Per una geografia delle avanguardie

Francesco Fiorentino

A prima vista non sembra, ma l’immagine qui sopra è una carta geografica. Approntata da Paul-Henry Chombart de Lauwe, nel suo studio su Paris et l’agglomération parisienne, uscito nel 1952. Chombart de Lauwe è uno dei precursori della sociologia urbana e in questo libro afferma che l’ambiente cittadino, oltre che da fattori topografici e economici, è determinato dalla rappresentazione che ne hanno i suoi abitanti, ma anche – e non da ultimo – dal modo in cui lo usano, lo percorrono, lo praticano. Sono cose a volte molto differenti: l’immagine che si ha, ad esempio, di una città come Parigi, e la Parigi reale praticata da chi la vive quotidianamente. Accade spesso che quest’ultima sia angusta, che venga vissuta solo in una piccolissima parte. Come mostra questa carta, riportando i tracciati di tutti i percorsi effettuati da una studentessa del XVI arrondissement: una specie di triangolo i cui tre vertici sono la facoltà di scienze politiche dove studia, la casa dove vive, e l’abitazione del suo professore di pianoforte.

Guy Debord, la figura chiave dell’Internazionale situazionista, parla di questa carta come di un esempio «di una poesia moderna suscettibile di comportare vivaci reazioni affettive – in questo caso l’indignazione per il fatto che sia possibile vivere in questo modo»1. Il situazionismo combatte questi tipi di spazi, vede in essi l’effetto di una determinata politica, mira a una loro decostruzione per costruire spazi urbani nuovi, effimeri ma mutevoli, interattivi, aperti. L’obiettivo è una ridefinizione creativa dello spazio cittadino, basata su un’analisi psicogeografica, come la chiamavano. Il primo bollettino dell’«Internationale Situationniste», uscito nel giugno del 1958, definisce psicogeografia lo «studio degli effetti dell’ambiente geografico sul comportamento affettivo degli individui». Ma questo studio ha per obiettivo la determinazione delle forme più adatte per sovvertire una determinata topografia urbana. Attraverso pratiche come la deriva, vale a dire attraverso un uso ludico-costruttivo degli spazi urbani, un uso non guidato da nessuna delle ragioni abituali per cui ci si sposta (viaggi, lavori, svaghi), un uso che si abbandona invece «alle sollecitazioni del terreno e degli incontri che vi corrispondono», come scrive Debord in Théorie de la dérive.

La deriva è un esempio di pratiche spaziali nate nell’ambito delle avanguardie e a partire da una consapevolezza del carattere politico di ogni organizzazione spaziale. Un esempio senza il quale forse non sarebbe pensabile un libro fondamentale come La Production de l’espace (1974) di Henri Lefebvre. Il cosiddetto spatial turn che ha segnato le scienze umane a partire dagli anni Novanta si produce dall’incontro tra la sociologia dello spazio di matrice marxista, di cui Lefebvre è il personaggio di punta, e la geografia umana di ispirazione postmoderna. Non è un caso che Postmodern Geographies (1989) di Edward W. Soja, uno dei testi fondativi di questa svolta spaziale, sia anche il testo che avvia la riscoperta del libro di Lefebvre.

Le avanguardie hanno dunque generato nuove pratiche spaziali, modi anche nuovi di considerare – di rappresentare e di produrre – lo spazio. Ma hanno fatto anche dell’altro. Hanno confermato rappresentazioni geopolitiche e geoculturali prodotte dalla cultura contro cui si rivolgevano. Il primo manifesto della prima avanguardia storica, che porta il titolo «Fondazione e Manifesto del Futurismo» e viene pubblicato a Parigi, su «Le Figaro», il 20 febbraio 1909, si chiude con una frase che è altamente significativa: «Ritti sulla cima del mondo, noi scagliamo, una volta ancora, la nostra sfida alle stelle!...». La nuova voce sovvertitrice parla dallo stesso luogo da cui parla la tradizione che essa si vuole lasciare alle spalle. E da quel luogo vuole fare «ancora una volta» cose che evidentemente già sono state fatte prima. La nuova voce continua a essere voce del centro, dell’Europa che – come ha scritto una volta Derrida – «si è sempre identificata come un capo», una cima, un’altura, un centro, appunto, che è anche un «punto di partenza per la scoperta, l’invenzione e la colonizzazione»2. Che poi si presenta come liberazione da qualcosa che opprime: i musei e i rigattieri, i professori, gli archeologi, gli antiquari.

