Il post-sciamano. Una nuova alleanza con i regni naturali

Nikita Kadan, Attis, 2018, inchiostro su carta, 21 x 29,7 cm, courtesy Laura Bulian Gallery

Manuela Gandini

Secondo Edgar Morin l’artista è un post-sciamano. Padroneggia un potere concentrato nell’arte con il dono di fare interagire uno stato di trance non-convulsa con il controllo dello stato di veglia. “Sciamanismo e magia sono (…) residuali nel mondo contemporaneo. Vi si sono diluiti ma restano ampiamente presenti nell’arte e nell’estetica” scrive nel suo recente volume “Sull’estetica” (Cortina Editore). Anche Joseph Campbell considerava l’artista lo sciamano contemporaneo, colui che aiuta a vedere l’invisibile.

Il rapporto tra capacità evocativa dell’artista verso il reale e la materia con le sue le istanze sociali, si delinea in un panorama sempre più chiaro e complesso. Il concetto di visione per Carlos Castaneda - secondo gli insegnamenti appresi in Messico da Don Juan – è legato alla piena coscienza dell’esistente e alla capacità di percezione di tutto ciò che è vivo: la percezione delle intelligenze vegetali, della foresta piena zeppa di relazioni, colori, forme e suoni. Il vedere è la facoltà che permette allo stregone di acquisire potere perché - afferma Don Juan - “Il mondo, quando lo vedi, non è come tu pensi che sia. E’ un mondo fugace che si muove e cambia”. E’ la danza di Shiva o l’impermanenza, la dinamica alla base della vita che, elaborata dalle filosofie orientali, trova corrispondenza nella fisica quantistica.

Il mondo – scrive Carlo Rovelli in “L’ordine del tempo” (Adelphi) – non è come un plotone che avanza al ritmo di un comandante. E’ una rete di eventi che si influenzano l’un l’altro. (…) Si può pensare al mondo come costituito di cose. Di sostanza. Di enti. Di qualcosa che è. Che permane. Oppure pensare che il mondo sia costituito di eventi. Di accadimenti. Di processi. Di qualcosa che succede. Che non dura, che è continuo trasformarsi. Che non permane nel tempo. La distruzione della nozione di tempo nella fisica fondamentale è il crollo della prima di queste due prospettive, non della seconda. E’ la realizzazione dell’ubiquità nell’impermanenza, non nella staticità in un tempo immobile”. Fatte queste premesse - che ci obbligano a prendere coscienza della necessità di trasformare individualmente questo mondo lambito da acque putride e dominato dall’avidità predatoria – vorrei focalizzarmi su alcune esperienze artistiche. Se il corpo del mondo è malato anche il corpo umano lo è, sia psichicamente sia fisicamente. Coloro che oggi hanno un potenziale terapeutico alternativo sono gli artisti e i poeti e tutti coloro che, sviluppando pensiero critico, comprendono il flusso dell’esistenza e accolgono il concetto di interdipendenza e di natura come imprescindibile dalla vita. Non solo non se ne sentono separati ma non concepiscono il pianeta come inesauribile serbatoio da saccheggiare. Nel corso dell’ultimo secolo l’arte – mosaico della complessità del mondo – ha esaltato, attraverso il futurismo, la macchina, il dinamismo e la meccanica nell’incipiente società dei consumi. Il pop ha celebrato l’epoca della lavatrice e della produzione industriale, le scatole di pagliette saponate “Brillo”, bianche rosse e blu come la bandiera americana, la Coca Cola o i tubetti di dentifricio giganti di Oldenburg. Proprio lì a fianco, nei primi loft newyorkesi, il movimento Fluxus, vettore incerto che si spostava da una sponda all’altra dell’Atlantico, destrutturava il linguaggio dei piccoli gesti quotidiani portandoli all’estremo, rompendone il ritmo del tempo attraverso una critica al capitale e alle convenzioni. I fluxer hanno liberato gli oggetti – in particolare gli strumenti musicali - dalla loro originaria funzione d’uso. Negli anni Ottanta gli artisti americani - puntando l’attenzione sull’invisibile killer (AIDS) che in quel periodo falcidiava la vita di migliaia di giovani - si sono concentrati sulla biologia politica. A New York i billboard e i display di Times Square portavano alla ribalta il dramma del virus con le sue implicazioni sociali discriminatorie (Felix Gonzales Torres) e mostravano un’altra malattia, quella del consumo con le frasi di Jenny Holzer e Barbara Kruger - “I shop therefore I am”.

