Storie di veleni italiani e di occhi troppo a lungo chiusi

G.B. Zorzoli

Un libro d’inchiesta da prendere a modello, Malaterra. Come hanno avvelenato l’Italia di Marina Forti. Dove il supporto di un’accurata ricerca bibliografica è integrata da indagini sul campo che, grazie anche alle testimonianze di protagonisti, rendono le descrizioni del dissesto ambientale “visibili”, come se fossero accompagnate da documentazione fotografica.

Inoltre, la scelta delle nove aree dove un’industrializzazione selvaggia non si è limitata a devastare il territorio, ma ha avuto un impatto sulla salute delle popolazioni, destinato a prolungarsi anche dopo la chiusura delle fabbriche, smentisce una diffusa vulgata, secondo cui la causa di questa aggressione sarebbe principalmente l’arretratezza del Sud.

Ci sono Taranto con l’Ilva, il polo petrolifero e petrolchimico di Priolo e Melilli nella Sicilia sud-occidentale, alla periferia di Napoli Bagnoli con il suo complesso siderurgico dismesso e Portoscuso avvelenata dal piombo in Sardegna, ma anche Seveso, Brescia inquinata dall’azienda chimica Caffaro, Montichiari – sempre in provincia di Brescia – “ricca” di discariche che raccolgono ogni tipo di rifiuto, il petrolchimico di Porto Marghera e, a raccordare il Nord col Sud, nel basso Lazio la valle del Sacco devastata dalla concentrazione di aziende chimiche, farmaceutiche e meccaniche.

Anche la storia di queste aree disastrate è sostanzialmente identica. La proposta iniziale di investimenti industriali viene accolta con favore, a volte con entusiasmo dai cittadini e dagli enti locali, vista come portatrice di lavoro e di prosperità, fattori decisivi, dato che quasi sempre si tratta di iniziative calate in contesti dove si fanno ancora sentire le conseguenze negative della seconda guerra mondiale. Promesse che la realtà successiva conferma: crescono l’occupazione e il benessere diffuso. Ed è proprio la paura di perderli, come documenta Marina Forti, a far chiudere gli occhi davanti agli effetti, ormai visibili, dell’inquinamento del suolo, delle acque, dell’aria. Tanto che all’inizio i pochi che li denunciano vengono addirittura messi sotto accusa. Non mancano nemmeno complicità da parte degli enti locali e casi di occultamento delle prove.

In una prima fase, anche l’iniziativa sindacale a difesa degli operai in misura crescente colpiti da malattie provocate dalla mancanza di protezioni adeguate viene inserita nel pacchetto delle rivendicazioni relative alla difesa della salute in fabbrica, trascurando l’impatto esterno delle emissioni dannose e della eliminazione incontrollata di rifiuti spesso tossici.

In genere la situazione esplode quando si verificano fatti che colpiscono direttamente una fascia della popolazione: è il caso del sangue dei bambini di Portoscuso, avvelenato dal piombo. Poiché si tratta di effetti a scoppio ritardato, la loro rivelazione spesso coincide con le crisi che in tempi più recenti hanno colpito molti settori industriali coinvolti. La stessa Forti si interroga sul peso che la perdita di molti posti di lavoro e del relativo benessere ha avuto nella contemporanea crescita della sensibilità ambientale e di movimenti locali per la difesa del territorio e della salute dei cittadini.

