Vite, e destini, dei filosofi

Luigi Azzariti-Fumaroli

Di recente, nel passare in rassegna le tendenze, gli sviluppi ed i tratti distintivi della filosofia italiana dell’ultimo torno d’anni, Paolo Godani ha giustamente lamentato l’esiguità dello spazio editoriale riservato ai testi situati tra la saggistica accademica e quella “giornalistica”. Si tratta in effetti di un ambito guardato con diffidenza dagli specialisti non meno che dai comuni lettori (i primi per supponenza, i secondi per inesperienza), e per questo poco coltivato dalle case editrici, oggi più che mai scettiche verso quelle opere di cui è facile predire uno scarso successo commerciale. In altri Paesi, al contrario, si segnalano ottimi esempi di lavori divulgativi particolarmente sorvegliati e accurati, destinati soprattutto a una platea di lettori giovani, coltivati e intellettualmente curiosi, sovente resi tali da istituzioni educative sensibili anche alle voci della cosiddetta critica militante. È stata non a caso la decisa affermazione che il volume di Wolfram Eilenberger ha avuto in Germania a consigliarne la traduzione italiana, affidata alle cure esperte di Flavio Cuniberto, nell’auspicio forse di poter replicare il successo ottenuto più di venti anni fa da Heidegger e il suo tempo di Rüdiger Safranski. Se questa era tuttavia essenzialmente una biografia ragionata, il lavoro di Eilenberger, direttore dell’autorevole foglio d’informazione filosofica “Philosophie Magazin”, ha un altro proposito, solo in parte coincidente con quello di illustrare le esperienze di vita e di pensiero di Heidegger, Cassirer, Wittgenstein e Benjamin nel decennio compreso fra il 1919 ed il 1929.

Eilenberger mostra il rinnovamento perseguito da Benjamin di una critica totale e dinamizzante o i tormenti del giovane Heidegger per una libertà incondizionata “nel pensiero, nell’agire, nell’amore” o ancora i tentativi di Wittgenstein di portare nella vita quotidiana una sorta di mistica pacificazione, la stessa nella quale sembra confermarsi, a dispetto d’ogni assalto della storia, Cassirer, nella sua olimpica serenità. Ma, nel distillare gli accadimenti con la meticolosità del biografo, non procura elementi nuovi rispetto alle ricerche che l’hanno preceduto. Il suo scopo appare più ambizioso; così come il suo stile, tanto più che “l’indifferenza stilistica è quasi sempre un sintomo di raggelamento del contenuto”. La forma che Eilenberger adotta, e che coniuga in modo estremamente equilibrato rigore scientifico e vivacità di scrittura, avanza per progressioni figurative le quali, raggiunto un certo grado di tensione intellettuale o emotiva, volgono d’un tratto in una situazione non di rado aneddotica. A suggerire questa scelta, che invero a volte può apparire un poco forzata, sembrerebbe essere la volontà di omaggiare lo spirito saggistico, rivitalizzandolo. Come Eilenberger ha dichiarato nel corso d’una recente intervista (“La Lettura”, 30 settembre 2018), l’iperspecializzazione, nella quale negli ultimi anni si è voluta confinare la filosofia, ne ha isterilito la vocazione pubblica e antidogmatica. Il voler recuperare la forma vaga e ambigua del saggio significa opporsi all’iterazione dell’identico, a quella tautologia che è apologia dello stato presente. La scrittura saggistica non tollera che le venga prescritta la sua sfera di competenza. Secondo quanto era stato sostenuto già da Adorno, il saggio, invece di produrre alcunché come la scienza, o di creare alcunché come l’arte, deve soltanto rispecchiare l’otium “di chi, come il fanciullo, non si vergogni di provare entusiasmo per ciò che altri hanno già fatto”.

Gioia e gioco, per Adorno indispensabili elementi del saggio, sono, però, da Eilenberger ritenuti insufficienti a esaurire lo spettro di significato di un genere che Emilio Cecchi affermava soprattutto mostrare “la propria instabilità, allotropicità e quasi inafferrabilità” (Saggio e “prosa d’arte”, in “L’Immagine”, gennaio e maggio 1949). A dover ulteriormente confluire nella forma saggio, e in particolare quando essa si propone di dispiegarsi nei modi d’una biografia, sono gli elementi di una morfologia che compone in un unico accordo destino e carattere, nell’accezione che questi termini acquistano non soltanto nell’omonimo scritto di Benjamin, ma pure nelle sinuose pagine di Rudolf Kassner. Se da quest’ultimo Eilenberger sembra soprattutto mutuare l’idea di non poter racchiudere nessuno dei protagonisti della sua dissertazione entro un sistema, perché altrimenti essi vivrebbero sempre “al confine di azione e sofferenza”, senza alcuna visione e senza alcun linguaggio “diverso da una sorta di algebra”, è da Benjamin ch’egli trae la convinzione che “fra l’uomo che agisce ed il mondo esterno tutto è interazione reciproca”. I loro cerchi d’azione sfumano, però, l’uno nell’altro. Le vite eminenti di alcuni filosofi non comproverebbero allora altro che questa progressiva attenuazione di ogni confine fra impegno individuale e orizzonte contingente.

Wolfram Eilenberger

Il tempo degli stregoni

traduzione di Flavio Cuniberto, Feltrinelli, 2018, 432 pp., € 25

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