Grand Mother, la cerimonia della voce

Lorella Barlaam

è teatro primo

 si entra in un buio

ci si toglie le scarpe – segno dell’ingresso in luogo consacrato

un bagliore sospeso

qualcosa si rivela e se ne fa esperienza piano piano – seguendo il cerchio d’ombra

in avvicinamento riguardoso

la spirale di metallo è antichissima e contemporanea

ha un dentro/fuori senza fine – è un labirinto

vibra di un suono che riverbera la sua forma stessa

è una soglia un mundus

apertura tra il mondo dei vivi e il mondo dei morti

(con il terremoto, la terra si rivolta, il tempo si rivolta)

della comunità invisibile

ora sentiamo le voci – ragionano di cose antichissime – un pesce preistorico, un frutto

vediamo le ombre affiorare sul metallo ora specchio

siamo nel rito – ognuno a suo modo - non c’è interazione o interattività

ma un risveglio:

siamo noi, i morti, siamo tornati/ dobbiamo ancora nascere

Così Grand Mother, installazione di Opera Bianco, di recente allestita a Roma, al Teatro India, per la rassegna Teatri di Vetro/Oscillazioni, è il primo step del progetto del gruppo di ricerca artistica diretto da Vincenzo Schino, regista e artista visivo, e Marta Bichisao, danzatrice e coreografa, con il nuovo nome, che precisa un cambiamento dell’organico e la messa a fuoco dei linguaggi di Opera. Bianco, come il silenzio e il vuoto, ardente come il neutro per Roland Barthes, perché «“eludere il paradigma” è un’attività ardente, che brucia”».

La voce di Grand Mother è quella delle persone anziane, dei poeti pastori della Valnerina, fiabe, storie e miti della tradizione umbra raccolte all’indomani del terremoto del 2016, tessute dal poeta Ivano Schiavone. L’intento, lavorare sui residui di narrazione orale collettiva e sull’atto di raccontarle. E poi sulla presenza fantasmatica della voce. Ma la grana di queste voci, nude, cariche di tempo, si fa stratigrafia stessa di quella terra spalancata, travalica il progetto antropologico o la mitopoiesi attesa.

Il contenuto sonoro di Grand Mother cambia, in base al territorio in cui il progetto è prodotto e ospitato, così come  la metodologia di ricerca sul campo e raccolta delle ‘voci’. La seconda tappa del progetto - in corso - è in Bretagna, a La Briquetterie (Festival d’Arts Sonores). E già si pensa ad una terza tappa, che indaghi la convivenza sonora delle lingue d’origine di comunità migrate in terra straniera, tenendo sempre presente il fuoco del progetto: la qualità della relazione umana e artistica.

La scultura sonora che ne diviene corpo e archivio rimane la stessa: Grand Mother, la Grande Madre, è una spirale di acciaio di 12 metri, sospesa nel vuoto. Trasformata in risuonatore da eccitatori acustici, che diffondono il suono digitale, a cura del sound designer Federico Ortica, attraverso le vibrazioni.

Più che un’installazione, la fondazione di uno spazio della meraviglia/thàuma. Se ne fa esperienza come in un rito, epifania di una presenza - la forma della spirale è qualcosa che risuona in tutte le culture (l'ouroboros del materno), che ha il suo seme nella scultura/orecchio al centro di XX, XY (Opera, 2016): «ci siamo accorti che la scultura ha una fruizione circolare. Come circolare è il movimento dello scultore che gira intorno all’opera continuamente», rifletteva Schino. 

Il tempo e la drammaturgia dell’incontro con Grand Mother sono guidati dal suono e dalla sapiente illuminotecnica, che disegna lo spazio e modula i riflessi dell’acciaio, che da opaco si fa riflettente, accoglie le immagini della piccola comunità che la abita di volta in volta, dispone a una coreografia di avvicinamenti, dentro e fuori dall’abbraccio della spirale, fino a sfiorarne la superficie, che fa risuonare i corpi, parla all’orecchio che si accosta. 

Questo dispositivo d’ascolto è frutto di un itinerario di ricerca inattuale, rigoroso nella scansione di prove e studi che portano ai nodi del lavoro di Schino e Bichisao, nelle due direzioni dell’indagine sulle figure archetipiche del teatro della rappresentazione popolare - il burattinaio, il clown, Mr. Punch, la ‘maschera’ della commedia dell’arte… - e delle ‘macchine’ che coinvolgono ogni spettatore a farsi parte dell’opera, a dargli corpo con la sua capacità immaginale.

E infatti, primi appunti coreografici per il progetto JUMP! (titolo provvisorio), tornano appunto al clown come metafora della condizione umana, per affrontare il problema del ritmo dell’uomo in dialogo con il ritmo del mondo, riallacciandosi alla prima fase del lavoro del gruppo, allora in dialogo con Teatro Valdoca.

Grand Mother sembra invece il punto di arrivo della svolta che muove dalla performance ECO (2012), in cui Opera si concentra su movimento del performer, coreografia e architettura scenica, «un luogo che il visitatore è libero di percorrere scoprendo che ogni cosa lentamente appare, si rivela e si trasforma con lo scorrere del tempo». E poi Bosco (2009) installazione in cui l’opera pittorica (di Pierluca Cetera), illuminotecnica e sonora si accordano nella creazione di uno spazio di sospensione, che il visitatore è invitato a percorrere. Fino ai tre movimenti di #MA (2014/2015) in cui la tecnologia e la costruzione artigianale si fondono con il linguaggio della scena, la danza di Marta Bichisao dialoga con un’architettura di sculture mobili in fil di ferro e virtuali, il suono è raccolto dal vivo dal movimento degli oggetti e restituito sotto forma di live electronic.

In Film. Macchina della vista e dell’udito, (2016) il corpo della danzatrice già non c’è più, e i linguaggi e le tecnologie contemporanee di video arte, robotica e sound design animano le antiche tecniche di rappresentazione di pittura a olio e racconto orale.

Anche qui, si entra in un buio: «diventiamo bambini e torniamo indietro nel tempo. Ora il teatro è dentro di noi e la nostra mente è una camera oscura che lascia emergere le immagini». 

Così, Grand Mother è anche Nonna, ha la voce della nonna che Vincenzo ascolta da piccolo e registra su nastro. È  in questa zona profonda, non individuale e cui dà accesso, che tocca ognuno; «se si dia un evento essenziale per la nostra vita - incontro, illuminazione - scrive Cristina Campo - lo riconosceremo prima di tutto alla luce di infanzia e di fiaba che lo investe». 

E qui la scena, l’atmosfera della scena ci permette di fare un patto, ci permette di credere alle magie: «non esserci in scena permette alla materia del tuo corpo, e alla materia delle proiezioni di essere abitate da fantasmi». 

Il punto di arrivo e di snodo di una decostruzione degli elementi che ‘fanno’ la relazione tra chi è in scena e chi assiste, in una progressiva ricerca di essenzialità, tra performing e visual art, misurata dall’attenzione alla coreografia, esatta e delicata, di Marta Bichisao. «In realtà - spiega Schino - ogni spettatore può girare un film. Può decidere continuamente il campo e l’inquadratura. Può alzare o abbassare il volume dei suoni allontanandosi o avvicinandosi. Lo spettatore è libero e diventa uno dei corpi che coreograficamente dà ritmo all’azione».

TEATRI DI VETRO/Oscillazioni. Focus OPERA BIANCO

https://teatridivetro.it/programma-2018/

CFR: www.operaweb.net

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