Domande difficili sull’uccisione dei non umani. Con le risposte di Alessandro Dal Lago e di Massimo Filippi e Antonio Volpe

Roberto Terrosi

Genocidi animali è un libro-intervista, leggero nel formato, ma denso di contenuti e di riflessioni critiche. Dal Lago espone una raffica di considerazioni, che partono dal tema dell’animalismo, per spingersi oltre, verso questioni di estrema attualità per quanto riguarda la situazione politica e intellettuale dell’Italia contemporanea. Gli intervistatori sono Massimo Filippi e Antonio Volpe, due redattori della rivista antispecista “Liberazioni”, una rivista che, nata neanche dieci anni fa in un ambito molto di nicchia, ha poi guadagnato sempre maggiore autorevolezza fino a diventare la rivista più importante dell’animalismo antispecista italiano. Non si è trattato solo di un’espansione dei consensi, ma anche di un cammino verso confronti teorici di livello sempre più alto con esponenti di primo piano del pensiero contemporaneo, uno dei quali è appunto il “sociologo” Alessandro Dal Lago (sebbene Filippi e Volpe insistano nel chiamarlo filosofo, etichetta che però Dal Lago non usa).

L’impressione che si ha dalla lettura di questa intervista è quella di un pensatore militante, che richiama anche gli altri pensatori italiani alla militanza, in primo luogo quelli dell’Italian theory, sollevando così un primo interrogativo sul perché di tanto silenzio. Ai giudizi sferzanti di Dal Lago non sfuggono neanche le generazioni degli intellettuali più giovani che si vedono in TV e, tra loro, neppure quelli che si dichiarano antispecisti. Infine, ce n’è anche per la cosiddetta scuola “neo-realista” che invece è dominante nelle aule universitarie. Dunque, Dal Lago propone critiche a tutto campo, non senza ragione e già questo da solo sarebbe un buon motivo per leggere il libro.

Veniamo alla questione animalista. In questo caso, Dal Lago spiega le ragioni del suo personale avvicinamento a questo ambito e della sua decisione di smettere di mangiare carne. Serve a suo avviso una presa di coscienza che si attua risalendo dal consumo alla macellazione. A questa via può anche essere associata una decostruzione foucaultiana dell’umano, sulla quale però non ripone molte speranze. Il massacro animale è come la guerra e non sparirà facilmente dalla storia. Da questo punto di vista allora si tratta di sostituire al meccanismo della persona o all’invocazione dell’umanità come ideale universale (che non di rado è mistificante, come già aveva intuito Proudhon, e dopo di lui Schmitt), un principio kantiano di ciò che lui definisce “antropità”, inteso però come un principio dell’abitare la Terra condiviso con altri esseri, laddove tale co-abitazione, porta a rivalutare “l’animale che è in noi”, per pensarsi dunque come animali tra gli animali. Questa natura comune si oppone così ai ruoli fissi che vorrebbero inchiodare gli animali come i migranti al loro “posto” o luogo di origine. Questo è infatti quanto sarebbe voluto da un certo ritorno al nazionalismo di carattere fascisteggiante, che si regge su basi antropocentriche ed etnocentriche. In questo senso l’antispecismo che ha in mente Dal Lago è un approccio di sinistra, che ha poco o nulla a che spartire con atteggiamenti da madame di esponenti politici come l’onorevole Brambilla. Anche la sinistra, però, rischia di non comprendere bene queste istanze se si limita a restare attaccata a Marx o ad atteggiamenti ecologisti di maniera. In questo senso Dal Lago rivolge le sue critiche anche a noti artisti di sinistra come Joseph Beuys. Tuttavia, più che affermare una propria formula filosofica sulla questione dell’animalismo, Dal Lago sembra manifestare una più generale insoddisfazione, non solo verso la filosofia politica italiana, ma anche verso la riflessione filosofica sulla questione stessa dell’animalismo, che gli appare non sufficientemente approfondita.

