La Vanitas al cinema: The Mule

Michele Emmer

È sempre un avvenimento quando esce al cinema un nuovo film di Clint Eastwood, ora The Mule. Ancora di più perché nel suo ultimo film torna sullo schermo anche come attore, cosa che non succedeva da Gran Torino del 2009. In un’intervista a cura di Beatrice Pagan su Movie.Player in rete, Alison, figlia di Clint, spiega perché è ritornata al cinema dopo aver detto addio alla recitazione nl 2014.

L'attrice ha ricevuto la telefonata del produttore Sam Moore, collaboratore del padre, mentre stava andando a cena con il marito: "Mi ha detto 'Sai, tuo padre ti vuole in questo film'. Ho quasi vomitato. Mio marito mi ha chiesto 'Tutto bene? È morto qualcuno?'. Ho risposto 'No, semplicemente non mi sento molto bene'. Ho detto addio alla recitazione e ho deciso di concentrarmi su molte altre cose, quindi ho pensato 'perché vuole me?'". Alison ha proseguito sottolineando: "Più ci pensavo più mi rendevo conto 'Forse questa non è solo un'opportunità per interpretare sua figlia nel film, ma anche per trascorrere del tempo con lui”. E mio marito mi ha detto 'Se non lo farai lo rimpiangerai per il resto della tua vita".

E il rapporto con la figlia e con la moglie è una delle chiavi del film. I Cahiers du Cinema, da sempre appassionati dei film di Clint Eastwood hanno dedicato l’editoriale di apertura del numero di febbraio 2019 al film The Mule, partendo dai gilets jaunes, titolo dell’articolo Têtes de mule…Quindi il primo articolo, l’evento, è sempre dedicato al film, 4 pagine, titolo Grand-père prodigue (il nonno prodigo). Il ritorno che ha molti legami con il Gran Torino, non fosse altro che per la passione per la sua automobile, un pick-up con cui gira Earl Stone, il protagonista) lui, è decrepito come Clint. E Earl Stone coltiva bellissimi fiori, non ama la famiglia e viene sempre cacciato dalla figlia (nel film è sua figlia nella vita) rimproverandogli che li ha sempre trascurati per farsi solo i suoi interessi. E l’intervista alla figlia sembra confermarlo. Ma Earl al di fuori della famiglia è simpatico, divertente, affascinante, dandy, spiritoso. E si vede che si diverte anche quando balla, e guarda le tante donne che sono presenti nel film (e non sapremo mai cosa succede quando entra nella sua stanza con due belle donne…)

Altro articolo sempre all’inizio dei Cahiers intitolato Dernier regard (ultimo sguardo) e sottotitolo Metamorphoses de l’acteur Eastwood: du corps spectral au corps fragile, altre tre pagine ed ancora altre due con il titolo Le maître des Vanités con sottotitolo Piuttosto che realizzare il suo film testamento, Eastwood ha preferito, come un vero pittore, mettere in scena una vanità del suo tempo.”

Certo, una Vanitas, nella grande tradizione della pittura fiamminga ed europea del Sedicesimo secolo. Ed ecco allora gli elementi della Vanitas. Tutto al contrario di un film crepuscolare e testamentale. Non si può non essere d’accordo perché pur essendo una Vanitas, è una Vanitas gioiosa che sembra una contraddizione in termini ma non lo è. Ed ecco allora che si comincia con i fiori, i fiori che durano solo un giorno, che sono il trionfo della cosa bella ma evanescente, di cui il personaggio Earl, dice che proprio perché durano un solo giorno sono così affascinanti. Ed anche la fotografia del film, non più di Tom Stern ma di Yves Bélanger, franco canadese, commenta Joachim Lepastier sui Cahiers: “Si è fatto attrarre dalle sirene del pop Eastwood?” No, piuttosto è la grande serenità, felicità verrebbe da dire che porta a quel risultato visivo, a quei fiori con cui il film inizia e finisce. Una Vanitas di cui i fiori che durano tanto poco sono sempre stati un gran simbolo. Ed è inutile affannarsi tanto, prendersi tanto sul serio, ma vale la pena di scherzare, giocare su tutto, tanto è tutto una Vanitas! E non manca il teschio, la fragilità del corpo di Eastwood, il suo camminare, il suo parlare che sono tanto mutati. Ma lui è sereno, se la ride, scherza coi narcotrafficanti, ha battute por tutti, anche per due neri che si ferma ad aiutare per strada e che apostrofa con la parola odiata “Negros”. E sa che tutti sanno che sta giocando. Perché i temi che ha affrontato nei suoi film stanno lì a testimoniare quale interesse ha per l’essere umano. Anche se in economia si dichiara Trumpiano! Il personaggio afferma che nella sua vita non ha fatto altro che fesserie, tutte cose che non durano. Ma non ha mai potuto comprare il tempo, il tempo che gli manca. E alla fine del film dovrà andare in galera, come il vero protagonista della storia a cui si ispira il film (la sceneggiatura è basata su un articolo del The New York Times di uno spacciatore novantenne). E naturalmente coltiva i suoi fiori e sono loro a chiudere il film. E lo sa che non sono meteore di un solo giorno che ha realizzato, pur non dovendosi prendere sul serio. Ed è un buon cavaliere solitario che la valanga dei soldi che riceve per trasportare droga la investe per restaurare locali e bar della sua vita di tanti anni prima, alla ricerca non di una America che non c’è più ma di soddisfare la sua vanità di realizzatore, attore e genitore, che ha avuto la capacità di fare e realizzare quello che ha voluto (trascurando la famiglia, magari!) arrivando al dono della leggerezza che non era facilmente prevedibile per l’ispettore Callaghan. Il film è lui, ovviamente. La stessa storia, raccontata ed interpretata da una altro regista ed un altro attore sarebbe stata un’altra cosa. Non per niente è Clint Eastwood. Quindi andiamo a vedere e divertiamoci con lui, tanto tutto è Vanità. Solo che alcune Vanitas sono migliori di altre non solo in pittura ma anche al cinema. E ai grandi maestri è consentito di divertirsi, e non prendiamo troppo sul serio, in attesa del prossimo dernier regard, perché come diceva la figlia, vogliamo rinunciare a passare due ore con Clint Eastwood?

The Mule, regia di Clint Eastwood, sceneggiatura Nick Schenk, con Clint Eastwood, Alison Eastwood, Bradley Cooper, Laurence Fishburne, Michael Peña, Dianne Wiest, Andy Garcia, fotografia Yves Bélanger, prod. USA, 2018.

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