Contro l’autonomia differenziata, per un nuovo federalismo. Intervista a Gianfranco Viesti

Daniele Balicco, Maria Teresa Carbone, Giuliano Laccetti

Gianfranco Viesti è stato uno dei principali animatori della battaglia contro “la secessione dei ricchi”, espressione per altro coniata da lui stesso (G.Viesti, Verso la secessione dei ricchi? Autonomie regionali e unità nazionale, Laterza 2019). Dopo gli interventi di Daniele Balicco e di Giuliano Laccetti, la redazione ha deciso di intervistare il professor Viesti, per capire cosa potrà succedere, su questo tema, nei prossimi mesi; e se è possibile ragionare su una riforma dello Stato portata all’altezza del presente. Ci pare di particolare interesse la parte propositiva del suo discorso: anzitutto un non banale “avviso di tagliando” per le Regioni a Statuto speciale, che dopo 70 anni di Repubblica non hanno forse più ragione d’essere; un opportuno “warning” all’ipotesi di macroregioni per superare i limiti dell’attuale regionalismo; infine, l’ipotesi di costituire nuove realtà inter-provinciali per realizzare un assetto amministrativo nuovo, più aderente ai territori, soprattutto nella gestione di servizi e interessi comuni.

Anche se la discussione interna al governo sembra momentaneamente stoppata, sembra difficile che la Lega accetti di trattare al ribasso sull’autonomia differenziata. Esistono, secondo lei, possibilità reali che questo progetto venga bloccato? Quali forze istituzionali potrebbero opporsi?


Le sorti del progetto dell’autonomia differenziata sono molto difficili da prevedere; dipenderanno dal percorso parlamentare che si farà, dalla decisione o meno di stabilire prima i Livelli Essenziali delle Prestazioni. É comunque immaginabile che la Lega continuerà ad insistere il più possibile per portare a casa, almeno in parte, i risultati a cui ambisce. Anche se raggiunti solo parzialmente, essi potrebbero essere molto gravi, sia per le sorti complessive del Paese, sia in particolare per quelle del Sud. Le forze che più potrebbero opporsi a questo processo sono il mondo della scuola, compatto nel contrastare la regionalizzazione dell’istruzione scolastica; e il mondo della sanità: i medici, e le
altre professioni sanitarie, sono anch’essi molto contrari a queste ipotesi di regionalizzazione. La spinta maggiore potrà venire poi da gruppi e da associazioni sul territorio, molto più che dai partiti politici che, sull’argomento, sono spaccati al proprio interno.

L’unica forza sociale che si è espressa chiaramente contro l’autonomia differenziata è il sindacato. Come spiega la trasversalità dell’appoggio a questo progetto? Quali sono le ragioni profonde? 

L’appoggio a questo progetto dipende da un insieme di circostanze: la forza compatta della Lega e delle forze economico-sociali ad essa vicina, soprattutto in Veneto, e in parte in Lombardia; la scelta dell’attuale giunta regionale dell’Emilia-Romagna di affiancarsi a quel processo, anche se a partire da posizioni diverse, sostanzialmente favorendolo. Le ragioni profonde di questa iniziativa, però, sono nella crisi del Paese, nelle sue difficoltà di finanza pubblica, e nella scelta di una parte delle classi dirigenti di concentrare sui propri territori le forze e le risorse disponibili. Una scelta a mio avviso autolesionista anche per loro, ma comprensibile in un’ottica egoistica di brevissimo periodo. 

Nel caso in cui questo progetto secessionista fallisse, in che modo, secondo lei, si dovrebbe riaprire, nel paese, una discussione politica capace di disegnare un processo serio di riassetto federale dello Stato? Con quali soggetti sociali e politici? 

Certamente bisogna ridiscutere gli assetti dei poteri nel nostro Paese, per così dire fare un tagliando al regionalismo, ma anche all’abolizione delle Province e all’istituzione delle Città Metropolitane, che sono state un grande problema, realizzate in questi ultimi anni. Si può, si deve realizzare un equilibrio migliore fra il governo centrale, a cui vanno riservate forti competenze di cornice e di impostazione generale e di definizione di standard e livelli di servizi, e quelli regionali. All’interno delle Regioni, tuttavia, va guardato con grande attenzione il tema delle città e soprattutto quello delle grandi città che hanno bisogno di competenze e di risorse, attualmente a livello regionale, ben maggiori di quelle di cui dispongono. C’è il tema, scottante ma decisivo, delle Regioni a statuto speciale, che certamente non meritano più il trattamento di favore che esse attualmente ricevono; e c’è il tema del livello ottimale di pianificazione socio-economica.  Le 19 regioni e 2 province autonome che abbiamo oggi non sono certamente ottimali e quindi si dovrebbe aprire una grande discussione su come riformulare anche i confini delle regioni

Sento molti a favore di macroregioni; forse, invece, si potrebbe puntare su territori relativamente più limitati però uniti fra loro nella gestione di grandi servizi.

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