La realtà straniata di Emanuele Trevi

Angelo Guglielmi

Il mio amico e ammirato Andrea Cortellessa nel recensire Sogni e Favole di Emanuele Trevi, gli riconosce (e anche rimprovera) che è bravo solo (ed è qui il rimprovero) quando si appoggia a personaggi e sponde altrui: qui a Metastasio, in Il Ponte di Legno a Pinocchio, in Qualcosa di scritto a Pasolini e la sua ninfa, in Il libro della gioia perpetua al diario scritto quando la sua ragazza di allora – oggi la scrittrice Chiara Gamberale – era ancora bambina.

Io non so se esistono altri romanzi oltre questi – se esistono io non li ho letti – comunque quelli sopra indicati sono per tutti i più significativi. E questa è stata la fortuna e la bravura-intelligenza di Trevi: quella di evitare l’autofiction (in cui cadono e annegano quasi tutti gli scrittori italiani compresi i più recenti), evitare di acconciarsi intorno alla propria assolutamente ininteressante biografia (perché sono fatti suoi) e preferir di raccontare (meglio di lavorare sul) la biografia degli altri. E non di altri qualunque ma degli altri scrittori che lo hanno preceduto: uomini che hanno lasciato testimonianza della loro difficile vita. Dunque libri carichi di disperazione (o se volete di speranze), di desideri sognati, di traguardi ambiti, di pensieri fatti, di sentimenti patiti. E perché queste testimonianze sono importanti? Perché oggi gli scrittori, anzi i narratori intelligenti (consapevoli del tempo in cui stanno vivendo) sanno che “la realtà non è di questo mondo” (come Cortellessa sottolinea citando la suddetta affermazione di Tommaso Pincio). Il problema è la realtà. E allora se “la realtà non è di questo mondo” dove può il narratore intelligente (per il quale la realtà è alimento indispensabile) trovarne un'immagine (dunque una ipotesi) possibile? Io dico: negli scrittori del passato che, adesso morti, tuttora sopravvivono con i loro libri.

Negli anni sessanta (e Cortellessa lo sa certo meglio di me) il narratore intelligente era stato costretto a mettersi da parte per far largo allo sperimentalismo di ricerca, arrivando a conclamare a gran voce “il romanzo è morto”. Già da tempo le avanguardie storiche ne avevano dimostrato l’inevitabilità – ultima e definitiva prova la pagina bianca di Mallarmé. La realtà (e dunque il linguaggio in cui si esprime) è logora, in tanti secoli (forse millenni) di vita si è consumata, destinata a una perdita di senso inarrestabile. Già affermare questo convincimento risultava un azzardo perdente e di difficilissimo, quasi impossibile, argomentare. Per fortuna ci vennero in aiuto due grandi pensatori del Novecento, Husserl con la sua fenomenologia e, soprattutto, Walter Benjamin con la sua idea di “fine” (e a sostegno le opere di alcuni sommi autori come Viaggio al termine della notte di Céline e l' Ulisse di Joyce). Ci consolammo. Fatto sta che con l’esaurirsi dell'idealismo e del positivismo volgevano al termine della loro avventura tanto il romanzo naturalista, quanto il romanzo neorealista (ormai inerti e privi di energia), e conclusa sembrava (ed effettivamente lo era) la grande stagione del realismo ottocentesco europeo. Dunque il romanzo sembrava essere morto. Sarebbe potuto accadere (del resto la storia è ricca di scomparse di generi un tempo in voga – l’ultimo il melodramma) ma non è accaduto. Le ragioni? La prima, e forse la più attendibile, è che inestirpabile è la tendenza nell’uomo a immaginare e fantasticare, nonché a farne i conti e darne notizia (intanto a se stesso), e lo strumento migliore (e il più pratico) è la comunicazione narrativa (di cui oggi si abusa non poco – non c’è discorso in cui non si infili la parola “narrazione” caricandola di significati ambiziosi, per esempio di essere “spia degli umori del tempo” o “proposta di sintesi inattese”). Comunque a tenerlo in vita, il romanzo, una parte non piccola, l'ha avuta la nascita, alla vigilia della modernità, di due nuovi “generi”: il cinema e la fotografia. E così il romanzo è tornato. Ma continuava la latenza della realtà (“la realtà non è di questo mondo”). E allora? Soluzione: per i più scervellati e ottusi è stata quella di tornare al romanzo realista (dimenticando che ormai non può comunicare che quello che già sappiamo), per gli altri, i più consapevoli, quella di ricorrere all' invenzione della realtà straniata ovvero estranea al proprio stesso riferimento, che consentiva giochi di fuga e di spostamento, permettendo allo scrittore di trascinare la realtà dall’ovvietà al famoso altro (figura non altrimenti definibile). E qui si è avuto qualche, anzi un buon numero, di più o meno ottimi risultati, tuttavia sempre a rischio per via dell’azzardo tattico-strategico cui (obbligatoriamente) si sono esposti.

