per tutte. Un altro sforzo attivato nei miei processi di ricerca è di sviluppare un nuovo vocabolario per la codifica di "ambientalismo" servendomi della deriva massima del capitalismo ed espongo una nuova forma radicale di critica ecologica: "ecologia oscura" o meglio Dark ecology, per essere vicino al pensiero del grande filosofo anglo-texano Timothey Morton.

Un mondo di disastri planetari, nuove pandemie, smottamenti tettonici, clima alterato, paesaggi marini ricoperti di petrolio, desertificazione in aumento esponenziale e la minaccia sempre più incombente dell’estinzione di specie animali e vegetali, oltre a quella umana, ci hanno resi sempre più consapevoli che il mondo in cui viviamo è non-umano.

Ma perché questi territori marginali mi intrigano così tanto?

Sento il bisogno di (ri)partire dalla fine, da quel che resta. Fra abbandoni e ritorni.

Ruderi e reliquie testimoniano il mondo esploso e di corpi frantumati.

L’abbandono, lo scarto, l’incuria, di centinaia di oggetti assumono le proporzione di una strage collettiva/generale: siamo dentro la macchina della morte gestita dal capitalismo.

Il mondo è un enorme deposito. Viviamo dentro una sorta di grande deposito pieno di prodotti più o meno all’avanguardia, più o meno obsoleti.

Ci aggiriamo come disperati dentro depositi, magazzini, outlet, tra materiali putridi alla ricerca della merce al prezzo più basso. Con un occhio sorridiamo al turbo capitalismo e con l’altro poggiamo la lacrima sulla disfatta umana.

Un modo complesso di ascoltare, attraversare, esperire lo stato attuale delle cose. La de-vasta-azione- lo stato perenne- dell'uomo moderno, diviene il bacino di conforto per la totale deriva senza nessun approdo.

Una risposta a “Territori marginali: una riconsiderazione profonda del nostro eco-sistema”

  1. “Fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtude e canoscenza” ! Utopia pura, idea superba dell’umanità – per quel che di umano resta- che dopo aver superato le colonne d’Ercole ha dimenticato la sua strada maestra, oppure, ha seguito la sua vera natura! (?)
    Mi è piaciuto tantissimo questo articolo, l’ossimoro del darwinismo dell’estinguersi rende perfettamente l’idea di questa non umanità consapevole. Mi è piaciuto tantissimo questo articolo denso di umanità, quel che resta di essa, ai margini della corsa a tutti i costi che lascia dietro di se un polverone di inenarrabile bruttezza. Complimenti Sergio

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