Taubes vs Schmitt, gli estremi che si toccano

Luigi Azzariti-Fumaroli

Jacob Taubes ha ricordato in più occasioni di avere per la prima volta avvertito la necessità di confrontarsi in modo approfondito con l’opera di Carl Schmitt nel 1948, quando, con non poca sorpresa, avendo chiesto al bibliotecario della Università di Gerusalemme una copia della Dottrina della costituzione per meglio intendere la nozione di nomos, si era visto rispondere che Pinchas Rosen, il Ministro della Giustizia del primo governo di Israele, l’aveva preceduto: dovendo lavorare alla carta costituzionale del nuovo Stato, egli aveva ritenuto di dover consultare lo studio del costituzionalista del Reich. «Les extrêmes se touchent» – chiosava con ironia Taubes a lustri di distanza. Di quanto ciò l’avesse colpito scriveva già, però, in una corrispondenza all’amico e compagno di studi Armin Mohler del febbraio 1952. In essa Taubes prendeva le mosse da questo episodio per interrogarsi su come Carl Schmitt avesse potuto aderire al regime nazista. La risposta non voleva limitarsi a una denuncia scandalizzata, e neppure risolversi – come pure l’ultimo Taubes, secondando senza più riserve i propri umori personali, non mancò di sostenere poche settimane prima di morire – nell’affermazione che tanto in Hitler quanto in Schmitt albergasse un velenoso ressentiment antisemita di stampo cattolico. Lo avrebbe del resto confermato la ricerca sempre più insistente di un dialogo personale con Schmitt, al quale Taubes fu sospinto fin dalla fine degli anni Sessanta, convinto che il giurista fosse in Germania, dopo Auschwitz, «l’unico con cui valesse la pena di parlare».

Sui contenuti di tale incontro, che si comporrà infine nel settembre 1978 (e al quale ne seguiranno altri due: nel novembre 1978 e nel febbraio 1980), Taubes manterrà sempre un assoluto riserbo. Del suo significato, tuttavia, egli non mancherà di segnalare l’importanza, se è vero che, anni dopo la morte di Schmitt, egli volle rendergli omaggio, riconoscendo, pur nel divergere delle posizioni, una segreta sintonia, derivante dal «parlare allo stesso livello. Non era cosa da poco immergersi alternativamente nella simbolica e nell’analisi più sofisticata, occorreva lanciarsi a rotta di collo per non perdere il filo». A facilitare la ricomposizione di questo colloquio o almeno di alcuni dei suoi elementi costitutivi ha provveduto, con quella proverbiale acribia teutonica che sebbene non di rado circonvoluta e solenne, incute rispetto e ammirazione per il perfetto controllo con cui amministra il proprio campo tematico, un nutrito gruppo di studiosi, fornendo (a integrazione del volume allestito dallo stesso Taubes nel 1987, In divergente accordo, Quodlibet 1996, nel cui titolo di ispirazione eraclitea sarebbe contenuta la più perfetta formulazione – ha sostenuto Mario Tronti nella Politica al tramonto, Einaudi 1998 – del rapporto che lo legava a Schmitt) la silloge completa della corrispondenza fra Taubes e Schmitt, corredata da alcuni ulteriori documenti.

L’edizione italiana, che segue di sei anni quella tedesca, è stata curata da Giovanni Gurisatti con intelligenza e rigore. Nella sua efficace introduzione – dando altresì prova di come l’assidua frequentazione degli autori stranieri, e specialmente di quelli di lingua tedesca, non si accompagni affatto, a dispetto di non pochi esempi contrari, come ha mostrato Alfredo Berardinelli in Casi Critici (Quodlibet 2007), a uno scolorirsi dell’italiano, a un suo sublimarsi privo di radici e di inflessioni come di qualsiasi contaminazione lessicale e variazione sintattica –, egli pone l’accento sulle tensioni che attraversano il carteggio fra «il rabbino tedesco esiliato, disposto a dire, ma non disposto a scrivere» e il giurista del Reich, apologeta della «controrivoluzione»: che trovano il loro punto focale nel problema relativo al significato da conferire alla teologia politica.

