Bartolazzi, sguardi imperturbabili sull’insensatezza del mondo

Franca Rovigatti

Fin dal titolo, La donna che pensava di essere triste (L.d.c.p.d.e.t.) affaccia questioni e dubbi: era triste, questa donna, o solo pensava di esserlo? E le due condizioni, essere e pensare di essere, possono coincidere?

Diciamo subito che a queste domande il libro non risponde, ogni lettore può uscirne con la propria opinione. Del resto, grazie a dio, questo libro non dà risposte, anzi, frequenta regioni assai nebulose, di confine – anche se il confine non è mai chiaramente disegnato.

A primo sguardo L.d.c.p.d.e.t. sembra un romanzo corale, trabocca di strani personaggi che interagiscono fittamente con la protagonista. Un sarto che non le cucirà mai la coperta di tristezza che la donna desidera, occupato com’è dal suo progetto di museo. Il saggissimo gatto, con una debolezza per l’erre moscia e le sardine – propensione che condivide con il direttore del supermercato dei sogni. Le commesse di quel supermercato con testa di leone, di cocker, di giraffa, di coniglio. Il gentile magazziniere, che si dilegua sfumando nell’aria. Il fattorino delle consegne, galoppante su zampe di ragno. Il signore con i baffi, che conta sul pallottoliere i sorrisi che fa e quelli che riceve. Il postino dei gomiti, ”ciuffo di capelli rossi (…) e manine piccole, simili a quelle di un criceto” (p.72). E soprattutto il monumento di bronzo nella piazza, con cui, già a inizio narrazione (p.27), la donna ha un interessante scambio (“Il monumento disse con dolcezza – Io sono immenso. / - Sei immenso perché ti ho fatto io così – rispose lei”). Lo ha fatto lei?! stupisce il lettore: allora forse il monumento, pur essendo di solido e sonante bronzo, è fantasia, visione, immaginazione. Delirio. Ma allora forse non sono veri neanche tutti gli altri comprimari, compreso il gatto…

Sono esplicitamente non reali, anche se tali appaiono, le “altre se stessa” della protagonista, che entrano ed escono dal testo come fossero a casa loro – tanto che più di una volta la l.d.c.p.d.e.t. si mostra infastidita o imbarazzata dal loro comportamento. Quella col cappotto rosso – una ragazza piena di energia, spesso incrociata alla fermata del tram – per distrazione si lima le “dita delle mani fino ai polsi” (p. 25), e si è fatta tatuare in testa un roseto. La se stessa del labirinto, con “la statura di un mandarino”, tanto minuscola da stare in un terrario, “talmente piccola da poter scivolare da una tasca, o dalla testa – che a volte sono la stessa cosa” è sempre scontenta, protesta di essere “finita in trappola” (p. 24), di essere stata abbandonata su una ruota. Infine, la se stessa che conta i sassolini: rimasta in campagna, operosa, amante dell’ordine e dei guinzagli, secondo l.d.c.p.d.e.t. è la sua se stessa migliore. Lasciate indietro in spazi-tempi lontani, le altre se stessa sono probabilmente parti della sua “vecchia vita”, che la donna conserva abitualmente su nel soppalco, ma che, nel corso della vicenda narrata, impacchetta strettamente in un sacco blu e lascia al deposito bagagli. All’indiscreto uccello grasso che gliene chiede conto (“Non credi che si senta sola al deposito bagagli?”) l.d.c.p.d.e.t. risponde: “È sempre stata molto autonoma” (p.67).

La casa è dipinta nei tenui colori che favoriscono la tristezza. L’esistenza del triste ufficio è saltuaria: “un giorno vai e c’è: tutto normale. (…) Un altro giorno non trovi nulla.”. E poi la piazza del monumento, il parco dove l.d.c.p.d.e.t. lascia in un cespuglio il suo cuore, il tristissimo treno, “malconcio” e con “le porte cigolanti”, la stazione, pavimentata di losanghe di tristezza… Perché l.d.c.p.d.e.t. a un certo punto decide di partire per andare in campagna a trovare la sua se stessa che conta i sassolini, ma non ci arriva, si ferma prima, quando incrocia la stazione del “Buco nero”: che, finalmente, non sembra un luogo triste, anche se è nero che più nero non si può, ma è confortevole, riposante, addirittura consolante. E ogni cosa che l.d.c.p.d.e.t. pensa stando là dentro magicamente compare. (Non si può non pensare alla relatività generale per cui i buchi neri sono regioni dello spazio-tempo con un campo gravitazionale di tale intensità da far comparire al suo interno l’orizzonte degli eventi).

