Populismo giallo-verde. L’Italia ci riprova

Lelio Demichelis

Anche i sociologi amano la poesia. Personalmente, due sono i miei riferimenti – molto diversi tra loro ma anche molto vicini, vissuti in un tempo non lontano ma che oggi pare lontanissimo. Due poeti a cui mi rivolgo – aprendo i loro libri - quando il pessimismo della ragione sembra non lasciare spazio ad alcun ottimismo della volontà e i cui versi fotografano la nostra condizione umana meglio di una lunga analisi socio-politica. Fotografie che valgono per questo ultimo anno, ma anche per questi ultimi venticinque anni, da quando cioè gli italiani (e ora un po’ ovunque nel mondo) inseguono un populismo dopo l’altro in un rabbioso e incattivito auto-asservimento volontario ad un capo-branco-autocrate, immedesimandosi prima nella gente di Berlusconi, passando poi per il rottamatore Renzi e ora facendosi popolo adorante di Salvini. Sognando di fare la rivoluzione (almeno a parole: gli italiani in realtà sono antropologicamente conformisti e conservatori oltre che gattopardeschi), ma senza mai cercare di essere cittadini.

Il primo riferimento poetico è Giorgio Caproni. Con questi versi, tratti da Res amissa, libro del 1991: Da un pezzo me ne sono accorto./La ragione è sempre/dalla parte del torto. Oppure: Laida e meschina Italietta./Aspetta quello che ti aspetta./Laida e furbastra Italietta. Il secondo poeta (ma non solo) è David Maria Turoldo. E da Il grande male, libro del 1987, ecco alcuni estratti: Progresso non è/ quando scienza accresce/la tua dipendenza dalle cose:/progresso è solo/ quando spezzi/la tua schiavitù. E ancora: La mente di tutti/una lavagna nera…/Un groviglio di fili/senza corrente/i sentimenti/a terra. E infine: Ora nessuno sa/in quale direzione andare,/e tutti cercano una maniglia/nel vuoto./(…)/E continuano a urlare/ma nessuno sa cosa./(…)/E tutti nel feroce/invincibile sospetto/l’uno dell’altro…

Versi che vogliamo usare come introduzione a un ulteriore e doveroso ragionamento sul populismo, partendo dall’ultimo libro di Massimiliano Panarari: Uno non vale uno. Democrazia diretta e altri miti d’oggi. Dove l’Autore propone “un’analisi (e una decostruzione) delle narrazioni populiste e sovraniste, che si sono rivelate in grado di configurare il panorama egemonico delle idee ricevute (e assorbite) da quote rilevanti dell’opinione pubblica, e ci sono riuscite attraverso la veicolazione di una neolingua assertiva, manichea e dicotomica che vuole deliberatamente generare contrapposizioni”, azzerando il dibattito “mediante concetti basici ed elementari”, dopo che la lotta di classe è stata sostituita da quella per lo smartphone. Per Panarari (e noi con lui) il neopopulismo politico e sociale si coniuga perfettamente (ne è figlio) con le nuove tecnologie e con le retoriche e il determinismo tecnologico e neoliberale: il primo (che vive di individualizzazione falsa e di vera integrazione nell’organizzazione) sostenendo che l’innovazione non si deve fermare, né governare; il secondo, che la società non esiste, ma esistono solo gli individui – individui che tuttavia possono (devono) solo adattarsi a ciò che chiede loro il sistema tecnico e capitalista.

