Resistere e ancora resistere!

Lelio Demichelis

Si chiudono i porti, si vota il decreto sicurezza, si trattano come schiavi i raccoglitori di pomodori. La produzione di paura (e di razzismo) continua a ritmi industriali da vecchia produzione di massa, con la paura che è diventata un bene (o meglio: un male) di consumo politico. Un processo degenerativo che non riguarda ovviamente solo l’Italia e non solo l’Europa. I più sono oggi tesi a invocare l’uomo forte, o il Capitano (Salvini) per navigare fuori dalla crisi. Ma è un Capitano diverso da quello richiamato da Walt Withman per la morte di Lincoln, dove la nave erano gli States usciti dalla guerra civile (la nave ha superato ogni ostacolo, l'ambìto premio è conquistato/ vicino è il porto, odo le campane, tutto il popolo esulta/ mentre gli occhi seguono l'invitto scafo, la nave arcigna e intrepida) – perché oggi il porto non deve essere raggiunto altrimenti si fermerebbe la fabbrica della paura e del desiderio di autocrazia o di postdemocrazia – da mantenere a produttività crescente.

Le società occidentali invocano oggi non l’autorità (democratica) ma l’autoritarismo/populismo (Orban, Trump, Erdogan e Bolsonaro – e ovviamente Salvini) e l’autocrazia nel senso di un potere assoluto e personalizzato. Replicandosi e potenziandosi - dalla realtà virtuale alla realtà reale - la fascinazione per il potere verticale e de-sovranizzante anche se mascherato da orizzontale/partecipativo. Una forma di masochismo, direbbe Erich Fromm. Da qui il piacere di molti nel sottomettersi all’autorità. Ancora Fromm (1936): «Il piacere generato dall’obbedienza, dalla sottomissione, dalla rinuncia alla propria personalità, quel sentimento di ‘aperta dipendenza’, sono tratti tipici del masochismo»; «ognuno è inserito in un sistema di dipendenze verso l’alto e verso il basso; e quanto più in basso si trova un individuo tanto maggiori sono la quantità e la qualità della sua dipendenza da istanze superiori»; e ancora: «in una struttura caratterologica che contiene il masochismo, è compreso necessariamente anche il sadismo». Sottomissione e obbedienza all’autorità, nella totale rinuncia a se stessi, ma oggi non più per un ordine o per una ideologia, ma per un selfie sorridente accanto al potere. Forse aveva ragione Umberto Saba, quando si poneva la domanda (e che oggi non vale solo per l’Italia): «Vi siete mai chiesti perché l’Italia non ha avuto, in tutta la sua storia – da Roma ad oggi – una sola vera rivoluzione? La risposta – chiave che apre molte porte – è forse la storia d’Italia in poche righe. (…) Gli italiani vogliono darsi al padre, ed avere da lui, in cambio, il permesso di uccidere gli altri fratelli».

Ricordiamo poi che ciascuno degli autocrati/populisti oggi sulla scena e applauditi dal popolo come maieutica del cambiamento non mette in realtà in discussione la causa del disagio sociale e dell’impoverimento economico e relazionale che si vive nel mondo da trent’anni, ma la riproduce mascherando con l’anti-europeismo o l’essere anti-caste il proprio neoliberalismo. E l’obiettivo è sempre quello di far adattare la società alle esigenze dell’economia, anche se in altro modo rispetto alla destra e alla sinistra degli ultimi trent’anni. Sfruttando il fatto che il masochismo libera l’individuo (ancora Fromm) dall’angoscia in cui il sistema lo ha incatenato ancorandolo però a un potere forte del quale si sente parte e partecipe, dandogli l’illusione della potenza anche di sé.