Ma grande parte della narrazione la prendono i sogni. L.d.c.p.d.e.t. occupa molto del suo tempo a pensarci, deciderne l’acquisto, andare a comperarli nel fornitissimo supermercato, volere cambiarli o tenerli di riserva nella dispensa, qualche volta sognarli. Sui 38 veloci capitoletti del libro, ben 16 sono intitolati ai sogni. Compaiono sghembe zattere, amanti che si lasciano, boschi con mirtilli, fragoline e un uomo vestito di arancio, formiche che passeggiano su francobolli, tavoli galoppanti, bozzoli luminosi, minuscole tigri e poltrone colorate, piccoli mari calmi e marosi in tempesta, una casa sull’isola, la compagna delle elementari tutta blu, la venditrice della sua infanzia, la zia grassa e la zia magra… Lo stesso figlio Michele, il ragazzino col cerchio che abita nel supermercato dei sogni e ne tiene la contabilità, dichiara di essere un suo sogno ricorrente, e un sogno è certamente Viviane, l’altra figlia.

Un universo fantasmagorico, altro che tristezza! A pensarci bene, l.d.c.p.d.e.t. quasi mai sembra essere veramente triste: sembra piuttosto che alla tristezza lei ci tenga molto, sembra che voglia coltivarla in se stessa e nel suo mondo. Questo è detto chiaramente fin dalla prima pagina: “Quando pensava di essere triste la donna si rendeva conto di essere più amabile, dolcemente disponibile verso ciò che la circondava, perciò pensava che la tristezza le facesse bene”. E il libro si conclude con il pomposo elogio pronunciato dal monumento inaugurando il museo della tristezza: “la tristezza ci rende migliori, più calmi e riflessivi, meno propensi ad atti irresponsabili” (p. 144). Per questo, oltre che di sogni, l.d.c.p.d.e.t. si rivela un’attenta collezionista di luoghi e situazioni tristi, a partire dai cerchi e losanghe in cui prende forma la sua tristezza, e poi case tristi, rumori tristi, per arrivare alla precisa enumerazione dei cibi tristi: semolino, orzo con le zucchine, fettina ai ferri, vongole in scatola, formaggio ammuffito, mele avvizzite, ravioli in scatola (p. 38).

La presenza del gatto, il tè con il monumento, e tutto il nonsensico universo de l.d.c.p.d.e.t. fanno pensare alla Alice carrolliana. Ma quello che più convince di questa possibile ‘parentela’ non è tanto l’insensatezza del suo mondo, quanto piuttosto l’atteggiamento della donna, il modo in cui lei si pone di fronte a quanto la circonda: l.d.c.p.d.e.t. non si stupisce veramente mai, il suo sguardo, e dunque la voce che narra, è imperturbabile, di fatto imperturbata. Sembra che per lei sia (quasi) sempre tutto normale, lei continua a essere (quasi) sempre ragionevole, si ricorda di dover comperare il sale grosso, o ritirare in lavanderia le fodere del divano, compera sogni come fossero detersivi, parla con le altre se stessa come fossero amiche in carne e ossa, apprezza la saggezza del gatto, conversa a lungo con il monumento, gli chiede favori. Come Alice, la più ragionevole ragazzina della letteratura nonsense.

L’umorismo è sottile e preciso, nasce proprio dall’incongruenza tra gli accadimenti narrati e l’imperturbabilità della protagonista. Lo stile è quietamente concreto: non serve barocchismo, allegoria, perché la sostanza della narrazione, il contenuto, come si diceva un tempo (personaggi, luoghi, intrecci), è già di per sé una macro-metafora. Il libro è come un grande sogno che a sua volta contiene miriadi di sogni, e in cui tutti i personaggi sono, come nei sogni accade, parti del sé del sognatore (della sognatrice).

(E allora forse tutta quanta la storia potrebbe anche essere letta come una precisa mappatura di una regione psichica pericolante, a rischio crollo, che si tiene insieme grazie a un difficile, mirabile equilibrio tra frammentazione, o schizofrenia – le altre se stessa, e tutti i bislacchi personaggi, sognati o no – e depressione – la fascinazione della tristezza come habitus).

Marita Bartolazzi

La donna che pensava di essere triste

Edizioni Exòrma, € 13,50

Una risposta a “Bartolazzi, sguardi imperturbabili sull’insensatezza del mondo”

  1. Ho letto il libro e ho già fatto i complimenti a marita .credo che ne scriverà degli altri perché ha una brava scrittrice e merita molto di più auguri marita

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