Poi ci sono due scrittori (e qualche altro, seppure per strade diverse ma di significato simile), Emanuele Trevi e Tommaso Pincio, che appoggiano le loro narrazioni a sponde realmente esistite: Trevi a Metastasio, Pincio a Caravaggio (e il corteo dei suoi narratori celebratori – Roberto Longhi – e più prudenti estimatori Bernard Berenson.) Perché Metastasio e il sonetto Sogni e favole (che è l’inizio del primo verso del sonetto Sogni e favole io fingo)? Glielo ha (a Trevi) indicato Cesare Garboli, una sera che erano seduti al Caffè della pace. E dove è lo scandalo? Intanto ribadiamo che è costume abituale di Trevi (così è stato per i suoi tre precedenti romanzi) appoggiarsi a uno scrittore del recente passato o ancora in attività – Pasolini, Collodi, Chiara Gamberale – e poi quasi sempre all’origine di un libro c’è qualcuno che te lo ha indicato, fatto desiderare o raccontato (le scelte autonome sono ammalate di casualità).

In Trevi si deposita il ricordo di quel sonetto declamato da Garboli e insieme lo stupore della modernità improvvida nascosta in quei versi.

Come!? Metastasio, proprio il poeta del Settecento italiano più finto e trascurato, arrivato dalla plebaglia romana di Campo dei Fiori alla Corte degli Asburgo a Vienna, autore di melodrammi opportunistici in onore degli anniversari dell'Imperatrice e delle sue duchesse (e di atti servili di compiacenza rivolti a tutta l’aristocrazia di Corte) ma che nel contempo scrive quel sonetto in cui, pur con il dolore del sofferente, confessa: Ah che non sol quelle, ch’io canto, o scrivo, / favole son; ma quanto temo, o spero, / tutto è menzogna, e delirando io vivo!. Tutto è menzogna? Ma questa è parola (è scoperta) di Manganelli – scrittore del Novecento italiano che Trevi più ama e legge – che della “menzogna”, due secoli dopo, ha fatto il centro dei suoi pensieri e la materia del suo scrivere.

Grazie a quella parola Manganelli poté scendere nella casa dei morti e scoprire che quei morti erano i vivi (come lui stesso oggi) che abitano (e si incontrano) nelle strade del mondo. Non c’è nulla di “ vero” nella vita di un uomo fino al momento in cui la vita l’abbandona: dunque c'è solo (non c’è che) il “vero” della morte.

E allora perché meravigliarsi che Trevi rimanga incantato alla lettura del sonetto fatta (più giusto dire cantata) da Garboli?

Quanto al rimprovero rivolto a Trevi di imitare nel suo “narrato” lo stile (imperiale, nel senso di autoritario) di Cesare Garboli, mi pare accusa non pertinente. Per Garboli i libri sono pretesti per performance spettacolari, qualche volta o spesso di buona qualità estetica, mai sforzo di riconoscimento (magari sofferto) del meccanismo di senso che il libro nasconde. Lo stesso saggio su Delfini è il tentativo di sostituirsi a lui o comunque al Delfini cui vorrebbe assomigliare. Per il resto gli autori che Garboli legge sono Soldati e la Morante, Penna e la Ginzburg, Tobino e Landofi, di sguincio Moravia, un passaggio su Pasolini e Fortini e mai Gadda, Arbasino, Sanguineti Pagliarani o Zanzotto (e mai Eliot Joyce o Céline) che sono anche il centro del Novecento. Opere e autori che Garboli non capiva e non servivano nemmeno ad accendere l’esercizio della sua alta imperiale retorica. Se volessi essere dispettoso direi che Garboli è il (nostro) Metastasio del Novecento, esule a Vado di Camaiore più che a Vienna.

La scrittura di Trevi è paziente e composta sostenuta da un'ininterrotta felicità e allegria fatta dei tanti libri letti, di ieri e di oggi; di poesia, di narrativa e di saggistica; di scienza e di psicologia, da Freud a Jung; di pensiero critico, da Adorno a Benjamin; di curiosità varie, da Umberto Galimberti, a Reiner Stach, a Cesare Garboli. È la musicalità della felicità che scorre nelle righe di Sogni e favole a incantarmi. La felicità come scelta e intreccio di pensieri, vocabolario, e sintassi.

I personaggi del romanzo di Trevi sono tre: un giovane fotografo italo americano (poi morto suicida) che Trevi conobbe una sera lontana quando, in un cineclub alla fine dell’ultima proiezione di un film di Tarkovskij, a sala ormai del tutto vuota, lo sorprese lì seduto e solo a piangere – era il suo sforzo di dare un volto all’idea di arte; Amelia Rosselli che, amica del padre, raggiunge la loro casa per conoscere il nuovo nato (appunto il neonato Emanuele), lo prende in braccio (ricordo che Emanuele Trevi ha poi appreso da adulto) per carezzarlo, e la madre (erano davanti a una finestra aperta) presa da improvviso raptus glielo strappa con violenza dalle braccia; terzo e ultimo Cesare Garboli per compensarlo (e ringraziarlo) del regalo (ricevuto) del sonetto di Metastasio.

Dovrei ora parlare di Tommaso Pincio, ma sarà per un’altra volta. Certo il rapporto di Malinconico con il realismo estremo e splendente di Caravaggio (Roberto Longhi) e il sospetto che quel luccichio potesse essere (almeno in parte certo piccola) effetto di giochi di artificio (Bernard Berenson) sarà tema di grande piacere da esplorare.

Emanuele Trevi

Sogni e favole

Ponte alle Grazie

pp. 211, 16.00 euro

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