Il mostro in prima pagina

Clotilde Bertoni

Sempre strettissimo, sempre burrascoso, il rapporto tra letteratura e giornalismo è inoltre ancora parecchio controverso. Se vari contributi, riprendendo troppo in fretta considerazioni di Adorno o Benjamin, seguitano ostinatamente a piantonare i vecchi steccati e a contrapporre la profondità dell’una alla superficialità dell’altro, una riflessione avviata ormai da tempo sta cercando invece di sottolineare il loro sviluppo intrecciato, le loro molteplici contaminazioni: l’influsso del reportage e della cronaca nera sul romanzo, l’effervescente inventività di certi filoni della stampa (non solo il New Journalism, ma anche il ben precedente «giornalismo di colore»), le sperimentazioni della non fiction e così via.

A questa riflessione offre ora un contributo incisivo quanto godibile il libro The Great Report. Incursioni tra giornalismo e letteratura, di uno studioso, Vincenzo Maggitti, molto versato nell’esplorazione dei rapporti tra ambiti diversi (come prova anche un suo volume precedente – Lo schermo fra le righe, Liguori 2007 – sulle interazioni tra letteratura e cinema). Facendo leva su una vasta bibliografia, Maggitti affronta l’argomento in modo originale, attraverso case-studies eterogenei ma uniti da un tema di fondo: la sfida posta dalla realtà all’approccio giornalistico come a quello letterario, l’impossibilità per entrambi di racchiuderla in quadri definitivi e valutazioni inappellabili.

Lo si nota già nei primi tre capitoli, consacrati a opere quanto mai difformi, ma che raccontano tutte lo scacco della sempiterna vocazione del giornalismo alla detection, e tutte evitano di compensarlo con un messaggio nitido, sospendendo la rappresentazione nell’ambiguità. Il primo capitolo analizza la pièce di David Greig Minigonne di Kabul, inserita nello spettacolo Afghanistan: il grande gioco (proposto in Italia da Francesco Bruni e Elio De Capitani), e imperniata su un’intervista a Mohammad Najibullah, l’ultimo presidente della Repubblica Democratica dell’Afghanistan, ucciso dai talebani nel 1996: intervista doppiamente immaginaria – la giornalista, un’americana, è una figura inventata, e l’incontro è in effetti una sua fantasia, successiva alla scomparsa dell’intervistato – in cui, come Maggitti rileva, il dialogo apparentemente leggero, nello stile della screwball comedy, fa via via affiorare una serie di nodi irrisolti, dalle responsabilità del personaggio defunto alle colpe lungamente rimosse dell’imperialismo occidentale.

Il secondo capitolo, invece, mette a fuoco la tradizione remota della fortuna tematica del giornalismo, tornando su uno scrittore del passato, Kipling, per considerarne due racconti, The Man who Wanted to Be a King e soprattutto Mrs. Bathurst, in cui (come avverrà in Citizen Kane) il mezzo di informazione allora più innovativo, il cinegiornale, non dissipa ma anzi esaspera i misteri della vicenda, che d’altronde il testo stesso rifiuta di delucidare. Il terzo capitolo, poi, esamina una problematizzazione del giornalismo di inchiesta tra le più eccentriche, spericolata mescolanza di realtà e finzione: il romanzo Triste solitario y final, in cui Osvaldo Soriano raffigura se stesso nel ruolo di un reporter più che mai smanioso di trasformarsi in detective, che, insieme al Philip Marlowe notissimo detective immaginario, indaga sull’estromissione dallo star system hollywoodiano di Stan Laurel e Oliver Hardy; e l’indagine, senza approdare a vere scoperte, diventa il filo conduttore di una tragicomica denunzia delle gerarchie e dei pregiudizi statunitensi, a cui peraltro la narrazione non contrappone alcuna solida certezza.

Il quarto capitolo tira in ballo il travolgente ingresso, nella secolare convivenza tra i due campi trattati, di un’intrusa di grande avvenire, la televisione: ripercorrendo gli articoli scritti in merito per «Il Mondo» da Gabriele Baldini, assemblati nel volume Le acque rosse del Potomac, edito da Rizzoli nel 1967. Pur non integrandosi del tutto nell’economia del libro, il capitolo lo arricchisce rintracciando in questi articoli un ulteriore e intrigante caso di ibridazione tra letteratura e giornalismo: in quanto da un lato (nel solco dell’elzevirismo di primo Novecento), refrattari ai doveri dell’informazione vera e propria, aperti a squarci autobiografici, osservazioni e divagazioni imprevedibili; ma d’altro lato, capaci di scrutare nelle peculiarità del nuovo mezzo, individuandone già la tendenza a contraffare o appiattire la realtà in seguito materia di discussione sterminata.

