Space Shifters, gli artisti contemporanei allo specchio del brutalismo

Cristina Zappa

Installation-view-of-Jeppe-Hein_-36-0°-Illusion-V-2018-at-Space-Shifters-©-copyright-the-artist-courtesy-Hayward-Gallery-2018.

La mostra in corso alla Hayward Gallery (Londra) ha un titolo inusuale: I Macchinisti dello Spazio sembra essere una buona traduzione. Un collettiva di artisti più o meno giovani (tra gli altri, Robert Irwin, Larry Bell, Fred Eversley, Roni Horn e Veronica Janssens), si confrontano sugli enunciati e sulle attitudini di opere che implicano alterazione e spostamento spaziale, mentre si relazionano allo storico contesto architettonico, concepito per rivalutare esteticamente le esigenze funzionali dellabitare. All’interno della struttura in béton brut, testimonianza del movimento brutalista degli anni 50, il cemento armato fa da sfondo a labirinti di ferro e vetro, a sculture specchianti, a schermature in metallo, a paraboliche e lastre in metacrilato.

Il contesto ambientale magnifica l’accezione primaria delle opere, quella che intende Spostare lo spazio-uomo in un environment percettivo, che implica un ripensamento del contesto, mentre crea destabilizzazione e intontimento. L’ambito spaziale e temporale viene differito e travalicato dalle opere, con rimandi a soggettive disfunzioni interpretative.

Un’esibizione che stimola percezioni, induce riflessioni e il cui predicato, nel suo complesso, risulta come l’enfatizzazione stratificata dello Spazio Elastico di Gianni Colombo (Biennale di Venezia e Trigon, 1967), che in un contesto limitato (remoto e sperimentale), disorientava lo spettatore per immergerlo in toto nell’ambiente-spazio artistico, appropriandosi del suo coinvolgimento fisico e emotivo.

Ci si muove cautamente dentro percorsi che segnano e indicano, ma che diventano precari, poiché inducono instabilità sensitiva e confusione visiva e olfattiva: nessun pathos, se non la voglia di sperimentare ogni opera per mettersi in gioco e testare il grado di straniamento indotto a livello soggettivo. E di fronte al cospicuo numero di opere c’è da chiedersi se, oltre l’intrattenimento, la ponderazione viscerale è stimolata realmente.

Installation-view-of-Richard-Wilso-n_-20_50-1987-at-Space-Shifters-©-copyright-the-artist-courtesy-Hayward-Gallery-2018.

All’ ingresso, una colonna poliedrica in acciaio riflettente (Anish Kapoor), fa girare lo spettatore alla ricerca della rifrazione della propria identità; sulla parete troneggia un’ enorme specchio rettangolare di Jeppe Hein, che ruota a 360 gradi, sopra la testa di visitatori attòniti che, adagiati sui cuscini rotondi, si riflettono capovolti nel quadro vivente. Oltre la rampa, nascosta dalle tende in maglia di acciaio di Daniel S. Mangrané, il labirinto di Alicja Kwade, è delimitato da grossi sassi negli angoli, che aiutano il visitatore a riconoscere le vetrate e a non sbatterci il naso. Nella sala dedicata a Yayoi Kusama, le 100 sfere in acciaio lucido, che appaiono come grossi bulbi oculari, sono adagiate contro le pareti, secondo uno schema indecifrabile, con rimandi alla maniera compulsiva e ripetitiva degli spot che pervadono l’espressione dell’artista giapponese. Diversamente dalla Biennale di Venezia del 1966 (Narcissus Garden, 1966-2016), ove Kusama vendeva le sfere in plastica a 2 dollari, qui le sfere non si possono acquistare.

Installation view of Anish Kapoor_ Sk y Mirror, Blue, 2016, at Space Shifters, © copyright the artist, courtesy Hayward Gallery 2018.

Difronte alla fragilità delle opere il visitatore, seppur stordito, prende forza per superare le barriere dell’allestimento, che nel suo complesso appare una lunga e polivalente corsa a ostacoli, e rimane affascinato dagli elementi strutturali dell’architettura brutalista, che rivalutano, a loro volta, i predicati delle opere d’arte: il lungo corrimano di ferro e plastica rossa di Monika Sosnowska, che si contorce sulla ringhiera nera, sbocca sulla grande parete dove disegna caotiche geometrie, che rimandano all’infinito e riportano lo sguardo verso l’ alto. Al piano superiore la rassegna distribuisce le diverse opere in spazi ravvicinati, e costringe i fruitori a sperimentare, in una sequenza contigua, impatti, reazioni e impressioni tra loro correlate da un analogo precetto artistico, quello della rifrazione/riflessione estetica. Alla fine del percorso espositivo si prova un generale senso di stordimento e la deambulazione si fa meccanica e incerta, il che significa che lo spostamento tridimensionale ha avuto la meglio sullo spostamento bidimensionale .

Il coacervo di manufatti, di tecnologia 4.0, attrae magneticamente il visitatore, lo impatta singolarmente, lo avviluppa e lo rilascia attonito a dimenarsi anche tra reazioni emotive plurime, mentre si imbatte nella grande vasca nera, allagata di petroli (Richard Wilson), ove l’odore nauseabondo catalizza con una sensazione di soffocamento. Liberatoria la collocazione sul tetto, all’uscita, della parabola concava di Kapoor che riflette l’azzurro sterminato del cielo inglese, mescolato alle sagome svettanti dei moderni palazzi della City.

Space Shifters” curata da Cliff Lauson con Tarini Malik e Thomas Sutton

Hayward Gallery - Southbank Centre

Belvedere Road - London SE1 8XX

Fino al 6 gennaio 2019

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