Da allora sono passati circa trent’anni e oggi l’attenzione dell’arte si è spostata via via sul rapporto tra uomo e ambiente.

Nikita Kadan , Anastasia Potemkina , Il corpo di Attis non decadrà, installation view, courtesy Laura Bulian Gallery

Se lo sciamanismo è l’antica conoscenza delle erbe, del loro potere curativo e la capacità di entrare in contatto con i tre regni, con gli elementi e con gli spiriti, ossia con il mondo dell’invisibile, ecco che l’arte recupera oggi rituali e saperi perduti, attraverso nuove tecnologie e ibridazioni.

Joseph Beuys – rifacendosi all’antroposofia e a Rudolf Steiner – sonda tra i primi l’intelligenza delle piante, delle rose, degli animali e dei minerali e si concentra sull’organizzazione sociale delle api come perfetta forma di socialismo. L’aspetto sciamanico e – aggiungerei fortemente simbolico – dell’arte pensata come energia e trasmissione di conoscenza (anche di altri mondi), lo troviamo in innumerevoli ricerche, soprattutto da quando la globalizzazione ha miscelato culture e credenze. Marina Abramovic, inaugura il suo lavoro sulla cura e il rapporto con la terra dopo aver camminato per 2500 chilometri sulla muraglia cinese per incontrare il suo amato Ulay a metà strada. E’ il contatto con la stratificazione minerale e la fisicità della terra a ispirare all’artista jugoslava la forma del dragone e l’uso dei minerali per la trasformazione delle energie del corpo umano.

Una nuova (anzi antica relazione) tra i regni può essere ristabilita. Yoko Ono, alla Biennale di Venezia del 2011, espone delle tazzine rotte, fornisce colla e istruzioni e invita il pubblico a compiere l’atto riparatore per ridare forma ai cocci.

Siamo entrati – ha affermato Alessandro Bergonzoni penetrando lucidamente il corpo istituzionale, umano e verbale – nell’epoca del “risarcimento” più che del rinascimento (Alfabeta 2018).

Il rapporto di continuità tra il mondo inorganico, vegetale e umano è reso nel mito di Attis elaborato da due artisti l’ucraino Nikita Kadan e la russa Anastasia Potemkina nella mostra “The body of Attis will not decay” in corso alla Laura Builan Gallery di Milano sino all’1 marzo. Zeus fece cadere, masturbandosi, il suo sperma su una pietra che generò il demone Agdistis, il quale unisce in sé il femminile e il maschile possedendo entrambi i sessi. Intimoriti dalla sua potenza, gli altri dei decisero di evirarlo, ma dal suo sangue sarebbe nato un mandorlo che avrebbe dato vita ad Attis, antico dio frigio della vegetazione e della rigenerazione. Le installazioni dei due artisti coniugano i mondi con una narrazione simbolica che mostra sangue umano su una statua evirata o l’invasione di elementi vegetali alieni attorno a edifici distrutti dalla guerra nel Donbass in Ucraina occidentale. Video e acquarelli illustrano organi genitali umani che si trasformano in vegetali delineando un universo ibrido, surreale, inter-sessuale.

La mostra è un viaggio nella mitologia e nella biologia “ ‘Gerarchie di animazione’ – scrive Andrey Shental – è il sistema di distribuzione dei privilegi, in cui alcuni oggetti sono costruiti come inanimati, subumani, o inabili e quindi sottomessi, altri senzienti e sapienti e perciò dominanti”.

Potemkina fotografa, anima, interagisce con le piante urbane di risulta, infestanti e selvatiche, che non hanno alcun diritto di esistenza, non sono tutelate da codici umani e rivestono una posizione di marginalità come le classi sociali più deboli. Nonostante le rovine della specie umana, Attis continuerà a far scorrere tra i regni interdipendenti l’inesauribile fluido, riproiettando la vita tra le macerie su un fronte politico ancora del tutto sconosciuto.

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