Gli ultimi due capitoli rimettono invece fortemente in gioco le principali problematiche affrontate: mostrando come l’illustrazione delle ambizioni e dei fallimenti del giornalismo e della letteratura possa diventare molla di innovazione formale, spinta alla configurazione di procedimenti insoliti e spiazzanti. Il penultimo capitolo riguarda un romanzo o meglio un antiromanzo recente di Tom McCarthy, Satin Island (Bompiani 2016), incentrato sulle inquietudini del narratore, un etnografo consulente di una grande compagnia, che, tentando di redigere una colossale relazione sulla società contemporanea (il «Great Report» evocato da Maggitti già nel titolo), investiga su eventi disparati, dalla scomparsa di un paracadutista al guasto di una piattaforma petrolifera, a una nostra tragedia fitta di ombre, le violenze della polizia al G8 di Genova; eventi che però rimangono irrimediabilmente opachi e angosciosi, sfuggenti non solo alla detection ma pure all’immaginazione. Gli enigmi della realtà frustrano le logiche canoniche, sia giornalistiche che letterarie: se il Great Report resta impossibile, l’opera scansa la costrizione dell’intreccio in favore di un tessuto digressivo di impressioni e riflessioni, vistosamente ispirato, come Maggitti osserva, all’antiromanzo per definizione, il Tristram Shandy sterniano non a caso da McCarthy amatissimo.

L’ultimo capitolo, infine, si concentra su un testo anch’esso irregolare, Compulsion di Meyer Levin, riproposto da Adelphi nel 2017, dichiaratamente basato (malgrado il velo dei nomi fittizi) su un omicidio avvenuto nel 1924, uscito nel 1956, e trasposto per lo schermo nel 1959 da Richard Fleischer (mentre alla vicenda aveva già attinto nel ’48 un film più noto, Rope, ovvero Nodo alla gola di Alfred Hitchcock). Fluttuante tra documentazione scrupolosa e scorribande dell’immaginazione, Compulsion merita appieno il titolo ormai abusato a volontà di non fiction novel; precorre il non fiction novel per eccellenza di dieci anni successivo, A sangue freddo di Capote, senza peraltro assomigliargli affatto. Non tanto perché racconta un crimine di tutt’altro tipo, il delitto gratuito, ancora più destabilizzante di quelli narrati da Dostoevskij o Gide, commesso da due brillanti studenti di buona famiglia allo scopo di affermare, nel segno di Nietzsche, la propria superiorità sulle leggi morali; ma soprattutto perché incrocia in modo ben più intimo e scoperto il piano autobiografico. Reporter esordiente al tempo della storia, coetaneo e conoscente degli assassini, Levin mette in scena anche se stesso; e se riconduce l’omicidio a specifici disagi dei colpevoli (l’omosessualità non accettata, la ribellione alle aspettative familiari), vi scorge pure l’esito di uno smarrimento dilagante connesso alle tensioni dell’entre-deux-guerres e alle crepe dell’American Dream, e tradottosi in una tentazione del male da cui lui stesso non era stato immune.

Se stavolta, secondo il paradigma più classico, l’inchiesta giornalistica esposta evolve davvero vittoriosamente in inchiesta poliziesca, non sa però perlustrare a fondo le radici oscure della violenza; e da parte sua la narrazione – oscillante tra piani temporali differenti, e in bilico tra ricostruzione e reinvenzione – non ne offre un’interpretazione inequivocabile. Compulsion dimostra quante sorprese può ancora riservare il terreno, già arato, rivoltato e calpestato a dismisura, della non fiction; così come il libro di Maggitti dimostra quanto fertile possa essere, se svolto con vero acume e rigore, il discorso in proposito.

Vincenzo Maggitti

The Great Report. Incursioni tra giornalismo e letteratura

Mimesis, 2018, pp. 125 pp., € 12

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