Qui abbiamo accennato solo ad alcune delle tante stimolanti riflessioni critiche che riempiono le pagine di questo piccolo ma denso libro, che potrà risultare anche un po’ pungente per qualche lettore, cosa che però è da considerare un merito più che un difetto.

Infatti, si possono avere valutazioni diverse su alcuni degli autori citati da Dal Lago e poi, anche su uno dei più importanti artisti delle neoavanguardie, come nel caso di Beuys, la critica, pur nella divergenza di opinioni, è apprezzabile. Per parte mia c’è solo una questione su cui sento il dovere di esprimere un dissenso e che non è possibile evitare, dal momento che riguarda proprio il tema espresso dal titolo. Infatti, quando lo lessi, pensai a una di quelle esagerazioni retoriche usate per far presa sul pubblico, ma da prendersi in modo del tutto metaforico. Aprendo le pagine del libro però mi sono accorto che non è così, né per l’intervistatore, né tanto meno per l’intervistato. Infatti, l’intervistatore afferma che tale paragone è da molti ritenuto scandaloso, ma non da Derrida che invita a non tralasciarlo frettolosamente. Rincara la dose Dal Lago che dice: “Quanto allo scandalo dell’equiparazione tra genocidi umani e genocidi animali, non vedo proprio dove stia il problema. […] La questione del genocidio animale è stata sollevata anni fa da un bel libro di Coetzee, La vita degli animali, in cui un’anziana scrittrice, Elizabeth Costello, tiene in un college americano una conferenza sullo sterminio degli animali, paragonandolo alla Shoah, e suscitando un grande imbarazzo nell’uditorio, le proteste della comunità ebraica e così via. In senso stretto, i miliardi di animali uccisi ogni anno rappresentano lo sterminio di un genere di viventi, cioè un genocidio”. Forse, però, la comunità ebraica non avrebbe tutti i torti nel protestare e vorrei spiegarne brevemente le ragioni. Sostenere ad esempio che la derattizzazione è come la Shoa, perché comporta lo sterminio di migliaia di topi, significa che, data tale equivalenza, qualcuno potrebbe a rigor di logica affermare che la Shoa è stata come una derattizzazione. Ma queste sono le parole che si addicono a un nazista irredimibile. Allo stesso modo si potrebbe, sempre secondo lo stesso principio, affermare che una disinfestazione, con l’uccisione di centinaia di scarafaggi, sia paragonabile a una strage di immigrati africani, e dunque che una strage di immigrati africani sia come un’azione di disinfestazione dagli scarafaggi. In un dialogo immaginario tra me e Priebke, io potrei dirgli “Sei uno sporco assassino perché hai ucciso 335 persone alle Fosse Ardeatine”, e lui potrebbe rispondermi: “Senti chi parla, come ti permetti di dirmi una cosa del genere con tutte le zanzare che hai ucciso!”, come se uccidere cittadini italiani, ebrei, o africani da una parte e zanzare e scarafaggi dall’altra fosse la stessa cosa. Ebbene, se prendiamo veramente sul serio l’affermazione secondo cui l’uccisione di animali a scopo igienico o alimentare è come il genocidio degli ebrei nella Shoà, dovremmo concluderne necessariamente che tutte queste equivalenze hanno senso e sono legittime. Allora, a costo di sentirmi dire qualsiasi epiteto e di passare per un ottuso specista antropocentrico, non posso fare a meno di dire che ciò per me è del tutto inaccettabile. La Shoà non può essere messa sullo stesso piano di nessun sgozzamento di galline, eliminazione di pulci ecc. Attenzione, nessuno vuole insinuare che Dal Lago sia un negazionista o una persona che ha scarsa considerazione per la vita degli ebrei. Noi crediamo pienamente alla sua buona intenzione di voler sollevare lo sdegno, ad esempio, per la strage di agnelli, fatta in occasione della celebrazione della Pasqua e fatti del genere, ed è per questo che all’inizio, prendendo questa espressione come un semplice slogan dalla sola valenza retorica, avevo deciso di soprassedere. La mia preoccupazione è che anche la sola possibilità teorica di queste equiparazioni, non solo crei un grande oltraggio alla comunità ebraica, per tutto quello che ha patito, ma potrebbe rivelarsi addirittura controproducente per l’attività di un intellettuale militante come Dal Lago, e rischiare di offuscare gli sforzi fatti con libri giustamente famosi, come Non persone o La formazione della devianza.

