Lia Migale, il “destino femminile” gettato alle ortiche

Letizia Paolozzi

Solo quando decidi di infilare le mani nella memoria guardando a un periodo di mutamento, ti rendi conto delle difficoltà di una simile impresa giacché ti senti sballottata tra storia privata e storia collettiva. Eppure Lia Migale ha accettato la scommessa con Incontri all’angolo di un mattino. Si trattava di dipanare la matassa dove i fili del “prima” e del “dopo” apparivano inesorabilmente intrecciati.

Prima e dopo il Sessantotto. Dall’incubazione nella quale ragazze e ragazzi scoprirono il bisogno di cambiamento, declinato con l’amore, l’amicizia senza dimenticare, per le donne, l’affermazione prepotente dell’emancipazione, all’esplosione della libertà.

Accade così che l’autrice segua il percorso tra “un’infanzia antica e un’adolescenza moderna” (è la prima parte, quella della Generazione) nella città di provincia dove ancora detta legge la separazione a scuola tra maschi e femmine le quali, in classe, portano il grembiule nero per coprire “la piegatura del ginocchio”, con la sicurezza di indossare una divisa indistruttibile. Anzi, immortale.

Intanto sognano di diventare “indossatrici” (allora quel termine veniva preferito al più mondano “modella”) e i capelli arricciati “in malo modo” dall’umidità vengono domati – e schiacciati - addirittura per mezzo di una tavola da stiro.

Ma la divisa finisce alle ortiche. L’arrivo a Roma di Lia e di tante giovani donne significherà abbandonare i riti delle signorine da marito. Per esempio, scegliere tra due tipi di sarte: quella nobile che si dedica ai capi importanti e quella reietta degli orli e dei cugni sotto il seno.

Ora si alza il sipario della “vita nova”. Militanza nei gruppi extraparlamentari, folgorazioni musicali, conoscenza appassionata di “persone eccezionali”. Siamo alla seconda parte del libro, delle Stelle comete, dove l’autrice ha la rivelazione dell’esistenza di tanti e tante che si sono messi “a pensare in maniera collettiva”.

Maschi e femmine passano le ore scrivendo decine di volantini in uno scantinato. Devono tirar tardi. D’altronde La Cinese pur indispensabile per l’educazione politica, si proietta alle 11,00 di sera.

Molti anni dopo, Lia Migale renderà omaggio ai ragazzi e ragazze che le hanno animate. Tra loro, in questa storia che è di lunga durata, lasceranno una scia splendente le femministe.

Michi (Staderini) del collettivo Centro, con un giaccone da marinaio blue notte, battezza la prima Casa delle donne di Roma a via Capo d’Africa. Schietta, addirittura brusca, lancia progetti, li realizza. Fonda un giornale: “Differenze”, affidandone la redazione per ogni numero a un collettivo diverso. Spericolata, insiste per uno spazio, l’Università Virginia Woolf, capace di rappresentare “il separatismo visibilmente e la nostra volontà di attraversare la cultura nel suo complesso, unendo sia la ricerca sulle donne che la ricerca delle donne”.

Quanto a Cristina (Liquori) e Laura (Gallucci), non si sono mai offerte come prede vulnerabili, remissive. Finito il tempo delle geishe al servizio della virilità, le sedotte e sottomesse dei film hollywoodiani post Seconda guerra mondiale non rappresentano più dei modelli.

Si capisce che eravamo pronte a dare un calcio alle convenzioni, alle consuetudini dal momento che il mondo femminile preparava un nuovo linguaggio per nominare il proprio corpo, il rapporto tra i sessi. Al centro delle domande sulla famiglia (e il divorzio), sulla contraccezione, ora si stagliava la questione della violenza.

Dopo il Sessantotto, quel mondo non ha più taciuto (se siete diffidenti, riflettete sull’esplosione del #MeToo). Anzi, si è trasformato in soggetto che dispone di sé. Lia Migale quel mondo lo ricorda attraverso il racconto autobiografico. Però non lo fa attraverso l’episodio della ragazza di provincia alla scoperta di un grande movimento. Piuttosto, ci segnala l’importanza delle relazioni che l’hanno spinta a gettare via il pesante fardello del “destino femminile”.

Lia Migale

Incontri all’angolo di un mattino

La Lepre

pp. 160, euro 16

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