Il concetto di avanguardia sta decisamente sotto il segno di una temporalità lineare, teleologica, orientata in modo più o meno esplicito verso un’idea di progresso e di modernizzazione che non riconosce rilevanza alle differenze geografiche. Il paradigma della rivolta, dell’innovazione, della distruzione di ciò che si dichiara passato o passatista, è stato anche un grande dispositivo di rimozione. Il cattivo presente, il presente oppresso da un passato mortifero, è visto in una chiave redentiva, come qualcosa che si risolve e si cancella, che deve risolversi e cancellarsi nel futuro. Il futuro designa la prospettiva salvifica: una prospettiva salvifica che riguarda la dimensione della temporalità. Tutte le avanguardie sono segnate da questo «ottimismo temporale e redentivo», come possiamo chiamarlo usando un’espressione di Said3. Anche le avanguardie sembrano partecipare un’alleanza storica tra un determinato modo di oscurare la geografia e una visione della storia come un cammino di progresso che parte da Occidente per conquistare il mondo: una visione della Storia, dunque, che implica una precisa geografia politica. Anche l’azione delle avanguardie sembra poggiare sul presupposto implicito di una temporalità unica della Storia, che si correla quasi inevitabilmente con l’idea che di uno spazio del Mondo anch’esso omogeneo, e organizzato centralisticamente. E facente capo all’Europa, e in Europa ad alcuni centri.

Ma è veramente così? In fondo l’avanguardia è una rete di eventi e di esperienze. E se c’è una caratteristica delle avanguardie storiche questa è il loro carattere internazionale. Se proviamo a guardare ai luoghi di pubblicazione dei manifesti, alle lingue in cui venivano pubblicati e alle relazioni tra i loro firmatari, non possiamo non registrarlo. Ma si tratta di un internazionalità europea. L’Europa è il luogo di origine e di esportazione. L’unico Manifesto Dada degli USA è pubblicato a Parigi in francese. È Jorge Luis Borges che, dopo averlo conosciuto a Madrid, porta l’ultraismo in America latina, quando torna in Argentina nel 1921. Anche l’estridentismo del messicano Manuel Maples Arce mostra chiarissime ascendenze futuristico-dadaiste. L’avanguardia sudamericana è importata dall’Europa; il che ovviamente non toglie che in poco tempo acquisti un suo chiaro profilo, segnato non da ultimo dal rifiuto dell’influsso europeo.

L’avanguardia è poliglotta. Marinetti pubblica molti manifesti futuristi in francese, oltre e talvolta prima che in italiano. Altri manifesti, come quelli del De Stijl appaiono con traduzione a fronte in inglese, francese e tedesco. Gli happening dadaisti hanno luogo in più lingue contemporaneamente. Una rivista come il «Bollettino internazionale del Surrealismo» pubblica in versione bilingue accompagnando il francese alle lingue dei luoghi mutevoli di pubblicazione: ceco e francese a Praga, inglese e francese a Londra ecc. Ma questo multilinguismo, questa multiculturalità, non corrispondono a un policentrismo. Di volta in volta è un solo centro che sembra dominare. Prima c’è l’Italia futurista, che non ha rivali; persino l’espressionismo, nelle sue prime manifestazioni a Monaco e a Berlino negli anni Dieci, può essere letto in primo luogo come una risposta scettica e timorosa all’offensiva futurista4.

La prima domanda da porsi nuovamente è perché proprio l’Italia? Perché è proprio l’Italia il luogo di origine e il centro di propagazione dell’avanguardia? C’è qui una fame di modernizzazione maggiore che altrove? E perché? Perché proprio qui la musealità della cultura risulta così opprimente da suscitare fantasie distruttive? Forse perché più forte è il potere simbolico di certi luoghi, come la Venezia passatista, la città simbolo della décadence, che non certo a caso è uno dei bersagli privilegiati dei futuristi.