Tale questione poi non è affatto nuova. Charles Patterson ha scritto un saggio in cui riporta l’opinione di Edgar Kupfer-Koberwitz, un sopravvissuto della Shoà, a sostegno di tale posizione, che però non fa esattamente questo paragone e riporta addirittura una presunta frase di Adorno (“Auschwitz inizia ogni volta che qualcuno guarda a un mattatoio e pensa: sono soltanto animali”), che però per inciso Adorno non ha mai detto. Tuttavia, questo è bastato a far circolare una fake news che ancora oggi rimbalza tra i vari nodi della rete. La frase effettivamente detta da Adorno («L’affermazione ricorrente che i selvaggi, i negri, i giapponesi, somigliano ad animali, o a scimmie, contiene già la chiave del pogrom» in Minima Moralia) si presta invece a interpretazioni che sono dello stesso tenore di quelle da me esposte poco sopra. Il problema poi di differenziare varie forme di vita per complessità e intelligenza costò già caro allo stesso Peter Singer, e cioè al primo filosofo sostenitore dell’estensione di diritti fondamentali agli animali, perché aveva osato considerare come caso speciale quello delle scimmie antropomorfe più vicine per caratteristiche all’uomo. Questo in teoria potrebbe essere infatti visto come un cedimento allo specismo condizionato che proprio Massimo Filippi ha attaccato con insolita radicalità dichiarandolo confutato sia sul piano speculativo che empirico. Questo però è quello che dice lui. A un filosofo che non sia antispecista per principio una tale confutazione invece non sembra altrettanto evidente. Più o meno sulla stessa linea il manifesto antispecista (curato da Fragano) sostiene che si debba attribuire diritti a tutti gli animali capaci di provare dolore, e quindi anche ai lombrichi e alle mosche, dal momento che chiunque disponga di un sistema nervoso, per prima cosa percepisce il dolore. Tuttavia, un messaggio di errore analogo a quello costituito dal dolore negli animali potrebbe essere anche costruito nelle macchine. E a quel punto allora la vita di un uomo varrà quanto quella di una macchina? Evidentemente allora, senza voler sottovalutare il problema delle tante sofferenze che la crudeltà umana arreca agli animali, la questione di una modulazione dei livelli di intelligenza anche emotiva e la loro relazione con l’etica e la disciplina giuridica è tutt’altro che semplice e non può certo dirsi risolta, ma il problema è capire se esista veramente un desiderio di confrontarsi con chi non è per principio antispecista o se prevalga invece la tentazione dogmatica che porta dichiarare come nemici tutti coloro che tale dogma non lo condividono.

Alessandro Dal Lago, Massimo Filippi, Antonio Volpe

Genocidi animali

Mimesis 2018


La correttezza del metodo

Alessandro Dal Lago

Che un’intervista sull’uccisione degli animali nella zootecnia (e questioni collegate) meriti una lunga recensione è senz’altro un fatto degno di nota, perché sottolinea l’importanza della questione animalista nel dibattito filosofico contemporanea. Altrettanto degno di nota, ma meno encomiabile, è che il recensore confuti affermazioni e punti di vista estranei al libretto. In poche parole, Terrosi estrapola da Genocidi animali un paio di frasi da cui risulterebbe che per me l’uccisione degli animali e la Shoah sarebbero la stessa cosa. Inevitabile, pertanto, il rischio di “oltraggiare” la comunità ebraica. Terrosi precisa che non mi considera un negazionista, bontà sua, ma mi avverte che questi discorsi rischiano di offuscare l’impatto di alcuni miei libri “giustamente famosi” come Non-persone e La formazione della devianza (a dire il vero, quest’ultimo non deve essere troppo famoso, visto che titolo esatto è La produzione della devianza)

