Il nuovo esame di maturità e la sua funzione sociale

Giorgio Mascitelli

Nei mesi scorsi il ministro dell’istruzione Bussetti ha reso noto tutte le norme che regolano il nuovo esame di stato delle superiori, anche se la sua architettura complessiva era già stata stabilita dal governo precedente in continuità con la riforma della cosiddetta Buona scuola. Benché apparentemente si tratti di una questione tecnica, queste norme tendono a ridisegnare non solo l’esame conclusivo, ma anche la didattica precedente e assumono il carattere di un fondamentale passaggio per costruire una scuola di mercato e, soprattutto, un mercato della scuola nel nostro paese.

Come è noto, le più importanti modifiche sono relative all’abolizione della terza prova scritta, all’aumento del credito scolastico ossia della percentuale dei punti finali decisi dalla scuola sulla base della carriera scolastica prima dell’esame, che passa da 25 a 40, alla diminuzione del peso del colloquio orale che scende da 30 a 20 centesimi a favore delle due prove scritte che salgono da 15 a 20 centesimi ciascuna, inoltre il colloquio risulterà imperniato non più su una tesina scelta dal candidato e su argomenti scelti dalla commissione sulla base dei programmi volti a verificarne la capacità di orientarsi e di stabilire collegamenti, ma in prevalenza sull’alternanza scuola/lavoro e sull’educazione alla cittadinanza di recente introduzione. Anche la seconda prova scritta potrà verificare due materie d’indirizzo e non più una sola. Ma per non annoiare ulteriormente il lettore con simili dettagli tecnici, è possibile riassumere gli effetti di queste misure affermando che la preparazione disciplinare e le capacità logiche che questa presupponeva peseranno molto meno nella determinazione del voto finale e insomma che il livello culturale richiesto si abbasserà. A sua volta questa perdita determinerà un minore significato del voto di maturità nell’indicare il livello culturale dello studente e soprattutto nella sua attendibilità come rivelatore del livello di preparazione complessiva.

Insomma, sembra di trovarsi di fronte a un tentativo di ridimensionamento dell’esame di stato paragonabile a quello, pur condotto con mezzi diversi, operato da Letizia Moratti allorché nel secondo governo Berlusconi introdusse commissioni di esami costituite solo da membri interni. In questo modo progressivamente l’unico modo per certificare la preparazione di uno studente finirà con l’essere quello di pesare la scuola che ha frequentato, valutata attraverso le graduatorie delle prove INVALSI o anche tramite indicatori ancor più aleatori quali quelli delle classifiche compilate da Eduscopio della fondazione Agnelli. In altri termini di fronte alla maggiore frequenza di voti alti si cercherà di determinarne il loro significato effettivo tramite il prestigio delle scuole, creando un meccanismo di concorrenza tra i vari istituti. Ciò a sua volta determinerà una polarizzazione, che in parte già ovviamente esiste oggi ma in maniera attenuata, delle scelte delle famiglie alla fine della terza media: quelle culturalmente ed economicamente avvantaggiate sceglieranno le scuole più competitive nelle classifiche. Del resto è questa una tendenza già in atto che si realizza sempre più chiaramente man mano che il dispositivo di provvedimenti di cui fa parte questo nuovo esame viene introdotto. Basti pensare alle scuole competitive, talvolta anche pubbliche, che, magari non in forma esplicita, non ammettono nelle loro classi studenti diversamente abili (DSA) che inevitabilmente abbasserebbero il livello di performance. E le scuole più in alto nelle classifiche intercettando un’utenza migliore aumenteranno ulteriormente il loro distacco dalle scuole meno performative.

È chiaro che questa è un’operazione ferocemente classista che tende a eliminare i passi avanti e le conquiste verso una piena scolarità di massa che erano state fatte dopo il Sessantotto poiché colpisce l’universalismo della scuola pubblica, che è l’unica base su cui si può edificare un’uguaglianza o quanto meno ridurre le differenze entro limiti meno estremi. Vorrei tuttavia analizzare dal punto di vista della meritocrazia, che è il valore ideologico di copertura sul quale si sono condotte le riforme della scuola, di cui questo nuovo esame è un tassello importante, la nuova normativa.

Personalmente non sono mai stato un entusiasta di questo concetto sia perché mi era evidente la sua funzione di copertura ideologica di pratiche di altro genere sia perché la scuola preriforme dell’ultimo ventennio era già abbastanza competitiva e meritocratica, e anche poco solidale per i miei criteri. Almeno però in quel sistema, che poi è quello che si va smantellando negli ultimi anni, effettivamente chi studiava e aveva certe qualità, sia pure entro un sistema di parametri talvolta un po’ restrittivo, usciva generalmente con le votazioni migliori e con una licenza che riconosceva socialmente, oltre che giuridicamente, questo suo percorso positivo. In futuro, quando questo nuovo sistema sarà a pieno regime, qualunque studente mediocre di una scuola ‘valutata bene’ avrà un riconoscimento infinitamente superiore rispetto a uno meritevole, che però per circostanze varie ha studiato in scuole peggio considerate non avendo più almeno l’occasione con un esame finale impegnativo di conseguire un riconoscimento sociale del proprio lavoro. Peraltro, la prevalenza della valutazione della scuola sui meriti dei singoli studenti colpirà in una certa misura anche studenti meritevoli in scuole di élite per l’abbassamento del livello culturale degli studi provocato da un simile esame, che renderà possibile raggiungere voti alti anche a profili scolastici nella media. Del resto la competitività che è un valore cardine della recente riforma della scuola, per gli studenti non si realizzerà più tramite il valore intellettuale dimostrato nello studio, ma tramite l’adeguamento a una serie di comportamenti proposti dall’amministrazione, in primis l’alternanza scuola lavoro.

Questo passaggio non è casuale, non è un effetto non voluto di misure prese per altri motivi, ma è il manifestarsi nel mondo scolastico di quello che Alain Deneault ha chiamato mediocrazia. Con questo termine il filosofo canadese intende il dominio dei mediocri in una società dominata da un essenziale conformismo culturale; dove il termine mediocre non indica innanzi tutto un carattere umano, ma la volontà di adeguarsi alla media, di accettare il lavoro come pura esecutività di una funzione già decisa, nel quale le qualità intellettuali e critiche che rendono autonoma una persona non servono. Di questo disegno di scuola il nuovo esame di maturità sigla un passaggio importante.

2 risposte a “Il nuovo esame di maturità e la sua funzione sociale”

  1. Non sono d’accordo con molti cambiamenti dell’esame. L’argomento a scelta con modalità di mappa o tesina stimolava i ragazzi a sviluppare multidisciplinarietà e non interdisciplinarietà, d’accordo
    Non concordo comunque sul concetto di mediocrità che, se aurea, è oraziana ed ariostesca Ho insegnato per 40 anni in scuola superiore valeria manini

  2. Non sono d’accordo con molti cambiamenti dell’esame. L’argomento a scelta con modalità di mappa o tesina stimolava i ragazzi a sviluppare multidisciplinarietà e non interdisciplinarietà, d’accordo
    Non concordo comunque sul concetto di mediocrità che, se aurea, è oraziana ed ariostesca è positiva molto più della eccezionalità. Ho insegnato per 40 anni in scuola superiore valeria manini

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Il tuo commento dovrà essere approvato prima di apparire.