Fine della lunga introduzione. Per arrivare a come fare resistenza. Ci aiuta – per l’analisi che compie e per un principio speranza che ci lascia dopo avere chiuso l’ultima pagina, facendoci immaginare di poter uscire da questo sadomasochismo popolare/populista quale ultima forma del neoliberalismo - un libro collettaneo curato e introdotto da Salvatore Palidda, docente all’Università di Genova e intitolato opportunamente: Resistenze. Un libro, scrive Palidda che cerca di mostrare, in altri modi e forme narrative, che esistono «legami diretti e indiretti tra l’aumento della ricchezza e della povertà, tra la potenza delle lobby finanziarie e lo sfruttamento senza limiti di carbone, petrolio, nucleare e dei vari altri prodotti inquinanti e cancerogeni, tra la produzione di armamenti e nuove tecnologie, tra la riproduzione delle guerre permanenti, le migrazioni ‘disperate’ e i disastri sanitari, ambientali e il rischio di distruzione del pianeta Terra». Un processo che quindi diventa «il fatto politico totale che caratterizza l’attuale epoca storica».

Eppure, «mentre molti – a parole – dicono di voler ‘correre ai ripari’, la quasi totalità delle autorità pubbliche e i dominanti di tutti i paesi non si adoperano in alcun modo per cambiare scelte e comportamenti dannosi, ma spesso si spacciano per ecologisti pur continuando ad aggravare i rischi». Non solo: «il governo della sicurezza che si pratica dagli anni Ottanta di fatto esalta solo le vittime del terrorismo e della criminalità per giustificare spese sempre più ingenti per la sicurezza di ‘comodo’, mentre occulta le morti per disastri provocati da attività criminogene legittimate da quasi tutti i governi perché assicurano profitti per i dominanti».

Ovvero, le politiche di produzione della paura (per attivare le conseguenti politiche securitarie-autoritarie), sono servite ad occultare i temi veri, sui quali si gioca invece la sicurezza ma soprattutto il futuro del pianeta. «La guerra in corso contro l’umanità e la natura» – si scrive nelle Conclusioni del libro - «si è accanita a partire dalla repressione brutale del movimento ‘altermondialista’ (…). La riproduzione delle guerre permanenti e del terrorismo foraggiate dai dominanti ha funzionato come una potentissima distrazione di massa che ha sfavorito le resistenze mobilitate per salvare l’umanità e il pianeta». Compresa forse, aggiungiamo l’offerta di una realtà virtuale/artificiale infinita e illimitata che ci ha fatto dimenticare/distrarre dalla realtà vera e dalle reali condizioni degli uomini e dell’ambiente minacciati da una volontà di potenza del tecno-capitalismo che - nichilisticamente – non si cura appunto della povertà generalizzata e crescente al pari delle disuguaglianze, né del riscaldamento climatico perché oggi, grazie anche alla rete, sa di poter estrarre valore da ogni cosa. Anche dal nichilismo irresponsabile che genera – e la ragione strumentale che domina il capitalismo, richiamiamo qui la Scuola di Francoforte, è quanto di più irrazionale possa esserci.

Nel libro vengono esaminati prima i processi di aggravamento dei rischi sanitari, ambientali ed economici a livello mondiale e le loro cause, dalla prima industrializzazione sino all’Antropocene (che anche Palidda propone di ridefinire più correttamente come Capitalocene), dai crimini contro l’umanità alla tutela dimenticata dei diritti fondamentali dell’uomo e dei doveri dello Stato democratico. Per poi passare ad analizzare una serie di casi concreti in diversi paesi (Italia, Francia, Spagna, alcuni paesi arabi, l’area euro-mediterranea nel suo complesso) – e le possibili resistenze.

Provando infine a immaginare appunto possibili alternative, «nella sperimentazione concreta della costruzione sociale di un governo dei rischi a partire dal livello microsociologico (…) sottolineando l’importanza cruciale di una costruzione ex novo dell’organizzazione politica della società a partire dal basso, dalle resistenze, dall’interazione di tutti i saperi [contro ogni forma di specializzazione/separazione], nell’interesse di tutti». Perché (ancora Palidda) «l’asimmetria di potere è oggi schiacciante, ma le resistenze si rinnovano e si diffondono. L’1% della popolazione mondiale dominerà sino a quando buona parte del restante 99% non sarà in grado di accumulare conoscenze e capacità di un agire collettivo».

Salvatore Palidda (a cura di)

Resistenze ai disastri sanitari, ambientali ed economici nel Mediterraneo

DeriveApprodi

Pag. 289

20.00

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