Ora, il fatto è che io non parlo di Shoah, ma cito un racconto di Coetzee, La vita degli animali, in cui un’anziana scrittrice, Elizabeth Costello, tiene in un college americano una conferenza sullo sterminio quotidiano degli animali, paragonandolo alla Shoah e suscitando le proteste della comunità ebraica, l’imbarazzo delle autorità accademiche e così via. Il senso del testo di Coetzee è abbastanza evidente: accendere, ricorrendo a un’”analogia oscena” (come è stata definita da un commentatore del racconto), l’interesse per uno sterminio tanto diffuso, quanto rimosso da gran parte dell’umanità. A me la lettura di Coetzee ha fatto una grande impressione – soprattutto per la capacità di evocare l’eliminazione silenziosa e non tematizzata di un numero incalcolabile di esseri viventi. L’invisibilità delle vittime è uno dei temi principali della mia ricerca e proprio per questo motivo ho citato La vita degli animali.

Paragonare lo sterminio degli animali ai genocidi, soprattutto novecenteschi (ebrei, armeni, cambogiani, ma anche, per quanto riguarda il nazismo, rom, omossessuali ecc.) a me sembra del tutto legittimo, soprattutto se, come nel mio caso, si è interessati all’analisi delle tecnologie di uccisione e delle procedure di rimozione. Ma dedurre da questa semplice affermazione che, per me, un ebreo, un armeno o un rom è un animale è un puro e semplice fraintendimento, se non grave una scorrettezza. Come è noto, l’elettroshock fu inventato dallo psichiatra Ugo Cerletti dopo alcuni esperimenti sullo stordimento dei maiali in un mattatoio. Ma se si ricorda questo fatto non significa che si mettano sullo stesso piano pazienti psichiatrici e maiali.

Un’impressione di scorrettezza rafforzata dal carattere divagatorio e ammiccante della recensione di Terrosi, in cui compaiono riferimenti del tutto arbitrari a pratiche come l’uccisione degli agnelli pasquali o ai fraintendimenti del pensiero di Adorno, di cui nell’intervista non ci sono tracce dirette o indirette. Un lettore della recensione che non abbia conoscenza diretta di Genocidi animali può anche pensare che io abbia oltraggiato davvero le vittime della Shoah. E così, mentre con una mano Terrosi mi assolve dall’accusa di negazionismo, dall’altra me la rinfaccia,. Il lettore giudichi da sé la correttezza del metodo.

La malvagità del banale

Massimo Filippi e Antonio Volpe

Ringraziamo Roberto Terrosi per la lunga recensione al libro-intervista Genocidi animali. Il titolo di questa recensione sottolinea le «domande difficili» che il recensore avrebbe posto in primis ad Alessandro Dal Lago e, di conseguenza, a chi lo ha intervistato. Immaginiamo che in questo caso il termine «difficili» non indichi tanto la complessità delle questioni sollevate quanto da un lato la difficoltà a formulare critiche degne di questo nome e dall’altro la difficoltà – intesa come imbarazzo – che si prova nel leggere la recensione e nel provare a rispondervi. Ma andiamo con ordine e proviamo ad elencare queste difficoltà in ordine di apparizione:

