La decolonizzazione dello sguardo

Matteo Moca

Il pensiero post-coloniale ha conquistato negli ultimi anni uno spazio importante all'interno di discussioni trasversali che attraversano la letteratura, la storia e la filosofia, fornendo nuovi modelli per dare voce ad una cultura che, fino a quel momento, rivestiva un ruolo secondario, se non ne possedeva proprio uno. Uno degli esponenti più importanti di questo campo di studi è Achille Mbembe, autore del fondamentale Necropolitica (edito in Italia da Ombre Corte) e di altri saggi tutti tesi a indagare il ruolo che l'Africa può rivestire nella cultura mondiale (il recente Emergere dalla lunga notte. Studio sull'Africa decolonizzata pubblicato da Meltemi, di cui si parla in queste pagine, rappresenta un luogo di confronto imprescindibile). Lavora al fianco di Mbembe il filosofo ed economista Felwine Sarr, importante punto di riferimento già per gli studiosi in lingua francofona e di cui è oggi è possibile leggere Afrotopia, tradotto e curato da Livia Apa e pubblicato dalle Edizioni dell'Asino (nella collana emblematicamente intitolata “I libri necessari”). Leggendo i vari saggi che compongono questo volume, si può disporre di un decisivo compendio di alcuni luoghi cardine del pensiero postcoloniale e questo risulta massimamente importante: in un periodo come quello che viviamo oggi, dove l'Africa e ciò che le si muove intorno è sempre all'ordine del giorno, ma la xenofobia e l'ignoranza sono i sentimenti più comuni, questo libro restituisce alla questione la sua intrinseca complessità (parola questa tanto lontana da molti ragionamenti contemporanei), mettendo sul tavolo questioni di cruciali importanza non solo per capire la nostra contemporaneità, ma anche per riuscire a muovervisi correttamente. Afrotopia invita il lettore a raddrizzare il suo sguardo sulle vicissitudini del continente africano e riesce a farlo rimettendo in discussione gli schemi preconcetti, le percezioni che spesso sono svincolate da una reale conoscenza della realtà oggettiva, con una lingua e uno stile che, come nota Apa nella sua introduzione, in alcuni momenti si avvicinano davvero ad un'ispirazione letteraria e, a tratti, poetica.

L'urgenza che muove Sarr nella scrittura sembra essere quella di contestare discorsi che da secoli sono fatti sull'Africa, ragionamenti fitti di stereotipi che mirano sempre alla ripetizione dello stesso pensiero, quello che vede nel continente africano uno spazio per la proiezione dei fantasmi occidentali, ma soprattutto discorsi attraverso i quali ci si arroga il diritto di prescrivere come organizzare i suoi luoghi e le sue politiche economiche e sociali. Luogo di partenza è allora la contestazione del doppio movimento che contraddistingue attualmente i discorsi sull'Africa: da una parte una «retorica dell'euforia e dell'ottimismo» che porta a dire che «il futuro è africano», con prospettive buone sulla crescita economica che portano a definirlo «il futuro Eldorado del capitalismo mondiale», ma anche in questo caso si tratta di sogni prodotti da altri, come sottolinea Sarr, «una notte di sonno in cui i principali interessati non saranno però invitati al sogno collettivo». Ma si parla, appunto, di prospettive future e l'altra faccia della medaglia è rappresentata proprio da questo, dalle profonde lacune dell'oggi e dalla «costernazione davanti a un presente che sembra caotico e attraversato da diverse convulsioni». La via che suggerisce Sarr è quella di promuovere la nascita di un nuovo pensiero sull'Africa che parta dall'Africa, che faccia propria la necessità di ricollocare la discussione e il dibattito sulle prospettive future «partendo – scrive Apa nella sua Introduzione – dal rispetto del patrimonio di chi abita il continente». Per poter però raggiungere questa nuova e libera prospettiva appare vitale decolonizzare lo sguardo che si posa sull'Africa approntando un nuovo progetto che non deve necessariamente e continuamente confrontarsi con le aspettative che vengono prodotte e imposte da altri. Il saggio che apre il volume, emblematicamente intitolato Pensare l'Africa, si chiude proprio con l'augurio di mettersi alla prova in questa nuova sfida che consiste «nell'articolare un pensiero che affronti il destino del continente africano, osservandone la politica, l'economia, il sociale, i simboli, la creatività artistica ma anche identificando quei luoghi da cui vengono enunciate nuove pratiche e nuovi discorsi in cui si elabora l'Africa che sta per arrivare». Pare scontato, ma per fare questo al centro del pensiero e delle preoccupazioni deve stare l'uomo, che deve precedere le logiche economiche ed ergersi come indiscusso protagonista di questo nuovo progetto di civiltà.

I saggi che seguono tentano di definire i confini di questo ragionamento, attraversando i più diversi campi del sapere, non arroccandosi mai su un secco e arido tono accademico. Uno dei risvolti certamente più interessanti del lavoro di Sarr, risiede anche in una riflessione sulla natura delle questioni migratorie, argomento che riveste oggi una posizione centrale. Se uno dei fili rossi che lega questi saggi sta proprio nel confronto tra la crisi del sistema economico mondiale e la situazione dei paesi che occupano la zona Sud del mondo, che paiono paradossalmente avvantaggiati da questa stessa crisi e desiderano raggiungere la posizione dei paesi occidentali, la grande sfida che si propone Sarr, come ha raccontato in un'intervista a Carlo Mazza Galanti pubblicata su Il Tascabile e come emerge dalle pagine di Afrotopia, è quella di dare consapevolezza dell'inconsistenza del desiderio di ripetere la storia dell'Occidente. Per fare questo Sarr prova a variare la prospettiva dello sguardo verso un Occidente al collasso: in questa situazione esso non può stagliarsi come unico elemento di paragone, anche alla luce della necessità di un ampliamento e una diversificazione delle opportunità che le realtà africane possono offrire e di cui l'autore si fa promotore.

Felwine Sarr

Afrotopia

traduzione e cura di Livia Apa

Edizioni dell'Asino

pp. 131, euro 15

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