Aspettando i robot

Claudio Canal

Questa recensione non è una recensione. È la trascrizione di una conversazione catturata al bar. Un uomo e una donna sulla trentina, lui in tiro, sorridente, voce tornita, sicuro di sé, forse un informatico o del settore, lei meno in scena, un po’ sfuggente, più definitoria nel fraseggio, un’insegnante o un’artista. Dai silenzi non sofferti suppongo una tenerezza in essere. Mi piace andare di fantasia.

Volto loro le spalle, ma li vedo riflessi nello specchio démodée.

Lui: …sarà facile e difficile nello stesso tempo. Lo faranno le macchine il lavoro. Siamo a buon punto. Lo vedi anche tu, l’intelligenza artificiale fa passi da gigante. Neppure ce lo immaginiamo. Non lo vedrà la prossima generazione, ne godremo noi stessi. Per modo di dire, godremo. Bisognerà trovare un’occupazione per quelli che perderanno il lavoro o un reddito o qualcosa di simile.

Lei: ma tu ci sei dentro. Quali problemi potrai avere?

Lui: io non li avrò. Però mi rendo conto. La situazione potrebbe sfuggirci di mano.

Lei: tante cose ci sfuggono. Ma questa cavalcata delle Valchirie dell’intelligenza artificiale, dell’automazione, io non la vedo tanto.

Lui: come no? E’ dappertutto.

Lei: è dappertutto l’addestramento che bisogna fornire alla macchina, al programma. Lo sai meglio di me, anzi, me l’hai spiegato tu, per distinguere un volto tra tanti è stato necessario che migliaia di esseri viventi come te e me cliccassero su altrettante migliaia di immagini. Idem per gli altri miracoli dell’AI.

Lui: quello è il retroterra.

Lei: chiamalo come vuoi. Loro però hanno passato le giornate a cliccare forsennatamente per guadagnare pochissimi soldi.

Lui: l’intelligenza artificiale non piove dal cielo.

Lei: appunto. Non sbuca dal nulla. Tu e gli altri raccogliete il cibo e imboccate la macchina. Ma il nutrimento l’hanno prodotto altri.

Lui: sempre lavoro è.

Lei: non ne dubito. Però io non lo farei e sicuramente neanche tu.

Silenzio d’ordinanza. Si guardano. Si capiscono. E io me ne devo purtroppo andare. Pago il mio pessimo bicchiere di rosso e li intravedo allo specchio rianimare il confronto.

Per chi volesse sapere fatti e antefatti di questa discussione si procuri di Antonio A. Casilli, En attendant les robots. Enquête sur le travail du clic, Seuil, Paris, 2019. Non è un romanzo. È meglio. Non c’è la coppia del bar, ma c’è tutta la umanità viva che permette agli illusionisti dell’intelligenza artificiale di decantarne le virtù. Umanità rigorosamente anonima, affaticata, annullabile, ma ingranaggio essenziale dell’apoteosi dell’algoritmo. A fine lettura cresce l’inquietudine. Non per i robot factotum, ma per l’ultima versione dei lavoratori e dal lavoro in frantumi. (Georges Friedmann, Lavoro in frantumi, Edizioni di Comunità 1960)

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