1. Antonio Volpe non è un redattore di Liberazioni.

2. Ci pare di capire che il titolo del libro avrebbe potuto “funzionare” se fosse stato il risultato di «esagerazioni retoriche usate per far presa sul pubblico». Titolo che invece viene biasimato, con tono saccente e vagamente sacerdotale, per il solo fatto che, ben più sommessamente, si limita ad affermare che gli umani, che ci piaccia o meno, sono animali e che «lo sterminio di un genere di viventi» è, «in senso stretto», «un genocidio». Come a dire che andrebbe bene utilizzare strumentalmente una serie di metafore odiose per vendere qualche copia in più del libro, mentre provare a portare alla luce, con pazienza e pacatezza, la quantità di massacri invisibili che corrono sotto la patina democratica della nostra società rappresenterebbe, al contrario, un’operazione esecrabile.

3. Come già sottolineato da Dal Lago, nel libro non si compie nessuna equiparazione becera tra genocidi umani e genocidi animali, ma si cerca di non «tralasciare frettolosamente» somiglianze e differenze tra fenomeni che sono diversi per molti aspetti, come ha già avuto modo di argomentare Massimo Filippi nella prefazione alla seconda edizione italiana del saggio di Patterson – prefazione che invitiamo chiunque a leggere e in cui, fin dall’esergo, si indica l’inesistenza della citazione attribuita ad Adorno. Ma il recensore si dia pace e si rassicuri, l’intento del nostro libro è molto differente ed è così riassumibile: nel corso della storia diversi gruppi umani sono stati equiparati dai loro persecutori ad animali; pertanto, “elevare” lo stato morale e politico degli animali ci pare la condizione necessaria ad evitare che tali operazioni di animalizzazione simbolica aprano alla sterminabilità materiale di quegli stessi gruppi.

4. La recensione opera poi, estrapolando qualche frase, una serie di cortocircuiti per cui si fa dire a noi ciò che dice Derrida o Adorno o Coetzee. Ci si mette in buona compagnia, quindi, e di questo ringraziamo. Ma qui la difficoltà è di altra natura: come interpretare una recensione che, facendo ricorso a tanto scarso rigore metodologico, arriva a sostenere che il nostro libro sarebbe offensivo per le comunità oppresse?

5. A dir poco scorretta è l’allusione secondo cui per noi Shoah e derattizzazioni o sterminio di migranti e disinfestazioni di scarafaggi siano la stessa cosa (per tralasciare l’allucinato e farneticante dialogo con Priebke). E non solo scorretta, almeno per chi conosce la nostra storia teorica e la nostra militanza politica, ma anche palesemente sbagliata. Non tanto perché non c’è traccia di questi paragoni in Genocidi animali, ma soprattutto perché Terrosi fa un uso quantomeno bizzarro del sillogismo. Dire che A viene ucciso industrialmente e che anche B lo è (o lo è stato) non porta alla conclusione: allora A è uguale a B, ma alla conclusione che sia A che B sono vittime di analoghe pratiche di smembramento dei corpi, vittime che dovrebbero avere tutta la nostra solidarietà e a difesa delle quali dovremmo schierarci senza indugi. Non si comprende, inoltre, perché sostenere le ragioni di un gruppo significhi immediatamente screditare quelle di un altro. Se è così che ad oggi si dà il ragionamento nell’impresa filosofica, capiamo perché Dal Lago non ami definirsi filosofo!

6. Difficile comprendere perché sia possibile affermare che un gruppo di umani possa venire trattato come animali, ma non che gli animali stiano subendo un massacro industrializzato e istituzionalizzato simile sotto questo aspetto a quello subito da troppi gruppi di umani. In effetti, ci risulta che il termine “Olocausto” indicasse in origine “il sacrificio rituale di vittime animali bruciate dopo l’immolazione” (Treccani dixit). Pertanto, è difficile spiegarsi perché Terrosi non si sia mai scagliato con pari veemenza contro l’utilizzo pervasivo di questo termine, che ci sembra avere la potenzialità di instaurare quell’appiattimento astorico e deprecabile che noi, come lui, rigettiamo con forza.

