Su alcune mostre del MAXXI non si può tacere

 Antonello Tolve

Alcune mostre non andrebbero organizzate e meglio ancora non andrebbero aperte al pubblico perché anziché ricevere una infarinatura su determinate tematiche affrontate nell’ambito dell’esposizione tal dei tali, viene fuorviato e traviato – questo se naturalmente prende per buono quello che la mostra offre. Forse prima di organizzare una mostra “a tema” il curatore di turno, e devo dire che in questo caso ci riferiamo a Bartolomeo Pietromarchi, dovrebbe approfondire l’argomento e non procedere tanto per riempire uno spazio: anche i musei possono diventare discariche o recipienti di esposizioni vuote e inconsistenti. Peccato infatti, perché la mostra Low Form organizzata al MAXXI dal Direttore della sezione Arte, il cui sottotitolo recita Immaginari e visioni nell’era dell’intelligenza artificiale, sarebbe potuta essere (e già il titolo ne mostra le potenziali) davvero una importante riflessione su uno scenario liquido e soffice qual è quello dell’opera d’arte nell’epoca dei new media. A parte qualche nome importante e azzeccato come Cécile B Evans, Ian Cheng, Pakui Hardware, Trevor Paglen, Jon Rafman e Emilio Vavarella, Low Form ci offre la visione poco chiara e imprecisa di un’età che si fa sempre più ondiforme e di manovre creative che pongono fiducia in un un mondo evanescente i cui discorsi, tra cose e non cose (Undinge, suggerirebbe Flusser), gonfiano le vele dell’arte con i venti del nebuloso, dello spettrale, del gassoso, per corteggiare le coste del meccanico, dell’elettronico, dell’informatico.

Sono rimasto davvero stupito d’aver letto che la curatela fosse soltanto di Pietromarchi: non si è mai occupato di new media e certo questa non è una colpa, anzi ci si può occupare di qualcosa e approfondirne le trame a ogni età (Moravia ha preso la patente a cinquant’anni), ma a patto di presentare poi un progetto d’orientamento, capace di delineare nel migliore dei modi lo scenario che si intende proporre.

«Le opere presenti in mostra, realizzate dai più attenti protagonisti della ricerca artistica attuale delle ultime generazioni, sono installazioni multimediali ed immersive che indagano le implicazioni culturali, sociali e antropologiche di un presente digitale che si articola in reti neurali, deep web, realtà aumentata, biologia sintetica, nanotecnologia» si legge nella miniguida offerta gratuitamente al visitatore. L’entusiasmo della frase e della dichiarazione a onor del vero non coincide affatto con i nomi e con le opere in mostra: i nomi (a parte appunto «qualche sparuta anguilla», per dirla con Montale) non sono per niente quelli dei “più attenti protagonisti” ma scelte di un azzardo intellettuale: e le opere non hanno nulla di immersivo, di multimediale o di multisensoriale. La mancanza inconsolabile e imbarazzante di alcuni artisti italiani lascia di stucco. Eppure sono in tanti a lavorare lungo questo orizzonte. Certo, possiamo capire che l’esterofilia è basilare nella costruzione di una mostra. Chi folle – soprattutto se “rampante” – organizzerebbe mai una esposizione di soli italiani? (Qui vale la pena ricordare le belle parole di Lorenza Trucchi quando avvertiva che «l’Ottocento è un secolo francese, ma il Novecento è italiano», a buon intenditor poche parole). Le pozzanghere immateriali di Michelangiolo Bastiani, le relazioni di Bianco-Valente, i circuiti ferroliquidi di Alessandro Brighetti, la linea tecno-ecosofica di Daniela Di Maro, i transiti bio-robotici di Luigi Pagliarini, le “aritmosfere” (atmosfere aritmetiche) di Donato Piccolo, le materializzazioni dell’immateriale di cui Chiara Passa è nome pionieristico in Europa, le piattaforme sonore e ubique di Roberto Pugliese o tutta una compagine di opere proposte da Giuseppe Stampone nell’ambito della realtà aumentata, sono imprescindibili (non dimentichiamo 0100101110101101.org, alias Eva e Franco Mattes, Paolo Cirio, Alessandro Ludovico, Marco Cadioli, Carlo Zanni, Tamara Repetto) per concepire un itinerario internazionale tra gli immaginari e le visioni nell’era dell’intelligenza artificiale.

Che cosa c’entrano – e non si mette in discussione il loro lavoro – Zach Blas & Jemima Wyman, Carola Bonfili, Jamian Juliano-Villani, Nathaniel Mellors & Erkka Nissinen, Agnieszka Polska, Lorenzo Senni, Avery K Singer, Cheyney Thompson, Luca Trevisani e Anna Uddenberg (sono i nomi degli altri artisti in mostra) con quel auspicato «viaggio nell’immaginario tecnologico e surreale degli artisti di oggi tra sogni generati da computer, algoritmi creativi e avatar che si interrogano sul senso dell’esistenza»? Non ci sono giustificazioni se non nel fatto che al sogno possono partecipare tutti, anche coloro che si occupano marginalmente (o niente affatto) di sogni generati da computer, algoritmi creativi e avatar che si interrogano sul senso dell’esistenza.

Peccato: è davvero un peccato, anche perché Pietromarchi, di cui vale la pena ricordare e elogiare Italia in opera – dal quale è nato il disegno “vice/versa” del Padiglione Italia alla 55. Biennale di Venezia (indimenticabile il Tractatus Logicus Flat di Sislej Xhafa) – per la chiarezza e la strutturazione tematica, è molto bravo nonostante questa volta abbia davvero perso l’occasione concependo una esposizione frettolosa, futile, superficiale e leggera, che non tiene nemmeno conto dello scenario storico e dei nomi che giocano un ruolo fondamentale nell’ambito della condizione digitale e post-digitale.

Low Form. Immaginari e visioni nell’era dell’intelligenza artificiale

MAXXI, Roma, fino al 24 febbraio 2018

2 risposte a “Su alcune mostre del MAXXI non si può tacere”

  1. Ormai gran parte delle mostre sono allestite per creare “eventi” vendibili come un qualsiasi altro spettacolo generalista. Questo è il risultato.

  2. Ottima analisi di critica costruttiva e propositiva. Detto cio’ sappiamo bene i meccanismi del sistema artistico e quindi museale di certi ambienti. Ovvero quando si organizzano “eventi” e non progetti articolati che escudono il vero tema dello stesso per favorire “gli amici degli amici”. Per costoro l’ Arte è un paravento e non una necessaria e complessa esercitazione di stile, competenza ed autentico confronto col mondo contemporaneo.

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