Il ritorno dell’uomo nero: Halloween

Valerio De Simone

Il 1978 segna l’inizio di un radicale cambiamento per il genere horror: esce nelle sale Halloween - La notte delle streghe di John Carpenter. Il film, risultato di una piccola produzione indipendente, ottiene incassi milionari tali da inaugurare un franchise di seguiti e reboot. Ma l’impatto di Halloween sulla storia del cinema non si riduce esclusivamente a un caso di successo commerciale. Come ha sostenuto Carol J. Clover nell’ormai classico Men, Women and Chainsaw (Princeton University Press, 1992) il film risulta essere tra i primi, dopo Texas Chainsaw Massacre (Tobe Hooper, Non aprite quella porta, 1974) e Black Christmas (Bob Clark, Black Christmas – Un natale rosso sangue, 1974) a inaugurare il processo di canonizzazione del sottogenere slasher. Così suo malgrado il film divenne il modello, come ha ricordato Victor Miller, sceneggiatore di Friday the 13th (Sean Cunningam, Venerdì 13, 1980), di tante opere, che stilisticamente e narrativamente sono nettamente inferiori “all’originale”.

Esattamente quarant’anni dopo, David Gordon Green, classe 1975, ha scritto e diretto un nuovo seguito radicalmente innovativo. L’opera si pone dichiaratamente come “il solo e unico sequel” della saga, aspetto rimarcato dall’assenza del titolo di un numero sequenziale, evidenziando il collegamento diretto con l’originale. Volontà è stata quella di interrompere la linea narrativa-cronologica inaugurata dai seguiti e di ricollegarsi direttamente ai fatti narrati nel capostipite. Ciò nonostante, il film gioca continuamente (merito anche del lavoro del direttore della fotografia Michael Simmonds) con rimandi iconografici intertestuali non solo al film di Carpenter, ma anche ai sequel, quasi a voler mantenere un legame esclusivamente visuale con essi.

In Recreational Terror (Suny, 1997), Isabel Cristina Pinedo ha definito l’horror contemporaneo come postmoderno, un genere che trasgredisce le regole classiche, ma che, nel farlo, mantiene anche alcuni aspetti tradizionali per poter godere della trasgressione. Halloween di Green rientra perfettamente nella descrizione di Pinedo, ma al contempo prende la distanza dal sottogenere, in particolar modo dal neoslasher inaugurato negli anni Novanta da Scream (Wes Craven, 1996) e dal ciclo slasher post millennio. Il nuovo Halloween, infatti, sceglie di andare oltre il citazionismo, presentando una maggiore similitudine con la serie Stranger Things (l’uscita della terza stagione è prevista per luglio 2019), o con San Junipero (Black Mirror St. 3 Ep. 4). Il desiderio di nostalgia e di intertestualità, rimarcato dalla colonna sonora frutto della collaborazione tra John Carpenter, creatore della originale del 1978, e suo figlio Cody, sprona a ricreare le atmosfere originali, ma trasferendole ai giorni nostri.

Il ritorno di Jamie Lee Curtis e di Nick Castle, che rispettivamente vestono i panni di Laurie Strode e di Michael Myers, è l’elemento metacinematografico preponderante. Jamie/Laurie era già tornata ad affrontare la sua nemesi in Halloween II (Rick Rosenthal, Il signore della morte, 1981), Halloween H20 (Steve Miner, Halloween – 20 anni dopo, 1998) e nel pessimo Halloween: Resurrection (Rick Rosenthal, Halloween – La resurrezione, 2002), in cui addirittura veniva uccisa nel prologo introduttivo, tentando invano di citare la sequenza dell’assassinio sotto la doccia di Janet Leigh (nella realtà madre di Curtis) di Psycho (Alfred Hitchcock, 1960).

Halloween 2018 non si ferma ad avverare il sogno dei fan di veder resuscitata la prima eroina analogamente a come Wes Craven aveva fatto con Heather Langenkamp in New Nightmare (Nightmare – Nuovo incubo, 1994), bensì decide di stravolgere le motivazioni della follia omicida dell’assassino.

Il signore della Morte spiegava come l’ossessione del maniaco per la giovane Strode fosse originata dal loro legame parentale (fratello e sorella). Ora, tale relazione viene eliminata e al tempo stesso è oggetto di ironia degli stessi personaggi; proprio Allison (Andi Matichak), la nipote di Laurie, afferma che il legame tra la sua famiglia e Michael è frutto di una leggenda metropolitana, alludendo proprio al cinema e al suo potere di poter trasformare le storie. Analogamente a quanto Giovanna Maina (Bianco e Nero, 2017) ha sostenuto a proposito delle streghe di Suspiria, Myers “non agisce a causa di un trauma o per vendetta: tortura e uccide semplicemente perché può farlo”. Myers infatti torna così ad assumere il suo originale status ossia di mostro “abietto”, per dirla con le parole di Julia Kristeva.

Laurie Strode, invece, divenuta il modello costitutivo della Final Girl, secondo la definizione di Carol J. Clover, introduceva un cambiamento radicale all’interno del genere horror: le figure femminili da personaggi che necessitavano del salvataggio maschile, divengono le salvatrici di loro stesse.

Ma il film di Green sceglie di apportare modifiche alla Final Girl. Non è più un’adolescente (questa trasformazione era già avvenuta in Halloween – Vent’anni dopo, uno dei rari esempi di Final Woman come ha sostenuto Kelly Connelly), è “una donna sopravvissuta al trauma – ha affermato la stessa Curtis - che cerca di convincere tutti del fatto che Michael Myers tornerà; per fare ciò ha dedicato tutta la sua esistenza a prepararsi al combattimento finale”. Infatti, se l’azione attiva dell’eroina degli slasher si contraddistingueva per essere difensiva e individuale (Vera Dika, Games of Terror), questo non è più così. La trasformazione di Laurie in guerriera, anche attraverso la scelta dei costumi, richiama quella attuata da Sarah Connor (Linda Hamilton) in Terminator 2 – il giorno del giudizio. Differentemente da molte super eroine, “discendenti” delle Final Girl, la trasformazione non conduce a un’eroticizzazione del corpo dell’eroina.

Inoltre, il film traccia un parallelo tra le violenze fisiche delle azioni di Myers e le imposizioni di una società eteropatriarcale. Quest’ultima condanna apertamente lo stile di vita di Laurie (l’aver divorziato due volte, il suo non essere una madre convenzionale) punendola con l’allontanamento della figlia Karen (Judy Greer). Così centrale oltre al ritorno del fantomatico Boogeyman è la relazione nonna-mamma-nipote, tanto da assumere nell’economia del film un ruolo preponderante. I litigi e i risentimenti che si sono creati tra le donne possono anche essere letti come un’allegoria delle relazioni tra le tre ondate del movimento femminista (seconda, terza e quarta).

Dunque, si può interpretare Halloween come una perfetta summa, una lezione di storia del cinema, di storia del genere horror e di storia del femminismo. Resta solo da chiedersi: il male sarà effettivamente stato sconfitto? Forse no, dato che già si parla di un nuovo sequel in lavorazione.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Il tuo commento dovrà essere approvato prima di apparire.