Tommaso Pincio, vivere nello specchio di Caravaggio

Raffaella D’Elia

Dopo Pulp Roma (uscito nel 2012 nelle Silerchie del Saggiatore) e Scrissi d’arte (uscito nel 2015 nella collana fuoriformato delL’Orma editore), Tommaso Pincio esce ancora di più allo scoperto. Nelle biografie dello scrittore romano non si faceva menzione, fino a qualche tempo fa, della sua vita da pittore, o comunque nel mondo dell’arte. O se compariva, anche fuor di biografia, risultava sempre una vita altra, al di là del suo essere scrittore. Qualcosa venuto semplicemente prima. L’identità con cui deve essere venuto a patti il suo spirito, al netto delle ambizioni e dello scoglio delle disillusioni, ha sempre lasciato su carta un superamento. L’abbandono di un’identità per l’approdo verso un’altra: una scelta, riconosciuta e in grado di riconoscere chi la rivendica. In questi ultimi anni, invece, quel superamento sta cominciando a concedere spazi alla precedente esistenza di Pincio.

Il dono di saper vivere racchiude tante cose. Nasce come romanzo, perlomeno nei presupposti iniziali, dove si incontra un «falso specchio» dell’autore, soprannominato «il Melanconia» e racchiuso in una cella, per scivolare nel diario, finanche nel saggio con toni personali, in cui a emergere è la voce dello stesso Pincio. Il nucleo attorno al quale si raccolgono le parole è Caravaggio, individuato come il pittore della modernità, uomo mancante di diversi talenti, tra cui appunto «quello di sapere vivere». Questa considerazione di uno studioso d’arte come Bernard Berenson è uno dei cortocircuiti utilizzati da Pincio per compiere un’indagine sul senso della familiarità di ognuno con i propri fallimenti. Ma è anche un continuo puntellare e richiamare chi legge al significato del talento, a cosa sia, a come sia facile addomesticarlo e quindi disperderlo in mancanza di una solidità che, lontana dalle anarchie dei vent’anni, può stroncare qualsiasi futuro.

Passate le pagine iniziali, nelle quali si soprannominava Caravaggio «il Gran Balordo», la pagina si rapprende, ricalca un procedere in cui ogni parola scolpisce l’avvenuta presa di coscienza verso la saggezza. Forse non è un caso che ciò avvenga nei momenti in cui a dialogare siano uno scrittore e un pittore: «Da un certo momento in poi, quando […] ho cominciato a vedere i miei simili come in un’allucinazione, avvolti dal filo spinato della loro esistenza […]. Indossano quel filo come fosse un vestito e fanno bene. È ciò che sono diventate, gli calza a pennello perché fatto su misura per loro… Alcuni se lo sono in parte scelto, il vestito; partecipando alla sua confezione. Altri invece, e sono la maggioranza, non hanno potuto metterci becco, un giorno se lo sono trovato addosso bell’e fatto, si sono guardati allo specchio e non gli è restato che dire, Toh, la mia vita».

Ovviamente, nel caleidoscopio che ne viene fuori, una immagine precede e supera le altre: quella di Caravaggio, soprattutto quello dell’anno 1951, l’anno dell’«impazzimento» culturale per il pittore, che Pincio ricostruisce a partire dal ritratto impresso sulle banconote del secolo scorso, realizzato a memoria da Ottavio Leoni e rimasto dimenticata per secoli fino a quando Roberto Longhi, appunto nel ’51, pubblicò l’album che lo comprendeva. Leoni, ricorda Pincio, traccia una linea netta tra il ritratto e il mito, anzi, il ritratto «assomiglia solo a sé», suggerisce Pincio, e l’uomo raffigurato allontana, in questo caso, l’appendice del mito-Caravaggio, che suggerisce e distoglie, accerchia e vanifica. Forse quanto più al cospetto di un’immagine così irraggiungibile, al cospetto insomma di un’artista di questa caratura (perché il primo aggettivo a venirmi in mente è stato però «mortale»?), gli interrogativi sul destino e sulla strada che a un certo punto ci si ritrova a percorrere, o si sceglie con consapevolezza, hanno per lo stato naturale delle cose il tono minore di vite «minori».

Eppure sono le pagine più belle, più significative, quelle dedicate agli anni trascorsi dal «Melanconia» dentro una galleria d’arte romana, quella di Gian Enzo Sperone: un’intera giovinezza trascorsa in quella via di Pallacorda così legata alla biografia-mito di Caravaggio. Così come le pagine dedicate alle ore trascorse alla galleria Borghese, nella più completa solitudine, ad allenare il talento e la resistenza al nulla: «So bene che la fedeltà parziale è propria di ogni ritratto, che un pittore dipinge sempre sé stesso, ma in ogni vero ritratto il tradimento è comunque frutto di un corpo a corpo. Un individuo immobile in posa, un altro che lo scruta, il silenzio che pesa nell’aria. Le premesse ideali per un duello, impedito soltanto dal rettangolo in cui prende forma il ritratto».

L’autore ad un certo punto tra l’altro richiama quasi il rigore dell’etologia, allontanando qualsiasi pretesa di sovrastruttura, di inutile e perniciosa impalcatura mitica a sostenere il nostro tempo: «Tendo a considerare la limitatezza dei sensi un difetto acquisito al quale ho posto pateticamente rimedio cominciando a interpretare il mondo anziché percepirlo. Presi da una inconsapevole nostalgia per quando eravamo bestie, ci aggiriamo nelle nostre vite annusando ciò che incrociamo e siccome non sentiamo niente e non tolleriamo che le cose non ci parlino, come sembrano invece fare con gli animali, ci illudiamo che con noi si esprimano in maniera diversa, con il linguaggio dei segni appunto, come un sordomuto qualsiasi, e illudendoci, spesso combiniamo più disastri di quelli cui andremmo incontro se ci affidassimo al semplice buon senso».

Ma il buon senso è sempre qualcosa di difficile da stabilire, e la resa sulla pagina del rapporto conflittuale tra Berenson e Longhi può suggerire molto, in proposito. Così come le pagine che indagano la Vocazione di San Matteo; così come, ancora, le false notizie puntualmente circolate sulla morte del pittore, la cui chiacchierabilità in vita ha subito in morte lo scotto di una fine romanzesca, appunto, schiacciando la realtà e spalmandola in rivoli cospicui di invenzione e leggenda. Ma si sa, la vita è un gioco di specchi; e le parole dei diari di Andy Warhol, che fanno da esergo ai capitoli della seconda parte del libro, ce lo ricordano, impietosamente: «The mirrors are what made the party seem so full».

Tommaso Pincio

Il dono di saper vivere

Einaudi Stile Libero, 2018, 193 pp., € 17,50

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