Il dominio dell’avanguardia italiana finisce con l’ascesa del fascismo, che ne fa in parte una sorta di un’arte di stato. Il secondo futurismo, in fondo, lascia il terreno delle avanguardie. Sulla ribalta sale la scena tedesca: la guerra ha portato a una politicizzazione dell’espressionismo e all’esperienza dadaista, che si accende nella Zurigo degli esuli, per poi propagarsi a Berlino, a Colonia, a Dresda, Hannover, a Parigi, New York. Ma la centralità dell’area tedesca nella geografia dell’avanguardia dura poco. La politicizzazione porta alcuni di coloro che hanno partecipato all’esperienza avanguardistica ad avvicinarsi alla KPD e quindi a un’opzione nettamente realista. Altri danno vita alla Neue Sachlichkeit. In entrambi i casi assistiamo una rottura con le posizioni dell’avanguardia che altrove non incontriamo5.

A metà degli anni Venti, il centro dell’avanguardia si sposta in Francia, dove il futurismo non lascia grandi segni. L’avanguardia raggiunge Parigi grazie al dadaismo. Nell’autunno del 1924, poi, il Manifesto del surrealismo di André Breton. Tutto il panorama europeo delle avanguardie starà per diversi anni sotto il segno di questo movimento, che in Germania non avrà grandi effetti.

Un altro centro è la Russia, dove l’avanguardia artistica nasce prima della guerra e poi per alcuni anni procederà accanto all’avanguardia bolscevica, finché l’arte della Rivoluzione non prenderà la via del realismo.

Italia, Germania, Francia, Russia: questi sono i centri. Poi ci sono gli spazi periferici, minori: la Cecoslovacchia, per esempio, dove troviamo il Devetsil, il Poetismo e infine il Surrealismo, ma poi anche con il Cubismo. Oppure Madrid, con il creazionismo di Vicente Huidobro e poi l’ultraismo. La Polonia, con l’ondata futurista nel 1921, e poi con il formismo e il costruttivismo. C’è un’avanguardia serbocroata, che attraversa le fasi dell’espressionismo, del Dada e del Surrealismo e poi crea con il zenitismo. Interessanti, in questa topografia, sono i punti vuoti, gli spazi in cui fenomeni d’avanguardia non hanno vuto luogo.

Gli ordini di questione sono dunque diversi, le domande che possiamo porci sono molteplici. Quali sono le pratiche spaziali, le rappresentazioni attive e gli usi dello spazio inaugurati dalle avanguardie? Quali spazi particolari hanno prodotto? Quale geografia implicita ha determinato la loro azione? Quale geografia disegna la loro vicenda storica? E – non da ultimo – quale utilità euristica può avere una collocazione geografica di questo fenomeno cruciale per l’autocomprensione della cultura europea?

Questo testo è tratto dall’introduzione al convegno internazionale Geografia dell’avanguardia a cura di Francesco Fiorentino e Paola Paumgardhen, che si svolgerà lunedì 10 dicembre 2018 a Napoli, all’Università degli Studi Suor Orsola Benincasa.

1 Guy Debord, Théorie de la dérive (1956), in «Internationale Situationniste», n. 2, décembre 1958, pp. 19-23 (tr. it. in Internazionale situazionista 1958-69, Nautilus, Torino 1994).

2 J. Derrida, L’altro capo, in Id., Oggi l’Europa. L’altro capo seguito da La democrazia aggiornata (1991), Garzanti, Milano 1991, pp. 9-67: 19-22.

3 Edward W. Said, Storia, letteratura e geografia, in Id., Nel segno dell’esilio. Riflessioni, letture e altri saggi, Feltrinelli, Milano 2008, p. 510.

4 Cfr. Wolfgang Asholt, Walter Fähnders, Einleitung, in Manifeste und Proklamationen der europäischen Avantgarde (1909–1938), hrsg v. Wolfgang Asholt und Walter Fähnders, Metzler, Stuttgart-Weimar 2005, pp. XV-XXX: XXII.

5 Ibid.

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