Panarari – con ottima sintesi – definisce i cinque miti di oggi, che si autoalimentano tra loro: Popolo (ormai sulla bocca di tutti, ma è un concetto molto scivoloso); Autenticità (“in virtù di uno dei primissimi paradossi postmoderni, la dilatazione e l’espansione dell’ego e l’aspirazione all’autorealizzazione di sé sono andate a braccetto con una sempre più spasmodica ricerca di ciò che è autentico”); Tecnologia (“i media non sono neutri, ma influenzano in maniera massiccia e incontrovertibile l’utente, sia dal punto di vista della forma mentis che della sensorialità”, perché la forma della tecnica – e qui torna di attualità Günther Anders, per il quale le forme tecniche diventano forme sociali - determina di fatto, come ricorda Panarari, “i contenuti del pensiero e le sue modalità di espressione”); Disintermediazione (parola-magica della rete e del populismo, fino alla sharing economy, ma falsa e dove in realtà i populisti “stanno avocando a sé una funzione di re-intermediazione” mascherata da disintermediazione; mentre il popolo della rete “si affida alle meraviglie del web convinto di avere ottenuto una sfera di libertà e una possibilità di azione illimitata, senza accorgersi” di consegnare se stesso ai giganti della rete e alla loro non percepita gerarchizzazione della conoscenza); e infine Democrazia diretta (con Davide Casaleggio che invoca il superamento della democrazia rappresentativa in nome non dell’uno vale uno come vuole far credere - e con lui gli anarco-capitalisti che sognano di trasformare la democrazia in un social network - ma della nuova delega della sovranità questa volta agli algoritmi e alla loro “algida algocrazia”, che vanno a costituire di fatto una nuova casta contro cui peraltro i populisti dicono di opporsi – ed è un altro dei paradossi della postmodernità, commenta Panarari).

Non solo. Panarari coglie perfettamente nel segno anche quando descrive l’attuale Zeitgeist: “compendiabile nello slogan lanciare il sasso e nascondere la mano. Che si tratti dei capi e degli imprenditori politici dei populismi postmoderni, piuttosto che dei creatori dei social network o di cantanti seguitissimi da eserciti di giovanissimi (e non solo), come vari rapper, ad accomunarli è l’idea di non avere fondamentalmente alcun obbligo morale rispetto alle conseguenze di quello che dicono e predicano. Sono, infatti, tutti leader dotati di grande potere di persuasione e influenza sulla società, che si presentano come privi di responsabilità collettive (o, per dirla eufemisticamente, non pienamente responsabili). Una sensazione di impunità-irresponsabilità a cui hanno contribuito i canali di propagazione dei loro messaggi, perché il web realizza in modo esponenziale e all’ennesima potenza la formula mcluhaniana per cui il mezzo è il messaggio. Dunque, anche il social medium è il messaggio”. E se la televisione aveva la funzione di rassicurare, “il web ha quella di eccitare gli animi” (funzione funzionale e pedagogica, aggiungiamo, alla società della prestazione) e allo stesso tempo “di confermare le opinioni degli utenti”.

E poi, ancora, la neolingua del populismo, di quello fisico e di quello virtuale: una neolingua “che si infila come una lama nel burro di un contesto di disgregazione dell’architettura liberaldemocratica dei sistemi politici e di regressione culturale e demobilitazione cognitiva. E che è riuscita nell’operazione di frantumare e frammentare il discorso pubblico in una molteplicità di campi (rigidamente monistici al proprio interno) che appaiono alla stregua di vasi non comunicanti, composti da gruppi tribalizzati e privati di quelle convenzioni (anche semantiche e linguistiche, appunto) indispensabili invece per produrre la convivenza pacifica e il rispetto dell’altro da sé”. Per cui, conclude amaramente Panarari, ma senza perdere l’ottimismo della volontà, “il neopopulismo postmoderno rappresenta, più che una fase transitoria, un cambio di paradigma della politica a tutti gli effetti, e la trasfigurazione – almeno in apparenza – senza ritorno della nozione illuministica di sfera e opinione pubblica. Cercare di averne consapevolezza è il primo, irrinunciabile passo, per orientarsi in questi tempi fuori di sesto, per dirla come Amleto”. Per provare a tornare “ad avere consapevolezza del fatto che l’uomo è un animale linguistico e sociale. Sociale, vogliamo ribadirlo, e non social”.

Massimiliano Panarari

Uno non vale uno. Democrazia diretta e altri miti d’oggi

Marsilio

Pag. 156, € 12.00

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