Contrariamente a Schmitt, per il quale la teologia andrebbe assorbita interamente nel «politico», il quale costituirebbe perciò il primo e ultimo termine, Taubes rivendica la centralità della teologia per l’ordinamento della società; e ciò perché «dal momento che non c’è teologia che non abbia implicazioni politiche, non c’è neppure teoria politica senza presupposti teologici». Da questo punto di vista non sarebbe sufficiente sostenere, come voluto da Schmitt, una pura subordinazione della teologia alla politica; occorrerebbe piuttosto prendere in considerazione la «pervasività del teologico». Movendo dal «primo ebreo liberale», Spinoza, e dalla sua concezione dello Stato ebraico come emblema di una teocrazia intrinsecamente critica nei confronti di ogni altra forma politica, Taubes, soprattutto nelle lettere degli anni Settanta, afferma sulla scorta delle sue stesse analisi offerte in Escatologia occidentale (Garzanti 1997), che il popolo ebraico elimina in sé qualsiasi sovranità all’interno della comunità. Popolo senza radice, secondo Taubes quello ebraico testimonierebbe, nelle parole di Benjamin (la cui ombra si proietta non a caso a più riprese lungo l’epistolario) che «l’ordine del profano non può essere edificato sull’idea del regno di Dio», sicché «la teocrazia non ha alcun senso politico, ma solo religioso».

Non senza ragione potrebbe quindi sostenersi che, per Taubes, la teologia politica rappresenterebbe da un lato la disattivazione di ogni legge, il «farsi legge della fine della legge» e dall’altro la salda affermazione della «regalità di Dio», di cui la negazione della «stirpe di Abramo» come popolo raccolto sotto l’egida di un riconosciuto ordine politico temporale costituirebbe la massima attestazione. Ha osservato Roberto Esposito in Due. La macchina della teologia politica e il posto del pensiero (Einaudi 2013), sintetizzando la posizione di Taubes: «assorbita nella teologia, la politica può esprimersi soltanto negandosi – sdoppiandosi in un’autorità senza comunità e in una comunità senza autorità». In questo senso il confronto con Schmitt non potrebbe essere più stridente: Schmitt è colui che sottolineò, sul margine della propria copia personale del Monoteismo come problema politico di Erik Peterson (Queriniana 1983) il paragone che questo aveva avanzato fra la sua figura e quella di Eusebio di Cesarea, corifeo di una triade concettuale capace di unire in un sol tutto «Imperium Romanum, pace e monoteismo».

Traspare nondimeno evidente in Taubes il desiderio di un dialogo aperto, che permetta – si legge nella lettera del 2 marzo 1978 – di fissare anche «un frammento, un solo lembo di verità. Poiché se verità e veracità, come dice il Talmud, non sono Dio, sono però il sigillo di quel Dio dinanzi al quale, risorgendo, dovremo apparire nel giorno del Giudizio universale sui morti, sulla morte», in una sorta di ricreazione che pone «le cose nel loro giusto luogo». Ed è in questo auspicio che sembra potersi cogliersi il valore più autentico di questo epistolario, che a tratti sembra assumere l’andamento di un apocalittico Journal à quatre mains, nel quale – a differenza che nei grandi epistolari del Settecento, perfetti «ghirigori su una superficie liscia preesistente» – gli interlocutori sembrano ambire, ciascuno a suo modo, alla creazione, «veramente e malgrado tutto», di un’assoluta apocatastasi (Bobi Bazlen, scheda di lettura di Benoîte e Flora Groult, Journal à quatre mains, in Scritti, Adelphi 1984).

Jacob Taubes-Carl Schmitt

Ai lati opposti delle barricate. Corrispondenza e scritti 1948-1987

a cura di Giovanni Gurisatti

Adelphi, 2018, 362 pp., € 42

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