7. Dal Lago non ha mai scritto un libro dal titolo La formazione della devianza ma, si sa, di questi tempi l’esercizio della precisione intellettuale è un privilegio da combattere. Sarebbe bastato leggere il nostro libro fino a p. 56 e per scoprire il titolo corretto del saggio citato con tanta nonchalance.

8. Ancora: non capiamo perché sarebbe un problema attaccare «con […] radicalità» «lo specismo condizionato». Ci pare invece che possa costituire un problema “confutare” le tesi di Massimo Filippi con la battuta «questo però è quello che dice lui». Da un filosofo ci si aspetterebbe uno sforzo teorico appena un poco meno inadeguato.

9. Dare a intendere che «il dolore animale» sia «un messaggio di errore» simile a quello di una qualche macchina fantascientifica per poi affermare che allora noi in qualche modo equipareremmo gli umani alle macchine è, nella migliore delle ipotesi, un’inferenza priva di senso.

10. La recensione termina sostenendo che saremmo pervasi dalla «tentazione dogmatica che porta dichiarare come nemici tutti coloro che tale dogma non lo condividono» (gli errori grammaticali non sono nostri e chissà che non tradiscano un’aggressività che, non contenibile, tracima nel significante). Difficile infine pensare che la «tentazione dogmatica» sia da attribuire a chi denuncia un comportamento, questo sì dogmatico, di gran parte dei nostri consimili che dismettono la sofferenza animale con le stesse modalità perentorie e poco argomentate di Terrosi.

Per concludere, rifacendoci proprio ad Adorno, questa recensione ci pare un esempio, certamente inconsapevole ma non per questo meno gravido di sofferenze, della «malvagità del banale».

3 risposte a “Domande difficili sull’uccisione dei non umani. Con le risposte di Alessandro Dal Lago e di Massimo Filippi e Antonio Volpe”

  1. Il legame che il libro evidenzia fra genocidi degli animali umani e genocidi degli animali non umani non è fondato su presupposti essenzialisti ma al contrario riguarda le pratiche: non è dunque un’analogia fra essenze date (di uomini ebrei o di animali) ma una correlazione fra pratiche di dominio e sterminio che, semmai, funzionano “essenzializzando” e così rendendo possibile un’analoga degradazione di umani e non umani. In base al pregiudizio specista (perlopiù misconosciuto nelle relazioni simboliche e materiali contemporanee) ciò spesso avviene animalizzando gli umani, perché questo consente di degradarli e annientarli a partire dalla loro presunta inferiorità (esibita come biologica ma impiegata come sociale) nella scala dell’Essere.
    Pertanto ritengo fallace elaborare una critica su presupposti che il libro al contrario smantella dall’inizio alla fine.

  2. Il punto è che Adorno non conosceva (al suo tempo ) dello sterminio animale odierno! non confondiamo le idee del grandissimo filosofo con questioni del presente, non usiamolo in contesti storici che non sono i suoi. Non si tratta di paragonare la shoah con la derattizzazione, ma di considerare un’altra strada alla convivenza con altri inquilini del pianeta terra.

  3. “Tuttavia, un messaggio di errore analogo a quello costituito dal dolore negli animali potrebbe essere anche costruito nelle macchine.” Invero trovo sorprendente questa affermazione che credevo superata con le tesi di Descartes. E’ chiaro che se si parte da un presupposto come questo risulta difficile invocare il desiderio di confronto. Francamente io ho perduto per strada molta disposizione teorica all’antispecismo. Mi dispiace ma non potro’ mai discutere con chi accetta che una scrofa venga tenuta tutta la (breve) vita dentro una gabbia grande quanto lei per poi farsi un panino con la mortadella. Accompagnando tutto questo con la scusa che il suo sentire possa essere trasformato in un pattern di bit da inserire in una macchina. Questo articolo mi ha profondamente offeso

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