Anche la vicenda dei successivi interventi di bonifica è analoga in tutte le aree considerate. Secondo il principio europeo “chi inquina paga”, i costi delle bonifiche dovrebbero essere sostenuti dai proprietari delle fabbriche, ma molte sono ormai chiuse, con i proprietari irreperibili, apparentemente senza ricchezze personali oppure in grado di fare ricorsi che in più di un caso riescono a vincere. La maggior parte dell’onere ricadrà quindi sullo stato, quindi sui cittadini. Mai come in questo caso il futuro è d’obbligo. Come documenta Marina Forti, il ministero dell’Ambiente ha individuato negli ultimi vent’anni ben cinquantasette Siti da bonificare, di cui quelli riconosciuti di interesse nazionale sono quaranta, per circa 120.000 ettari, una superficie del 10% superiore a quella del comune di Milano. A dicembre 2017 solo sedici avevano completato la caratterizzazione, cioè l’anagrafe delle contaminazioni esistenti, che consente di prendere decisioni realizzabili e sostenibili per la messa in sicurezza e la successiva bonifica del sito. attività per le quali «siamo ovunque in grande ritardo, anche se negli ultimi anni… il ministero dell’Ambiente ha dato un’accelerazione».

È dunque un peccato che un libro così efficace nel descrivere una storia italiana, poco conosciuta nelle sue reali dimensioni ed effetti, manchi di un glossario per la terminologia tecnica ampiamente utilizzata per descrivere i fenomeni d’inquinamento, col rischio di scoraggiare molti potenziali lettori.

Storia – ed è un suggerimento all’autrice – che potrebbe essere completata da un’indagine altrettanto approfondita sui criteri con cui sono stati autorizzati simili orrori. Emblematici sono ad esempio alcuni dettagli sulle modalità con cui negli anni ’60 è stato deciso di costruire nel comune agricolo di Castel San Giovanni, in provincia di Piacenza, una centrale termoelettrica che bruciava olio combustibile a elevato tenore di zolfo. Al Comune era disponibile un unico modulo prestampato per “autorizzazione a nuove costruzioni, a modificazioni o ad ampliamenti di costruzioni esistenti”. Compilato a penna, il modulo autorizzò “il signor Enel-Compartimento di Milano a costruire una centrale termoelettrica per produzione di energia elettrica in località la Casella”.

La lettura dell’allegato modello di Notizie Generali sull’Opera” mette in evidenza la difficoltà incontrata dal tecnico del Comune a barrare le caselle poste a fianco delle voci prestampate per i lavori edilizi più usuali, specialmente quando si è trovato di fronte al quesito circa il tipo dell’opera: “popolare, medio, superiore al medio o rurale”; quesito risolto barrando con scelta salomonica la casella del “medio”. Questo è solo l’atto di nascita di una procedura autorizzativa che, nel suo sviluppo e nella successiva realizzazione dell’impianto, incontra solo le obiezioni dell’ufficiale sanitario, alla fine aggirate dal ministero dell’Industria, che di fatto lo sostituisce, dando la prescritta licenza sanitaria.

Conoscere a fondo anche quel che è successo a monte dell’entrata in esercizio di fabbriche che hanno rovinato il territorio e la salute dei cittadini, consente di individuare, rispetto a quelli descritti da Marina Forti, altri misfatti a lungo termine, misfatti che paradossalmente possono rendere più difficile il ripristino di adeguate condizioni ambientali.

La sfiducia nelle istituzioni e nell’industria, generata da un numero di casi di “malaterra” molto più elevato di quelli così gravi da essere classificati Siti di interesse nazionale, facilmente diventa sfiducia tout court verso qualsiasi proposta di modifica dell’assetto territoriale esistente. Secondo l’ultimo rapporto in materia, dei 359 impianti la cui autorizzazione, nel 2016, è stata contestata quasi sempre da opposizioni locali, il 56,7% apparteneva al settore energetico, di cui circa i tre quarti utilizzavano fonti rinnovabili. Si tratta di circa 150 impianti, quasi tutti, date le dimensioni, poco invasivi, e per la maggior parte a emissioni nulle, soggetti a iter autorizzativi molto severi. Una volta scartate le eventuali pecore nere, la loro realizzazione consentirebbe la chiusura di impianti che continuano a bruciare combustibili fossili, inquinando l’atmosfera e contribuendo al riscaldamento globale del pianeta.

Marina Forti

Malaterra. Come hanno avvelenato l’Italia

Editori Laterza, 2018

pp. 198, € 13

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