The Reunion, prospettive critiche sull’esclusione

Désirée Massaroni

The Reunion è un film del 2013 – recentemente distribuito in Italia – che sarebbe riduttivo ricondurre all’ambito del cinema sociale tout court. La sceneggiatrice e regista Anna Odell, infatti, profila il fenomeno del bullismo, consapevole che si tratta di un problema da affrontare attraverso un pensiero complesso, con una prospettiva da KulturKritik, grazie alla quale il fenomeno non viene solo descritto, ma è messo in discussione anche in modo conflittuale.

Odell analizza l’esclusione, vista come la forma più raffinata di violenza praticata dall’essere umano nel suo interagire sia sociale, sia antropologico, e in questa ottica propone un ragionamento attraverso una cornice meta-cinematografica che – se di per sé non è una novità nell’espressione artistica – acquista qui un senso peculiare e personale molto incisivo. All’inizio di The Reunion vediamo Anna, interpretata dalla stessa regista svedese, all’interno di una festa organizzata dagli ex compagni di classe che hanno deciso di ritrovarsi dopo vent’anni dalla conclusione del percorso scolastico. In realtà si tratta del film immaginato e realizzato dalla donna la quale non è stata invitata alla riunione; tra tentativi vani e altri riusciti Anna rintraccia quindi alcuni suoi compagni per mostrare loro il suo film, per chiedere spiegazioni sul mancato invito e soprattutto sui loro comportamenti passati.

Perché questa forma-contenuto? Perché in tale forma viene messa a fuoco la falsa coscienza della cultura borghese, come intreccio di verità e finzioni. Le sequenze in cui i vari compagni/carnefici assieme ad Anna vedono il film – e quindi se stessi a loro volta interpretati da attori e attrici – suscitano dunque dinamiche (anche con lo spettatore) di rispecchiamento e al contempo di estraniamento. I personaggi oscillano tra riconoscimento e negazione di quello che sono nello sguardo della regista, e ciò si riflette pure nel tono e nelle reazioni borghesemente controllate quanto compresse, che nel caso della versione originale e sottotitolata risuonano alle nostre orecchie latine ancora più accentuate a causa del suono duro e secco della lingua svedese.

Senza soluzione di continuità Odell conserva l’essere bambino e l’attitudine “bullesca” nell’individuo adulto che è in buona parte il prodotto di una società in cui la recita con se stessi, insieme alla inconsapevolezza e alla preoccupazione delle apparenze, è non solo il capisaldo del contratto sociale ma – sembra suggerirci la regista – anche una forma di sopravvivenza che per forza di cose si manifesta ulteriormente con la violenza istigata e repressa. Nel suo film la regista immagina la deriva dello scontro fisico, ma sempre controllato fra Anna e i suoi compagni, come pendant al film in cui la violenza è psichica e fittamente intrecciata con la reciproca manipolazione.

Il profilarsi di parametri assoluti e spesso arbitrari si rintraccia in The Reunion nella divisione fra vincenti e perdenti, e dunque fra normali e strani, ma anche fra buoni e cattivi. Essere vincenti equivale a essere estroversi? Fino a che punto si è vittime di violenza e fino a che punto la si subisce? Dov’è il confine fra il desiderio di essere accolti dall’altro e la dipendenza al consenso altrui? La verità intrattiene un rapporto con i fatti o è sempre frutto di una personale e alterata interpretazione?

Nel suo film Odell si ritrae e si ritrova idealmente e prevalentemente nei dialoghi o nei gesti sottolineati di accoglienza con alcune ex compagne che – al pari dei compagni maschi – l’hanno emarginata e in parte esclusa dalla loro amicizia tanto da bambina quanto da adulta, mentre appare assente un confronto vero con le altre compagne da lei convocate per la visione della pellicola. Esse mantengono durante la proiezione e poi verso Anna un distacco emotivo e una repulsione ferma assieme a una proclamazione d’innocenza rivelando la non automatica equivalenza fra identità di genere e solidarietà tra donne, ossia il riconoscimento dell’altra come simile.

Ecco allora che questa storia personale è al contempo universale perché narra l’impossibilità di essere (recepiti) normali anche quando si è all’interno dei meccanismi centrali dell’economia, dell’arte; ci sembra che la diversità di cui ci parla Odell corteggi il disagio dell’individuo qualsiasi che per motivi di non immediata corrispondenza con l’essere dei più viene allontanato, rifiutato, deriso. Ecco che allora l’arte nello specifico cinematografica – l’azione di fare un film – è un tentativo di esser-ci nella comunità e di intessere un dialogo che tuttavia non porta a nessuna ulteriore verità o chiarimento sui comportamenti umani forse perché semplicemente essi sono mossi dalla legge tribale del riconoscimento istintivo e poi culturale tra le persone. Così i corridoi dell’edifico scolastico visti in soggettiva – come luogo di prigionia e di solitudine – su cui si sovrappongono le conversazioni telefoniche laconiche fra la regista e alcuni compagni di classe configurano la scuola come uno spazio non scontato di aggregazione, luogo cruciale della storia dell’individuo perché si rivela per la prima volta e per sempre l’essere sociale delle persone, come sono e come inevitabilmente saranno da adulti nel mondo.

La ripresa dall’alto che conclude il film sembra quasi un manifesto visivo e registico del “guardare e guardarsi dal di fuori”, come una visione aumentata sulla perfezione (morale) non intaccata nella società attuale forse più disponibile ad accettare e a rappresentare le diversità per categorie e meno quelle eccentriche, imprevedibili, personali appunto di ogni persona (si veda Ingmar Bergman e in Italia il semi-dimenticato Marco Ferreri). Ne deriva che in un film basato su una finzione al quadrato in cui la regista è anche in scena impersonando se stessa, siano comunque gli ex compagni di classe a rimanere turbati dall’essere incarnati da attori che per mestiere non possono riprodurre ‘la persona’ ma semmai farla propria e quindi in qualche maniera sottometterla a loro se stessi.

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