Matteo Meschiari, poetica dell’esternalità

Giancarlo Alfano

Terre esterne: il suggestivo sintagma che funge da titolo per il nuovo libro di Matteo Meschiari compare una sola volta all’interno del testo, quando, illustrando la contrapposizione tra «linea ligure» e «linea lombarda» nel trattamento dello spazio (a ciascuna dedicata una delle due parti in cui si divide il libro), l’autore afferma che esiste «un altro modo del paesaggio moderno» – altro rispetto al paesaggio-stato d’animo di origine romantica –, un modo che riconosce «l’autonomia silenziosa della materia, la vocazione verso le terre esterne, dove l’uomo e la sua chiacchiera metafisica finalmente, inesorabilmente si dissolvono».

Si tratta, com’è evidente, di un momento fondamentale del libro, in cui l’ipotesi che il paesaggio non sia un «dato [...] bensì un processo» (così Cortellessa in chiusura alla sua introduzione) viene pienamente enunciata. Non certo che altrove non sia più volte chiarita la matrice anarchica e fenomenologica, anti-metafisica (ma anche profondamente irrazionalista) che sorregge l’indagine di Meschiari: si potrebbero al contrario citare decine di passaggi in cui la sua impostazione di base viene affermata in termini franchi e decisi. Ma è in quelle righe, poste a mezzo tra le due parti del libro, che l’autore propone con piena sicurezza la sua poetica dello spazio, la concezione antropologica e psicologica che regge il suo particolarissimo – mi sia consentito l’ossimoro – idealismo materialista.

Si tratta di una vera e propria oltranza del pensiero, che tende infatti a spingere oltre (oltre l’accoppiata antropomorfa visage-paysage) ogni possibile teoria dello spazio. Quella vocazione verso le terre esterne è ribadita del resto in un altro luogo del libro, in cui l’autore recupera le «osservazioni di Merleau-Ponty sul nostro percepire lo spazio esterno come connesso a noi, come prolungamento del nostro corpo», che nasconderebbero «la vera radice biologica di una mitopoiesi sempre vitale» capace di tenere insieme scienza e poesia, mito e approccio razionale.

Probabilmente è qui la ragione più profonda dell’interesse di Meschiari per la letteratura: al di là della sua originaria formazione, al di là della sua indiscutibile competenza critica e addirittura filologica (si vedano le pagine sulle varianti autografe di Biamonti), il pensiero geografico dell’autore trova nel testo letterario il luogo di esercizio di una parola che congiunge insieme un progetto conoscitivo vocato alla trasmissione intersoggettiva e un’insondabile resistenza a ogni possibile comunicazione, una intransitività inaggirabile (ma attrattiva) e un impianto che ambisce a farsi tramite di verità condivisibili tra autore e lettore.

In questo – mi sembra – sta l’esternalità di cui parla Meschiari: non la proiezione identitaria nello spazio esterno (la passione prorompente che si allegorizza in tempesta, come vuole una celebre analogia), ma la condizione attonita di chi riconosce in ciò che è fuori di sé una possibile identità con sé: anzi, una verità su di sé. Non però – è bene ripeterlo – nella forma dell’analogia antropomorfa (o cosmomorfa: è lo stesso) tra piccolo e grande mondo, ma secondo l’avventura fantastica che può vivere chi riconosca nei sedimenti di calcare appenninico la stessa natura minerale delle ossa che compongono il suo scheletro. Un’affinità elementare – di antica origine lucreziana – che può esistere solo come organizzazione artistica di una spinta proiettiva verso l’esterno: organizzazione che è, secondo Meschiari, innanzitutto di carattere verbale.

Certo, l’autore sa bene che le parole sono sempre veicolo di una ideologia, tant’è che le sue bellissime pagine sui ghiacciai servono per mostrare al lettore il progetto ideologico spirituale e nazionalistico di Antonio Stoppani. Ma sa anche bene che la grande letteratura riesce a sospendere (si dice: decostruire) l’apparato ideologico, facendo muovere gli elementi primi della conoscenza immaginativa. Che poi si tratti di una progressione metonimica, come accade col movimento rizomatico dei licheni di Sbarbaro, o di un approfondimento verticale di natura metaforica, come invece succede con la geologia di Gadda, questo non fa che confermare quanto la letteratura sia innanzitutto un’arte visionaria.

Ed è qui la «poetica dello spazio» di Matteo Meschiari: nella proposta di una spinta verso una spazialità de-territorializzata che annulli il mito dell’interiorità (dentro la quale, semmai, si cela la veritas), agghiacciando il soggetto in una estimità (ossia quella interiorità che – secondo il Lacan del VII seminario – si sorprende fuori di sé) che lo mette definitivamente innanzi a sé stesso.

Matteo Meschiari

Nelle terre esterne. Geografie, paesaggi, scritture

prefazione di Andrea Cortellessa

Mucchi, 2018, 268 pp., € 16

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